MARCELLO FOIS.

MEMORIA DEL VUOTO.


2006.
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
L'Autore.
.
Marcelle Pois nasce a Nuoro nel 1960. Nel 1986 si laurea in italianistica presso l'Universit di Bologna. Nel 1989 scrive il suo primo romanzo, Ferro Recente che, grazie a Luigi Bernardi della Granata Press, viene pubblicato nel 1992 in una collana di giovani autori italiani, nella quale figurano anche i primi libri di Carlo Lucarelli e Giuseppe Ferrandino. 
Sempre nel 1992 pubblica Picta, con cui vince (ex aequo con Mara De Paulis) il Premio Italo Calvino[1]; nel 1997, per Nulla (con cui inizia la collaborazione con la casa editrice Il Maestrale), riceve il Premio Dess. 
.
Nel 1998, ancora per Il Maestrale, esce Sempre caro, primo romanzo di una trilogia (proseguita con Sangue dal cielo e L'altro mondo), ambientata nella Nuoro di fine Ottocento e che ha come protagonista un avvocato, Bustianu, personaggio per il quale Fois si  ispirato a un avvocato e poeta nuorese realmente esistito: Sebastiano Satta. Con Sempre caro nel 1998 vince il Premio Scerbanenco[2]. Con Dura madre vince nel 2002 il Premio Fedeli e nel 2007 riceve il Premio Lama e trama alla carriera. 
.
Oltre che alla narrativa, Fois si dedica anche alla sceneggiatura, sia televisiva (Distretto di polizia, L'ultima frontiera) che cinematografica (Ilaria Alpi. Il pi crudele dei giorni), e al teatro per cui ha scritto L'ascesa degli angeli ribelli, Di profilo, Cerimonia con Marinella Manicardi, Filippo Morelli, Mirella Mastronardi (segnalata al Premio UBU come giovane attrice non protagonista), Stazione (un atto unico per la commemorazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna), Terra di nessuno e Cinque favole sui bambini (trasmesso a puntate da Radio 3 Rai). Dal suo racconto Disegno di sangue, pubblicato nel 2005 nell'antologia Crimini,  stato tratto un episodio dell'omonima fiction televisiva, trasmesso nel 2007 da Rai 2. 
.
Ha scritto anche un libretto operistico tratto dal romanzo di Valerio Evangelisti, Tanit. 
.
Nel 2007, con il romanzo Memoria del vuoto, edito da Einaudi nel 2006, ha vinto il Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana, il premio Volponi e il Premio Alassio Centolibri - Un Autore per l'Europa. Con Giulio Angioni e Giorgio Todde  fra i fondatori del festival letterario L'isola delle storie di Gavoi[3].  un esponente della "nuova letteratura sarda". Nel 2012  tra i finalisti del Premio Campiello con il libro Nel tempo di mezzo, risultato poi vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante. Nel 2016 vince il premio Asti d'Appello con il libro Luce perfetta, mentre nel 2017 vince la prima edizione del Premio Crovi col romanzo Del dirsi Addio. 
...
.
...
Dedica: A babbo e mamma, che non  tardi.
...
.
...
Prima parte.
.
Principio del principio.
.
 Come sapete di non essere lui?
 Perch so di essere io!
Le mille e una notte.
Invocazione e protasi
E ora dammi le parole.
La notte dell'eccidio la luna piena, grassa e sudata, se n'era stata appollaiata per ore sulla
schiena delle montagne. Pochi fili di nubi facevano l'effetto di capelli scomposti sulla sua fronte. Se
n'era stata cos la luna, a bersi l'orizzonte frastagliato come il bordo di un guscio d'uovo spaccato in
due, pigra di una pigrizia quasi Morte, quasi fosse al primo sonno.
Poi, a un certo punto, si era sollevata, indolente, alitando contro la terra.
Una luna antica che, arcuata la schiena per sgranchirsi nel silenzio e cominciare con ritardo il
suo turno, si era spalancata allo sguardo degli insonni. Cos aveva iniziato a scialbare la campagna
solleticando il pelo fosforescente delle bestie, e facendo scintillare le foglie d'erba come rasoi. Aveva
attraversato le vigne incidendo contro la lastra del cielo un nero golgota di piante crocifisse. Poi era
passata in paese come giungendoci per caso, viaggiatrice distratta, per rendere febbrile di luce il rosso
dei tetti. E penetr nella malta dei selciati per farla preziosa d'argento, e scelse muri immacolati perch
la riflettessero. Illumin gli amplessi, oh se lo fece! Quelli leciti e quelli illeciti, ferendo con scudisciate
di bianco la pelle degli amanti, infilandosi nelle fessure delle porte chiuse, insinuandosi fra le tende che
si sfioravano, schizzando dagli sfiatatoi delle imposte accostate.
Pi in l, dove il terreno sempre  grasso di vermi, fece brillare le tombe di marmo come
specchi ustori e abbatt al suolo nerissime ombre di cipressi sull'attenti ai bordi dei viali, per farle
colare sui marciapiedi. Ah, una luna maledetta! Che sussurrava sventure, la notte dell'eccidio.
I.
(Dove si racconta che un paio di scarpe
possono cambiare il destino di un uomo,
e che le premonizioni spesso hanno una spiegazione,
ma non per questo sono meno importanti.
Dove si racconta anche della prima separazione
di Samuele e di agnelli che cadono dal cielo)
Ma prima, anni prima di quella notte, in Ogliastra c'erano state altre notti. E anche altre lune. A
raccontarle tutte ci vorrebbero molte vite. Cos bisogna concentrarsi su quella in cui, a sette anni,
camminavo per strada con mio padre. Lui aveva bevuto, barcollava un poco e si prendeva in giro per il
suo passo incerto.
Era domenica. Santu Sebaste.
Eravamo stati a un battesimo: il settimo figlio di Redento Marras, tra il quale medesimo
Redento e mio padre c'era l'Olio Santo, in quanto il fabbro di Elni era il padrino di mio fratello
maggiore Gonario. Io di mio fratello portavo le scarpe.
Era andata cos: mio padre, Stocchino Felice, e mia madre, Leporeddu Antioca, avevano
discusso sull'obbligo di partecipare a quel battesimo, che Elni da casa nostra non era a due passi, che
ci volevano quattro ore buone di strada a piedi, eccetera eccetera. E se non bastava la questione della
strada c'era il fatto che non si aveva niente da regalare al neonato per la buona sorte su questa terra. E
per la buona sorte su questa terra non ci si pu presentare a mani vuote a chi ha appena aperto gli occhi
sul mondo. Eh no, neanche i pastori pi poveri sono arrivati alla mangiatoia da Cristo e la Madonna a
mani vuote.
Comunque mia madre dice che non si pu evitare: l'obbligo  obbligo, l'Olio Santo  un legame
troppo profondo. Non presentarsi alla nascita del settimo figlio di un compare  cosa che non si pu
proprio. Come dire che il mondo si rovescia. E mio padre fa segno di s che certo non si pu dire il
contrario, ma quando non ce n' non ce n'. E se anche ci fosse qualcosa da portare al neonato, con la
questione che mio fratello Gonario, il figlioccio di Redento, ha codiato le scarpe, che gli sono cresciuti
i piedi dalla sera alla mattina, come la si mette?
Eh, dice mio padre, a Gonario devo portarlo, ma senza scarpe lo porto? Mia madre e mio padre
si guardano: portati a Samuele, dice mia madre, che tanto Gonario o Samuele, per quanto l'ha visto a
Gonario, fatto a figlioccio, Redento Marras, fa lo stesso... A Samuele quelle scarpe gli stanno, portati
Samuele.
Giorni come quello in cui i miei genitori stabilirono che avrei accompagnato mio padre a Elni
per la festa del battesimo del figlio di Redento Marras, hanno lo stampo del destino marchiato a fuoco.
Uno pensa sempre che siano giorni esattamente come tutti gli altri. E invece si sbaglia perch capitano
cose, e qualche volta si vedono cose, che non dovrebbero capitare, o che non si dovrebbero vedere. Per
questo uno si dice che non c' niente di strano, che tutto  uguale a sempre, ma non  cos. Per esempio
quello stesso giorno, mentre mio babbo e mia mamma cercavano di risolvere la questione del
battesimo, nel cortile davanti a casa mia cadde un agnello.
Cos, piovuto dal cielo. Proprio come una nuvola, diventata pesantissima, che precipita e si
spappola sul terreno. Noi bambini eravamo a giocare quando sentiamo un tonfo poco dietro le nostre
spalle, e tzia Mena che grida. Poi arriva altra gente e tutti si radunano a vedere la bestiola schiantata al
suolo.
Tzia Mena racconta tutto: lei sta spazzando il cortile, si ferma per prendere fiato che la salute
non  pi quella di una volta, poi sente un fischio prima lontano, poi vicino, sempre pi vicino... Alza
la testa e vede che, dal cielo, e lo giura sui figli e sui nipoti amen, sta cadendo un anzone. Che gli
anzoni non volino  cosa certa, ma  certo anche che quella bestia sperrata a terra  caduta dall'alto.
Come sarebbe dall'alto? cominciano a dire. Ma tzia Mena non cede: eja, vi dico, dal cielo 
caduto, dae susu! Gessu...
Per c'era da dire che quella donna non  che fosse proprio una persona affidabile... Lasciamo
stare. Comunque vengono da noi bambini, da me e da Luigi Crisponi e da Giuseppe Murru, e ci
chiedono che cosa abbiamo visto: noi visto niente, ma sentito veramente s, uno spostamento d'aria e
poi un rumore davvero terribile, un suono sordo, come un masso scagliato da lontano o un sacco di
patate sbattuto con forza al suolo. Come quando si scivola col culo a terra, che prima del dolore si sente
un rumore materiale e compatto. Ecco, cos: magari quel rumore poteva corrispondere a
quell'immagine impossibile di un animale terrestre che pioveva dall'alto. Insomma in chiesa era pieno
di santi e di agnelli che stavano in piedi sulle nuvole; magari, nel caso specifico, quell'agnello
particolare aveva messo la zampa in fallo. Si sa no come sono fatte le nuvole, che, per quanto sembrino
solide, ingannano. Anche in Paradiso c' da stare attenti, cos sospesi sopra le teste dei mortali. In pi
c'era da dire che per l'Apocalisse, da quello che raccontavano, un bel po' di rospi erano pronti a calare
sui peccatori proprio dal cielo. Eh, allora magari si stava facendo una prova...
Quando arriva Totore Cambosu la confusione  massima. Ma lui, che  cacciatore e conosce le
cose segrete della Natura, dice di stare calmi.
 Qua non  questione di santi o di nuvole, e nemmeno questione di prove per il Giorno del
Giudizio. Qua  questione di rapaci.
Quando parla Totore il silenzio si fa greve. Lui si china sulla bestia a terra.
 M,  dice indicando la schiena candida dell'agnello dove si vedono striature rossastre come
di graffi.  L'ha afferrato da qui, poi dev'essere che gli  caduto.
Tutti lo guardiamo a Totore Cambosu, lui  uno che quando racconta le cose incanta...
La faccenda era semplice: un'aquila reale aveva afferrato un agnello dal gregge, sollevandolo in
alto con un colpo d'ali. La bestiola aveva preso ad agitarsi col cuore che le esplodeva dentro al costato,
che il terrore le aveva chiuso il collo a tal punto che non respirava quasi. E poi c'era l'aria sottile l in
alto. Comunque l'agnello era riuscito a vedere dal cielo cose grandissime diventare piccolissime: il
pastore che, sconcertato, radunava gli altri agnelli e agitava il bastone in aria; il montone che, conc'a
susu, annusava il maestrale; il cane pastore che abbaiava impazzito cercando di volare a balzi. Alla fine
l'anzone ha visto sua madre berbeche che continuava a brucare in mezzo al gregge senza addolorarsi di
niente, che tanto da che mondo  mondo  sempre la pecora che ne piange... Cos per un attimo
l'anzone ha vissuto l'esperienza dell'abile, ma poi deve avere pensato che per fare l'aquila ci vogliono
le ali. E ha tentato di volare... Poi dev'essere successo che l'aquila era giovane, di quelle con l'occhio
pi grande della pancia. E cos magari non si  nemmeno resa conto che l'agnello che aveva scelto era
pi pesante di quanto pensasse, tanto pi che la bestiola afferrata per il vello si agitava e non aiutava
proprio, cos, sentendo che non ce l'avrebbe fatta a portare la preda sul costone, ha abbandonato la
presa...
Il resto si sa.
Poi nella confusione  arrivata anche Missenta Crisponi che aveva paura che Luigi avesse
combinato qualcosa e le hanno raccontato dell'agnello e cos lei si  girata verso il figlio e poi 
sbiancata, che noi non ce n'eravamo nemmeno accorti ma Luigi aveva una macchia di sangue
dell'agnello proprio in mezzo alla fronte. Cos Missenta lo prende, poi sputa in un angolo della franda
e, sfregando forte con la stoffa umida, gli toglie il sangue dalla fronte. Tzia Mena e le altre donne si
fanno il segno della croce: sant'Antoni meu... Che cosa deve succedere adesso?
E quanto sar, due giorni dopo? A Luigi Crisponi, che era il mio amico, gli muore il padre. Lui
quel padre l'ha visto poco, forse due volte in sette anni, forse tre, chi lo sa... Ma la cosa certa  che,
quando gli dicono che  morto, non riesce nemmeno a ricordarsi com' fatto. S certo, Bartolomeo
Crisponi era alto, e poi? E poi basta, lui, quando gli chiedevano come fosse suo padre, diceva che era
alto e lavorava in miniera, fine. Comunque, Luigi lo cap immediatamente, la cosa strana  che, anche
senza una faccia da ricordare, il dolore  lo stesso. Eppure, gli dice una volta Serafino Musu, se c'hai
nove fratelli qualche volta di pi a casa deve essere tornato tuo padre... Ma Luigi lo guarda come a dire
che non capisce, e io faccio cenno a Serafino che si tappi quella bocca. Lui, Serafino,  pi grande e sa
le cose. Cos si decide che  inutile continuare, per Luigi insiste.
 Ma tua mamma i figli, i tuoi fratelli e sorelle, dove li ha trovati secondo te?  sbotta Serafino.
Luigi Crisponi si guarda intorno, poi si mette una mano sulla bocca e sbarra gli occhi.
Intanto dal Pozzo Nove a Montevecchio stanno estraendo il corpo di suo padre morto da quattro
giorni. E anche quel morto ha gli occhi sbarrati. Come dicono sempre gli anziani che quando si muore
al buio si cerca la luce. Al padre di Luigi Crisponi il destino l'ha sepolto prima che morisse. E allora,
forse per superare quel buio tremendo, e magari anche per sopportare il sapore della terra smottata che
gli era finita in bocca, aveva aperto gli occhi oltre ogni dire, quasi a bucare il telo compatto della
tenebra.
Restituito in una cassa di legno scadente, quel monumento di Bartolomeo Crisponi arriva a casa
una mattina di gennaio. La cassa  inchiodata. Ma Missenta non ne vuol sentire di stare a guardare una
bara chiusa e chiede di aprire, che lei il marito lo vuol vedere un'ultima volta. E gli altri a dire che lasci
stare, che  meglio ricordare i vivi. Missenta fa cenno di s, ma pensa di no. Lo sa lei e decide lei...
Cos schiodano il coperchio della bara per far vedere il morto alla moglie Missenta. Ora che il
sangue se n' andato Bartolomeo ha una carnagione lunare, quasi brillante, come quando era ragazzo,
la pelle liscia di una signorina.
Bartolomeo appare snervato dalla morte, con gli occhi chiusi a forza dal medico della miniera,
ma resta bello. Non si  nemmeno gonfiato. A vedersi non sembra nemmeno morto. Severo, secco e
massiccio, come un tronco fosforescente di betulla, come un calco di gesso abbandonato. Si direbbe
fatto di una materia inerte e organica allo stesso tempo: una grossa larva candida, luminosa di luce
propria, avvolta da un telo sporco.
Missenta fissa suo marito, poi cerca con lo sguardo l'approvazione delle vicine: lo capite anche
voi, lo capirebbe chiunque che, cos com', con le unghie incrostate di terra, col volto pulito male
ancora imbrattato di fuliggine, quel cristiano non si pu seppellire. Cos le donne lo spogliano dopo
averlo disteso sul tavolo della cucina.
Bartolomeo, nudo come il primo uomo,  pronto a ricevere cure amorevoli. Ed  lungo: le
gambe gli spuntano fuori dal piano del tavolo per quasi tutto il polpaccio. Ha i piedi nodosi.
La mamma di Luigi Crisponi non vuole nessuno in cucina. Vuole stare con il corpo morto di
suo marito. Cos le vicine si portano a casa loro i bambini: li nutrono a pan'e casu e latte.
Restata sola, Missenta comincia a esaminare quel corpo che, nonostante suo, suo non  stato
mai.
Non ricorda che siano mai stati in un'intimit pi profonda di quell'istante, lei e suo marito,
eppure hanno messo al mondo nove figli. Comincia a pulirlo con una pezza tiepida.  inquieta di
un'inquietudine tenace, si attarda nei particolari: le unghie nere, il carbone nelle rughe sulla fronte.
Quando ha finito, esausta, si siede con le mani sulle ginocchia.
Quel corpo inerte, pulito, all'improvviso le d la misura del suo dolore. Che  terribile. E sottile.
Ma  anche un dolore franco e profondo. Quasi calmo... Come prima della vertigine. Quell'attimo che
 stabilit assoluta, pi che pace, prima della caduta. Lei, Missenta Corrias, ora vedova Crisponi, quel
dolore lo vede cos: serio come un bambino che fa il broncio.
E allora si alza.  l in piedi che le viene un pensiero in testa. Missenta si china verso la bocca
del marito per baciarlo. Le labbra di lei sfiorano la bocca di lui che  fredda come il ghiaccio, ma
morbida. Ancora, impercettibilmente, sporca di terra agli angoli. Bartolomeo lascia fare e sembra
languido e rilassato, sembra persino che, per una volta, apprezzi l'iniziativa della moglie.
 stato facile baciarlo, tra il pensare di farlo e farlo  trascorso l'istante perfetto.
Poi  successo.
Improvvisamente le palpebre di Bartolomeo si spalancano. Ha i bulbi vuoti, uno sguardo senza
sguardo, come se avesse un altrove sconosciuto da scrutare.
Missenta vorrebbe urlare. Ma succede qualcosa che  peggio: si sente mancare, perde i sensi,
capisce che sta cadendo a terra, cade e, nel cadere, si aggrappa al corpo del marito tirandoselo addosso.
Rumore d'inferno! Che cos' mai quest'orrore? Che cosa accade per Deus e pe' ssantos?
Qualcuno bussa in cucina: Miss... per l'amor di Dio apri... Miss, che cosa  successo? Ma la donna
 pietrificata, non si tratta nemmeno di terrore,  qualcosa di pi profondo, come un senso di
perdizione. Come quando si scivola a terra, appunto, e non ci si rende conto di scivolare, ma quasi
volontariamente ci si lascia andare giusto per non darla vinta al caso. Il corpo nudo del suo uomo la
copre con un'impudicizia che non ha mai avuto. Continuano a bussare, ma la testa di Missenta se ne sta
andando altrove...Valle a spiegare che Bartolomeo  morto. Lei non ci creder mai, mai, mai, mai...
L'istante perfetto. E la vertigine. Quella particolare vertigine di Missenta ha avuto una serie
infinita d'interpretazioni, ma tre nomi soltanto: vertigine, appunto, nell'unico istante in cui Missenta
stessa ha potuto pensarla e quindi darle un nome; poi colpo apoplettico, dal dottor Milone, dopo
l'analisi visiva del cadavere; e secacoro da tutti gli altri.
Insomma, quando buttano gi la porta della cucina l'unica cosa che c' da fare  ordinare
un'altra cassa da morto. Di quelle economiche.
Poi succede che una mattina un ufficiale giudiziario porta le carte ai Crisponi perch devono
lasciare la casa, che non  roba loro, ma non si sa nemmeno a chi appartiene veramente.
Luigi quella notte stessa ha fatto un sogno.
Ha sognato che c'era un rumore terribile, un frastuono davvero insopportabile, cos si era
portato le mani alle orecchie, ma il rumore, anzich cessare, aumentava, aumentava. Poi, nel sogno, era
suo padre inghiottito dalla terra. Era suo padre e cercava di urlare, ma non riusciva a fare altro che
sbarrare gli occhi. Oh, vedete come succede nelle visioni, che uno proprio crede a quello che sogna
come se fosse vero. E veramente Luigi, afferrato da quel sogno, credeva di non poter respirare e
credeva che non ci fosse modo di lacerare il buio. Credeva che suo padre, come dono dovuto per tutti i
doni che non gli aveva mai fatto, gli fosse venuto in bisione per raccontargli l'orrore fragoroso della
morte lenta. A Luigi sembr di poter vedere se stesso nello spazio bianco degli occhi spalancati di suo
padre, che erano l'unica fonte di luce dentro a quella tenebra grassa. E gli sembr anche che tutto quel
sogno, che continuava a essere realt e il suo opposto, fosse come una specie di consegna che suo padre
moribondo, con gli occhi sbarrati, con la bocca piena di terra, nero di carbone, unto di fuliggine, gli
stava lasciando. Anche se non sapeva dire, Luigi, in che cosa consistesse esattamente quel lascito.
Poi accadde che appena sveglio cess di farsi domande. Accadde che gli fu chiara l'assoluta
inutilit di rivendicare qualcosa. E comprese che il lascito di suo padre era quello di farsi docile nelle
avversit... E cap che sua madre era morta per aver resistito, per non essersi fatta molle.
Luigi pens, ma non subito, ne passarono di anni, pens che sua madre era morta per aver
creduto di poter stravolgere il disegno preciso della sua inutile esistenza. E che un'esistenza sensata
costa migliaia di esistenze senza senso. Gliel'aveva sussurrato suo padre parlandogli dal bianco degli
occhi, guardandolo dallo sprofondo, dall'intestino merdoso di madre terra.
E poi certo le cose non vengono mai sole, mai sole. Perch non  passata nemmeno una
settimana e dicono che a Luigi lo portano a Cuglieri, alla Casa del Fanciullo. E lui dice: io scappo e se
mi riprendono scappo, e ogni volta che mi riprendono scappo. E a me quasi mi viene da piangere.
Comunque il giorno che deve partire Luigi c'ha la febbre alta, la vicina che ce l'ha in custodia
sta aspettando i carabinieri fuori dall'uscio per dire che la creatura sta male, che a lei mica le fa
problemi occuparsene, che tanto vuol vedere lei se in un orfanotrofio lo trattano meglio. Ma i
carabinieri le dicono di coprire bene il Crisponi Luigi di fu Bartolomeo perch la legge  la legge e non
ci sono discussioni.
E allora, senza discussioni, a Luigi l'ho visto partire dalla finestra di casa mia che, se non fosse
stato perch mia madre era alla finestra anche lei, avrei proprio pianto. Domo rutta. Una famiglia intera
dissolta nel nulla. Ma poi la macina gira, diceva mia madre, e anche la malasorte si distrae prima o poi.
Per non  vero che a un bambino gli sembra cos chiaro il concetto, della malasorte che si
distrae intendo. Quella mattina in piedi, davanti alla finestra che dava sul cortile dei Crisponi, mentre
portavano via a Luigi, io pensavo che ci sono separazioni assassine come mani che ti strozzano. E poi
pensavo al tesoro di carta stagnola e fondi di bottiglia che avevamo seppellito a tre passi dall'ingresso
della tanca di Puddichinu, e alle fionde per colpire i verdoni, e alla volta che il maestro Serusi ci aveva
messo il cartello ASINI CALZATI E VESTITI e ci aveva fatto andare in giro per la scuola anche dalle
bambine... Insomma pensavo a quelle cose a cui si pensa quando uno muore. Ed  come se ogni
separazione sia come piangere un morto.
Dev'essere che a me non  mai piaciuto di cambiare le cose. Io sono sempre stato di quelli che
si angosciano di fronte ai cambiamenti. A mio padre questa cosa sembrava dovuta all'et. Eh, diceva
che ero ancora un bambino, anche se compiuti sette anni gi un'idea del mondo bisognerebbe averla.
Comunque la mia, diceva lui, non era esattamente un'idea del mondo, che appena si riesce a capirlo, il
mondo, la prima cosa che si capisce  che  tutto un seppellimento di morti. Quindi, diceva lui, dovevo
stare tranquillo, perch quelli che sembrano cambiamenti da bambino, una volta diventati grandi sono
sempre la stessa cosa: nascere e morire e cos via.
II.
(Dove si racconta di un lungo viaggio a piedi e del ritorno)
E arriv il giorno del battesimo.
Per il regalo i miei genitori presero a credito una misura di sale grosso scuro, una misura di
zucchero grezzo e una misura di chicchi di caff da tostare. Come, a suo tempo, aveva fatto Filomena
Marras, moglie di Redento. Perch quando si riceve un presente l'obbligo poi  di restituirlo. Che, detta
cos, sembra quasi che si faccia un regalo per riaverlo indietro, ma invece  solo che non si pu
spinzare un neonato arrivando a mani vuote. Qui il punto  che le occasioni vanno onorate. Onorate,
come Onore. E anche se uno non ha niente, qualcosa per l'Onore del battezzato, del comunicato, del
cresimato, degli sposi, del morto, lo tira fuori, magari facendo debiti com'era successo ai miei genitori.
E questo vale per sempre, perch  una di quelle cose che nemmeno si devono insegnare.
Chi sa le cose dice che il sale  la prova del mare che respira, per quelli a cui non bastasse di
sentirlo ansimare nelle notti autunnali. Ha un sapore che da solo non si pu sopportare.  cristallo,
gioiello fugace, solubile.
Lo zucchero  la prova dell'Eden. Il tesoro fatale. Quello che perdette Adamo. Per chi non
credesse che pu esserci felicit in terra. Dal dolce tutto l'amaro. Dal bene ogni male. Lo zucchero 
fiocco di neve dissolto.
Il caff  la prova che siamo centro e confine e dentro al confine c' un centro ancora e dentro a
quel centro un confine ancora. Il caff  chicco che viaggia trasportato dagli oceani, dove ancora ci
sono centri e ancora, ancora, inesorabilmente, confini. Il caff  dono del sudore di donne chine.  terra
bruciata polverosa.
Eccoli, tremendi frutti del sangue, per il viatico del neonato.
Le vecchie scarpe di mio fratello mi portarono dunque lontano, poco fuori Elni, nella tanca di
Redento Marras dove si teneva la festa. E la festa era un odore che ti veniva incontro, pi che il vocio,
pi che le risate... Era un odore di carne, quasi amaro, quasi dolce, che proveniva dal centro dello
spiazzo dove sonnecchiava un fuoco di braci. Custodi cucinieri facevano arrostire anzoni e porcetti
all'impiedi e si versavano da bere binu a rasu per affrontare il calore della fornace. Poi c'erano
ragazzine da marito che offrivano pistocos dalle ceste e donne mature, mamme di famiglia, che
versavano il caff fumante.
Ecco, tutto aveva un odore. Tutto s'espandeva all'intorno. Era un odore gustoso, che pareva
potesse saziare solo ad annusarlo...
Arrivammo alla casa. Filomena, la moglie di Redento Marras, ci fece sedere all'interno. Ci
disse proprio di sederci, che eravamo stanchi: tutta quella strada a piedi per onorarli era un onore
doppio, disse. Ma noi restammo in piedi, Filomena ripet di sederci. Io guardai mio padre. Mio padre
mi fece cenno di s e io mi sedetti. Filomena mi fiss, corrug le sopracciglia:
 Comp,  disse rivolta a mio padre,  ma questo non  Gonario!
Mio padre conferm col capo:
 Con tutto il rispetto, com, senza offesa, ma a Gonario ce l'abbiamo pastoricando e non lo
potevamo togliere dal lavoro, c'ha nove anni ormai e deve contribuire per la famiglia... Non potendo
portare Gonario ho portato Samuele...
Filomena mi squadr come se dovesse farmi il ritratto.  Si  fatto bello anche lui... 
comment rivolta a mio padre. Poi mi guard ancora:  Mangiato hai?  mi chiese. Io feci segno che
no.
E cos la festa.
Avevamo assistito alla moltiplicazione dei pani e alla trasformazione dell'acqua in vino. Il
pomeriggio se ne stava andando irroccato dalle urla dei giocatori di morra. E allora il padrone di casa
vers a mio padre un altro bicchiere e gli disse che visto che ormai faceva buio, e che, per la creatura, si
faceva tardi, con tutta la strada che dovevamo fare per tornare a casa, era meglio se restavamo l a
dormire.
 No est pro cosa, ma est tardu pro su pitzinnu...
Mio padre, cercandomi con gli occhi, trangugi il vino e disse che davvero era un disturbo
troppo grosso, e che comunque creatura non ero, e che lui a sette anni gi custodiva il bestimene di
don Benedetto Mulas.
 Itte pitzinnu e pitzinnu... Deo a s'edade sua...
 E allora,  lui disse,  comp, trattenetevi che  meglio, cos stiamo pi tranquilli tutti, date
retta una volta, il posto c'.
 Comp,  concluse mio padre,  gi lo sapete che non ci facciamo nemici per queste cose: non
ci sono ringraziamenti abbastanza, ma se non ci vede tornare Antioca si preoccupa... Davvero adesso
ci mettiamo in cammino e lunga vita al battezzato. Adiosu.
Cos mio padre, senza proseguire la discussione, mi fece il gesto di lasciare i giochi perch ce
ne stavamo tornando. Ci mettemmo in cammino verso casa, io con l'abito delle feste e con le scarpe
che erano state di mio fratello, e mio padre con la sbronza allegra.
Lungo la via del paese erano esposti i pregoni per i ricercati. Dai manifesti, quei volti
febbricitanti, come quelli che hanno i martiri, o i banditi per l'appunto, ci guardavano avanzare verso la
campagna. Vivi o morti che fossero. Mio padre cominci a dire di Giovanni Tolu, bandito
Epaminonda, che col battito del suo cuore aveva resistito all'assalto dei nuovi codici, come l'eroe
spartano contro i persiani. Si faceva scivoloso come la colobra quando la Forza pubblica cercava di
afferrarlo a mani nude. E aveva perdonato pi che condannare, altroch feroce e sanguinario. Lui. Tolu
Giovanni, da Florinas, si era fatto d'aria quando gli avevano gettato le reti addosso, e d'acqua quando
avevano cercato di stanarlo col fuoco. Lui, Tolu, il non morto, aveva messo radici, come un albero
secolare, nella nostra carne. Cos disse mio padre che l'aveva conosciuto gi vecchio.
Intanto la notte ci camminava incontro galoppando tra le querce di Santa Barbara e la luna
esplosa dal mare di fronte a Tortol. E strada ce n'era da fare! Tua madre non ci fa entrare in casa, disse
mio padre timbrando la terra asciutta col suo scarpone. Poi rise.
Era fredda la notte di san Sebastiano, martire della Fede, legato alla colonna e trafitto dagli
arcieri dell'imperatore. Che, disse mio padre, la giustizia abita le case dei ricchi. E la fede del pane
nero, quella dei semplici,  solo un racconto dimenticato.
Camminando nel chiarore secco della luna arrivammo alla casa di Emerenziano Boi, il bottaio.
Una luce fievole dalle finestre dell'officina ci disse che stava ancora lavorando. Mio padre buss tre
volte come fanno i pellegrini. Chiese dell'acqua.
 A quest'ora non apro a nessuno,  grid il bottaio dall'interno,  foste gli apostoli in persona,
non apro,  ripet.
Allora mio padre diede nome e patronimico, che lo riconoscesse:  Stocchino Felice di
Bernardo de sos de Crabile,  disse,  l'acqua  per il bambino che ha sete, stiamo tornando dal
battesimo dell'ultimo nato di Redento Marras, un bel bambino proprio, Dio lo benedica...
 Andate al rivo,  disse il bottaio.
 C' un'altra ora di cammino prima del rivo,  insistette mio padre.
 Per un'ora non  mai morto nessuno,  rispose quell'altro, e soffoc il lume.
Mio padre sput a terra. Ce la faccio, dissi io, ce la faccio, e gi m'incamminavo in direzione di
casa. Mio padre non si mosse, pareva aspettare qualcosa che sapeva non sarebbe mai accaduto. Poi
sput ancora a terra e, con la punta dello scarpone, fece un segno sul terreno davanti all'uscio della casa
del bottaio.
A raccontarla quella notte sembra poca cosa, che le notti non si possono raccontare. Non si
possono raccontarne gli odori acuti delle piante che si scrollano di dosso la luce del giorno appena
passato; l'odore delle bestie che vagano in cerca di cibo. N si pu raccontare il fragore delle bacche
che precipitano al suolo spinte gi dalla scossa dispettosa della tramontana. Persino il suono secco dei
passi nel tratturo martoriato dalle ruote dei carri  irraccontabile. Che ogni passo origina una nube di
polvere rossa come l'alito di Luziferru quando cap che stava precipitando. Ogni notte  immazine del
risucchio, una discesa soffocante, una memoria dell'abisso.
Camminavamo in silenzio, tendendo le orecchie per tentare di percepire l'acqua corrente della
fonte prima di arrivarci. Ero veramente assetato, ma non dicevo niente, temevo di far infuriare mio
padre...
Quella notte risuonava come una tettoia di latta, oltre le montagne, sul mare, al largo, il
Tumbarino eseguiva un temporale. Noi lo sentivamo in lontananza, ovattato, come fossimo due reietti
tenuti fuori dal cerchio della festa che sentono le risa e i balli. Quella tristezza cambia il mondo,
rovescia la terra come la mano di Dio che, scavando di taglio, raccoglie dal suolo un'immensa merda di
vacca. Come la lama di un vomere che forma onde di terra.
Ed ecco che vedemmo il cervo.
Mio padre camminava a testa bassa ruminando scontentezza. Avevo infilato la mano nella sua
tasca, lui me l'avvolse dall'esterno, manca ancora poco, sussurr. Il vino gli era spaporato dal cervello
e aveva lasciato spazio a un rancore sordo. Dalla sua mano sentivo il battito furente del suo cuore.
Nemmeno l'acqua, biascicava tra s, nemmeno l'acqua... Cos vedemmo il cervo. Lucente come una
pietra dura. Sentii che mio padre mi trattenne, alzai lo sguardo e lo vidi. Anche la bestia si volt e ci
guard come se sapesse di avere addosso la nobilt dei secoli, come se fosse un'anima messaggera. Vi
stavo aspettando, disse quello sguardo: tu Felice e tu Samuele, vi stavo aspettando. Dolore e sangue
raccont quello sguardo. In tutto simile a quello dell'arcangelo annunciante che preconizz le sette
spade a Maria Vergine.
Fu allora che mio padre mi copr gli occhi con la mano. Dentro a quel buio caldo conobbi il mio
destino: la solitudine, la morte degli affetti, il ringhio della vendetta.
Questo accadeva la notte del 20 gennaio del 1902. La mattina appresso, Gesuina Lndiri vedova
Boi, la madre del bottaio, usc dalla casa; teneva nella franda granaglie per le galline e bucce di patate
per i maiali. Un vento malefico non dava tregua, le fronde degli alberi fischiavano come scudisci. La
donna tent di bloccare il mucadore che le sfuggiva dalla testa per un colpo di vento, abbandon la
franda e il suo contenuto si sparse nel cortile, i semi baluginarono seguendo una spirale invisibile, le
bucce planarono per qualche istante prima di rotolare a terra. La vecchia Gesuina, che era poco pi che
un sacchetto d'ossa, fu quasi sbattuta al suolo, fece appena in tempo ad appigliarsi a un anello infitto
nella parete della casa, di quelli che servono per legare le bestie. Il mucadore vol via, ormai
abbandonato al suo destino. A capo scoperto come una penitente, con le gonne che le si appiccicavano
al busto, la donna si guard intorno: era una mattina viola. Si fece il segno della croce. Poi vide il solco.
Una S sul terreno.
III.
(Di quando Antioca scopre di essere incinta
per la quarta volta
e implora la Vergine di non avere altri figli)
15 agosto 1894, Antioca Leporeddu, moglie di Felice Stocchino, si alza di buon'ora. Lo sa bene
quello che ha fatto, e che ha lasciato fare, qualche notte avanti. E ha deciso di provvedere. C' un'aria
quasi fredda nonostante il mezz'agosto, ma per gli anziani proprio dall'Assunta si capisce come andr
la stagione fredda. Perci c' da aspettarsi un inverno con gli artigli. Quel cielo  di stagno, come la
superficie di un vecchio mestolo affumicato. Nemmeno gli uccelli cantano ancora. E la luna pare
disfarsi. Velata proprio come la Vergine.  un silenzio talmente pieno che verrebbe voglia di gridare.
Dalla stanza dove dormono i suoi figli non arriva un respiro. Tutti trattengono il fiato, la terra stessa
trattiene il fiato. E persino le foglie. Antioca pu sentire solo il battito del suo cuore. Sospira per
calmarsi, ma non serve... Ha aperto il baule dove tiene l'unico abito buono che possiede. Lo distende
sul tavolo della cucina come a mimare le spoglie di una cara estinta. Si lava con lo straccio inumidito
nell'acqua del catino. Si spoglia a pezzi perch si vergogna anche di se stessa. Lavata la parte
superiore, si sfila la camicia da notte facendola scivolare gi dalle cosce. Quando si toglie le mutande
vede qualcosa che non le piace: la pezza che ha tra le gambe  troppo pulita. Con le dita Antioca
Leporeddu, madre e moglie devota, si aiuta nel suo primordiale far di conto. Ma fuori da qualunque
matematica lei conosce le operazioni perfette della Natura. E allora deve fare quello che ha deciso.
Quando sveglia Genesia, che  la figlia grandetta,  gi vestita di tutto punto, con la treccia fatta
a curcuddu e il mucadore ben messo. Sembra quasi bella, Antioca, col vestito buono.
 Sveglia che c'hai da fare,  sussurra quasi gridando a Genesia.
 Eh?  Genesia la guarda come se non capisse nemmeno chi , per un istante si  fatta
l'immagine di una bella signora che le toccava la spalla.
 Eh, eh,  le fa il verso Antioca.  Io sto andando. Ti ho lasciato tutto in cucina.
Genesia ha le palpebre incollate come un micio.  Ma dove state andando?  sussurra.
 Devo fare una cosa, a tuo padre lascialo dormire, che non  sempre che se lo pu permettere.
Genesia fa segno di s, ma poi ha come un ripensamento.  Se mi chiede che cosa gli dico? 
domanda mettendosi a sedere sul letto.
 Digli che sono andata all'Assunta, a Orgosolo, con la gita del parroco.
 Mi avevate detto che mi portavate anche a me,  si rabbuia Genesia, capendo solo in quel
momento l'ora e il giorno.
 S, s, ma poi qui come si fa... Ti ho lasciato tutto pronto. Io stasera torno. E bada a tuo
fratellino che quello ti mangia in testa se lo lasci fare. E a babbo il formaggio nel brodo non glielo
mettere che lo sai che non gli piace.
Genesia fa cenno di s. Ha capito che in tutte quelle indicazioni della madre c' un'ansia
silenziosa.
 Lavatevi bene,  continua lei,  non come fate sempre che sembrate gatti.
Genesia ora  in piedi, dal pavimento le arriva il ritmo sonnolento della casa. Un'alba
pallidissima si sta preparando.
Antioca varca la porta come se stesse fuggendo da se stessa. Fuori da quei muri c' un'altra,
una che sa cosa fare. Dentro quasi nulla sembrava possibile. Ora, mentre si affretta per raggiungere il
sagrato della chiesa, tutto sembra vero. E giusto.
Il primo postale carico di pellegrine per l'Assunta  gi partito. Ma  rimasto il carro a buoi che
in cinque-sei ore massimo porta a Orgosolo per la processione. In nove salgono su quel carro. Antioca
 la decima.
La notte si dissolve che il carro ha da poco superato il lavatoio e forse  stata proprio ingoiata
da quello specchio d'acqua ronzante. Ora i suoni si sentono tutti: gli zoccoli ferrati dei buoi, ma anche
il cigolio delle ganasce metalliche aggiunte per modernizzare il carro e tentare di renderlo pi abile ad
ammortizzare le buche. Ma non abbastanza: quella condizione precaria, quel disagio, quel viaggio
scomodo, sembrano ad Antioca un assaggio dell'onnipotenza della Vergine che ha capito quale spada
la trafigge.
Comunque il viaggio  lungo.  un travaglio irraccontabile di scosse e ciottoli.  uno stridore
costante di fasciami metallici che corazzano il legno. Un sobbalzare infernale lungo la direttiva
nord-ovest.
 Prendiamo la tratta di Corr 'e Boe,  annuncia il padrone del carro e dei buoi. Il parroco
nell'emergenza l'ha svegliato in piena notte per chiedergli il favore di trasportare alla processione le
pellegrine lasciate a terra dal postale stracarico.  Da coprirvi ve ne siete portate? M che l attacca un
freddo del demonio. Che anche se  agosto l non cresce nemmeno una pianta.
Niente estate e primavera a Corr 'e Boe, dice la leggenda. Solo autunni e inverni.
Le donne dicono che s, che si prenda per quella strada se  la pi corta... Ma non  che ci sono
molte possibilit: o si tira verso il mare o si tira verso il monte. Nel primo caso si fanno una-due ore di
viaggio buono, poi cominciano dolori e sali e scendi e tratti in pendenza. Perch anche se si dice a
mare non  esattamente di mare che si sta parlando, ma di monti che si buttano fra le onde. E infatti si
viaggia in cima alle montagne anche se basta gettare l'occhio per vedere le spiagge. Nel secondo caso i
dolori sono costantemente distribuiti per tutto il tragitto. Come nella vita.  un salire lento ma costante,
poi una discesa dal poggio al piano, poi ancora una risalita...
Le donne dicono che s, che hanno da coprirsi.
Antioca sta guardando la terra che partorisce la luce. Ha un cruccio nell'anima che quasi la
soffoca.  sballottata nel gorgo degli arbusti asciugati da un gelo precocissimo; con l'odore secco di
foglie gi croccanti che si polverizzano sotto la pressione delle pesanti ruote e sotto gli zoccoli dei buoi.
 Peccato per il Rosario,  dice una.
 Eh, gi lo possiamo dire anche noi... no?  dice un'altra.
 Eja, ma con prete Marci era un'altra cosa,  insiste la prima.
 Oj oj...  interviene un'altra.  Non sta bene nemmeno per le anime di pensare queste cose.
 Eh, sto capendo quello che vuoi dire,   costretta ad ammettere la prima.  Ma io intendevo
che  un peccato che non si pu fare come l'anno scorso nel postale...  stato bello e il viaggio 
passato in fretta...
Le voci sono di api ronzanti. Ad Antioca tutto sembra estraneo. Ci sono due Antioche, questo
l'abbiamo detto. Ce n' una senza paura, che pu guardare quella paurosa come se le volasse a un
palmo dalla testa. Antioca alza lo sguardo sopra di s: la conversazione tra le altre donne, prima
animata, un po' per volta si perde nel silenzio.
E allora Antioca e Antioca cominciano a parlarsi.
Maledetta, dice l'una all'altra, ti sei fatta ingravidare come una pezzente. Che cosa pretendevi,
che fosse il maschio a sottrarsi?
Cagna! dice l'una all'altra. Cagna mille volte.
E brava, dice quella coraggiosa, cos ti sei fatta questo viaggio, ma tanto non ti serve a nulla,
che quando le cose sono scritte sono scritte e basta. Mica ci vuoi tu a cancellarle.
Se la Madonna vuole aiutarmi lo fa, volge lo sguardo pietoso verso di me...
La Madonna ha altro da guardare che non le cagne in calore...
No, no... La Madonna sente anche il battito, sente anche il sospiro, sente il fruscio... e si volge
a guardarlo.
Vergogna, vergogna Antioca Leporeddu, ti sei fatta fregare come un sorcio... Eh eh eh.
Antioca fa un gesto come a scacciare quella risata. Le donne sul carro la guardano incuriosite.
 Lei, Nostra Signora, lo sa cosa chiediamo in cuore,  dice all'improvviso per rispondere a una
domanda non fatta.
 Amen,  annuiscono le donne.
 Copritevi bene che non voglio problemi,  ordina l'uomo alla guida del carro.
Antioca e le altre donne si coprono il capo e si avvolgono i lembi dello scialle intorno alla
bocca.
Se Dio vuole stanno zitte, pensa l'uomo alla guida.
Al tepore del proprio fiato i pensieri si amalgamano senza soluzione. Una sonnolenza testarda
acchiappa le palpebre. Il dondolio del carro mette a dura prova la schiena, e la testa sembra impossibile
da sostenere. Col mento abbandonato sul petto Antioca ha lasciato se stessa...
Di altri figli non ne voglio, non ne voglio. Voi lo sapete perch sono qui, Madre Santa. Voi sola
lo sapete. E se potete vedermi, se volete vedere me nell'immensit delle anime che v'implorano, allora
esauditemi, che un altro figlio ancora no, proprio no...
E la Vergine Santa, proprio identica a quella della Parrocchiale di Arzana, ma senza i gioielli
offerti dai fedeli, si siede accanto a lei sul carro e le cinge le spalle col braccio. Antioca sente un calore
che si diffonde fino ai lombi.
Io ci sono, dice la Vergine, e fra l'immenso numero delle anime imploranti ho scelto proprio te,
Leporeddu Antioca in Stocchino. E ti ho scelto per dirti che ancora tre spade ti trafiggeranno. E per
dirti che questo figlio che porti in grembo sar il tuo penare e il tuo gioire. E per dirti che per questo mi
sei cara, creaturina mia sofferente prediletta. E per dirti che mi  caro persino questo tuo dubitare, e
questa tua rabbia pure.
Creaturedda iscaminada
in su bentu 'e su destinu,
a ti torrare in caminu
deo pro custu so falada,
recita la Vergine che, perennemente infiammata dalla Pentecoste, sa parlare tutti i linguaggi
parlabili.
Antioca piange piano nel sonno. Le donne sul carro la guardano e scuotono il capo.
E perch farmi mettere al mondo altre creature sofferenti? chiede.
La Vergine sorride, diventando in tutto identica all'immagine del vecchio messale rilegato e
illustrato. Sorride: animella, povera di spirito, ti amo e mi sei cara... Io sono qui perch tutto ha un
senso, sono qui per dirti che fai parte di un disegno perfetto. Certo, Leporeddu Antioca in Stocchino,
nell'immenso dipinto tu sei la punta, della punta della punta, dell'ultimo lembo del pi minuscolo filo
d'erba di un prato immenso, che  comunque a sua volta piccolissimo. Intesi, creatura mia sofferente?
Nel sonno Antioca sembra fare di s con la testa.
E allora, dice la Vergine accarezzandole la nuca, vai e non volere quello che vorresti, ma cerca
di volere quello che ti  stato assegnato. Vai e accetta il calice che ti viene offerto, che il mondo senza
quest'accettare incondizionato sarebbe solo un posto di morti che camminano... Ecco, ora ti soffio
l'orecchio come l'Arcangelo guerriero fece con me. E questo soffio  un'anima che si posa dentro alla
tua carne. Ora tu sei la figura della vita, creatura sofferente, sei figura della nostra parabola su questa
valle di lacrime: quella che noi chiamiamo vita non  nient'altro che una breve ospitalit nell'utero
della terra. Nascere  tutto il resto...
Quando Antioca apre gli occhi il carro sta svoltando verso Orgosolo da Pratobello. Pellegrini a
cavallo si affrettano verso il santuario dell'Assunta.  una giornata pallida, il sole  coperto da un cielo
compatto. Nell'altopiano pascolano greggi silenziose. Si scende verso il costone, quasi una rocca di
granito dov' appollaiato il paese grigio. Ora che la folla si sta radunando bisogna lasciare il carro e
proseguire a piedi.
Si procede dunque per assistere al passaggio della Vergine Dormiente, assunta al cielo dopo un
sonno profondo che  morte, ma solo in superficie, perch la morte non esiste. Si assiste all'esposizione
e al trasporto perch ognuno possa vedere e piangere. E stabilire di quale porzione del grande disegno
faccia parte. Che lamentino e ricordino pure! Come tutti i giorni si cibano di carne e sangue, cos,
durante il rito, seppur consumato in fretta, l'istante del passaggio appena, debbono rammentare da
quale nodo mistico quella carne e quel sangue sono scaturiti. E forse chi deve rammentare non
rammenta, e forse  solo gesto e sguardo: il lembo del velo che copre la statua dormiente; il celeste del
mantello; il candore della tunica... E forse sotto i veli dell'anima il corpo occupa uno spazio esuberante
e pesa sulla terra. Ma questo  nel teatro dell'uomo. Alla morte, che non esiste, non ci si avvezza,  un
dolore costante millenario che ha scavato linee profonde nella roccia che siamo. Forse perch al
pubblico trasporto, al pubblico pianto, sempre muto, si accompagna il proprio dolore e il proprio
pianto. Per questo si vuole ricordare, per non dar ragione all'irragionevole. E l in processione, l nel
teatro della compassione del corpo martoriato, nell'abbraccio ai figli dolenti, l posiamo il fardello.
Muori per noi, gridiamo in silenzio. E potremmo sostenere, camminando come se danzassimo, il fianco
della folla lamentosa che, a tutte le latitudini, piange allo stesso modo.
Quando il simulacro della Vergine Dormiente le passa accanto, una brezza leggerissima le
scosta il velo dal viso. Antioca si sistema una ciocca di capelli dentro al bordo teso del mucadore, poi si
accarezza il ventre...
IV.
(Qualche premonizione sul nascituro e qualche diceria)
Che lo chiameranno Samuele l'ha deciso prete Marci:
 Samuele fit unu balente 'e Deus. Ca sa chistione fit chi cada borta chi su Ppulu de Israele
non manteniat su Pattu chi ajat fattu chin Deus, de Lu tennere in contu supra 'e tottus, Deus lu fachiat
iscrabu de ttera zente finas a cando non si nde penetiat. Tando, colau carchi annu, Deus, chi est bonu
meda, si cummoviat pro sos fizos suos iscrabos e lis ammentabat chi unu Pattu est unu Pattu e li
mandabat unu balente prenu de s'Ispiritu Santu, pro los liberare. Su menzus de tottus sos balentes fit
propriu su profeta Samuele. Deus l'aiat nau de andare a muttire su re chi Issu aiat isseperau pro su
Ppulu suo. E gai Samuele at postu s'ozu santu in conca a unu zovaneddu chi si muttiat Saul. Ma custu
Saul no fit pessone 'e gabbale: si crediat cosa e si ch'est irmenticau chi Deus l'aiat fattu re... Tando
Deus at zirau torra sa cara a un'ttera ala e su Ppulu suo est finiu un'ttera borta in iscrabitudine.
Tando cussu cant' 'e pane de Samuele precat a Deus chi torret a pompiare sa zente sua, ca est troppu su
male colare de cussos poverittos chi ana irmenticau su Pattu chin Issu. E Deus, chi est meda bonu, si
cummovet pro tottus cussos mines e fminas e pitzinnos e pitzinnas. E narat a Samuele de si
ch'iscampiare a Betlemme pro chirchare unu pitzoccheddu meda bravu chi est unu pastoreddu e li
naran Davide... Eja... cussu de Golia, ma custu est un tteru contu... T'appo contau cust'istoria pro ti
narrere chie fit Samuele: un mine bonu e meda, meda caru a Deus... Bie tue si ti paret cosa de
nudda...
Felice abbassa la testa, e martoria il bonette:
 Con rispetto,  sussurra.  Ma noi avevamo pensato di chiamarlo Basilio.
Prete Marci allarga le braccia:
 Lo capisco,  conviene.  Vuol dire che se  femmina la chiamate Basilia come la nonna
buonanima... Ma se  maschio il nome  Samuele.
 E chi lo sa se  maschio o femmina... Ci dispiaceva non onorare a socra...
 Guarda che tua suocera da lass capisce tutto, sar per il prossimo figlio,  ribatte ispirato
prete Marci. Poi, dopo qualche secondo di silenzio, vedendo il viso neutro di Felice, cambia tono:  E
cos' questo, l'ultimo figlio che pensate di fare? Non cherjat Deus!  tuona.  M che la procreazione
non  certo roba tua, Felice Stocchino!
 E scrivetemelo su un foglio, questo nome, che non me la voglio faddire con l'impiegato del
Comune,  si arrende Felice.
Il 20 maggio 1895 prete Marci pu scrivere bello chiaro, per l'impiegato dell'anagrafe:
SAMUELE STOCCHINO.
Quando Samuele nasce sua nonna Basilia, madre di sua madre,  morta da cinque mesi. Proprio
la notte della vigilia di Natale. Antioca ha fatto il lutto silenzioso fino al trigesimo, vestita di nero dalla
testa ai piedi, e cos anche le due figlie grandette Genesia e Ignazia. Ha preparato fascia e bottone nero
per Felice e anche per Gonario. La consegna del silenzio  quasi una benedizione: per il poco tempo
che la malattia ingorda c'ha messo a portarsi via Basilia, lei Antioca non ha fatto altro che parlare.
Fuori casa a sentire di strane inappetenze simili a quella che improvvisamente ha colpito Basilia. In
casa con le comari a spiegare che una mattina per la prima volta la donna anziana ha detto non sto
bene. In chiesa a pregare di farla guarire o perlomeno di concederle il tempo di vedere questo nuovo
nipote che cresce e prospera; poi capisce che  pi realistico chiedere che almeno le venga concesso il
tempo di passare le feste. Ha parlato come non ha parlato mai, Antioca, per fare in modo di
sopravvivere al terrore amarissimo che l'avvolge. Ha parlato e parlato persino tra s e s, a ricordare
delle tre spade preconizzate in sogno dalla Vergine.
Quando si parla cos si parla per dare un senso allo smarrimento. Si parla anche per colmare il
vuoto che l'angoscia ti scava dentro.
Cinque mesi prima, dunque...  la vigilia di Natale.
Il dottor Milone sa di una fragranza mai sentita, come una specie di santit lieve, mentre
avvicina il volto angelico e maschio di un san Michele che abbia fatto il sacrificio di visitare la
moribonda anche nel giorno di festa. Organizza un sorriso per farsi largo fra le ciglia foltissime di
Antioca che non implora, quasi non chiede. Solo pare pensare. Solo pare una pellegrina penitente
davanti alla statua marmorea del santo. Ma poi non  detto che sia marmo tutto quel lucore emanato dal
medico, potrebbe trattarsi di un riverbero naturale che si beve la luce e poi la diffonde cotonosa. Quella
figlia non chiede il miracolo. Antioca chiede una proroga, lo sa da sempre che  inutile chiedere una
grazia quando la condanna  stata stilata. Ma  la Vigilia, oggi non potrebbe essere giorno di miracoli?
No no, oggi mi sa che sarebbe proprio un giorno adatto per la buona morte. Cos quanto resta da dire al
dottor Milone  consigliare che mangino sostanzioso. Ma non sa dire di che sostanza esattamente
debbano nutrirsi a casa Stocchino. Allora, con l'impazienza modesta di chi sa le cose, il dottore si china
ancora una volta verso la malata che ha quasi cessato di respirare, le sfiora la mano: ma Basilia  persa
in un altrove da cui non si pu tornare indietro. Il dottor Milone si dirige di nuovo verso Antioca. Nella
stanza c' un silenzio innaturale, perch si capisce che quello  uno spazio abitualmente pieno di voci.
Ma ora i figli sono stati allontanati: Gonario e Ignazia al pascolo, Genesia a servizio dal notaio
Porcedda. Ora Felice se ne sta da parte muto, tutto pronto a scappare quando arrivano le donne perch
bisogna cambiare la moribonda. Ora che la casa  diventata un'anticamera per il congedo, un
purgatorio in terra: ora c' silenzio. Ah, un silenzio che  gi morte.
Il dottore non si arrende: che provino a santificare l'attesa, che si facciano il regalo di una
tregua... Tanto per stanotte non si muore, azzarda il medico con un sorriso. Antioca risponde con un
cenno del labbro. Restano secondi lunghissimi uno di fronte all'altra, finch il santo guaritore non
raddrizza il collo per congedarsi. Mentre va via sente lo sguardo della donna appiccicato alle spalle, ma
non si volta.
Felice se n' rimasto l in piedi per un po', voleva vedere se il dottor Milone si sarebbe voltato a
guardarlo prima di sparire oltre l'uscio. Ma niente. Forse piangere e implorarlo avrebbe dato un senso
alla sua giornata, magari a urlare e buttare tutto all'aria poi uno si sente pi leggero. Ma Felice
leggero... mai. A dispetto del nome, lui addosso c'ha il peso di secoli. Per lui dice tutto il silenzio. Che
parla anche quello, ma bisogna saperlo ascoltare. Per lui il silenzio  come una persona che ti guarda
sempre, che non ti toglie mai gli occhi di dosso. Se rubi, per esempio, il silenzio ti guarda. E non fa
niente se non parla. Il punto non  che possa riferire a qualcuno quello che fai. Il punto  che ti guarda e
gli occhi del silenzio sono tremendi! Non sono amabili come quelli del dottore che invece ha parole per
dire le cose. Ma una donna che ti  cara, consumata da un cancro, come si dice? Eh? E poi tutto il resto,
tutto il resto... Anche l l'ha seguito il silenzio, nelle ore di disperazione con Antioca che diventa triste
de repente, e poi questa creatura che sta per venire al mondo. Tutto troppo difficile. Anche se proprio
attraverso il silenzio Felice capisce che c' un disegno preciso in questo tribolare: magari a raccontarla
per bene, a scandirne ogni sillaba, a chiamarla per nome, ogni cosa diventa improvvisamente pi
facile... Ma valle a trovare le parole giuste.
Ad Antioca sembra che ora, seduti l'una di fronte all'altro, nel tavolo della loro cucina
silenziosa, siano pi soli che mai lei e Felice. Peggio che nel corridoio vuoto di un ospedale a Nuoro
lontani da casa o, peggio, a Sassari, che  all'altro capo del mondo. Molto pi soli ad abitare questa
parvenza di normalit. Nella sofferenza delle stanze dei moribondi ci si sente talmente immersi nel
fango della pre-morte che quasi pare di essere felici. Ma fuori da quelle stanze tutto  gi stato, oppure
non . E allora vuol dire che il problema non esiste. Quel purgatorio  quanto di peggio possa accadere,
quasi peggio delle settimane di attesa del referto medico che decreta la fine. La Fine che ha un volto
bellissimo, e uno si direbbe che non dovrebbe mai, mai, mai finire. La Fine che ha una voce flebile,
appena il fiato per pronunciare positivo oppure negativo. Quella fine l ha il volto di una risposta,
come dire che il lunghissimo ponte sospeso che stai attraversando  finito. L'orrido incerto superato.
Superato il flessibile percorso oscillante. La Fine  che non si fa in tempo a gioire per la risposta che
gi devi affrontare la realt. Forse  per questo che ad Antioca viene in mente che ogni cosa ha un fine
che  maschile e solido. Mentre la Fine  femmina. Tutto ha un fine, dice a se stessa... La Fine ha un
fine. E pi in l non si pu andare.
Comunque Samuele nasce a maggio che  il mese di Maria. Mese di rose e di matrimoni. Di
fioriture. Di primavera piena, per chi pu permettersela. Pesato con una stadera per le patate, il neonato
risulta essere di due chili e nove, che, trattandosi di maschio, non  un gran peso. Ma  sano, Dio sia
ringraziato, e vorace che titta fino a far male, demonietto. Ha gli occhi furbi di un particolare tono
ambrato che sembra miele di corbezzolo. Antioca lo guarda come si guarda uno che si teme. Lo sa lei
perch. Lo sa lei...
E magari  per questo che Samuele cresce un po' viziato. Per quanto si possa crescere viziati in
una famiglia poverissima.
Samuele e sua madre sono impegnati in un discorso ininterrotto. Sembra quasi che lei ogni volta
che lo guarda ricordi con quanta tenacia ha tentato di rifiutarlo, e sembra che lui voglia ricordarle
quanto, altrettanto tenacemente, ha voluto sopravvivere.
Quella volta che Samuele aveva due anni ed erano andati al lavatoio, per esempio. Ignazia se
l'era portata via la gastroenterite da pochi mesi. Samuele aveva una testa di ricci come un principino,
pulitissimo e curato. Antioca se lo tirava dietro tra le gonne, il cesto della biancheria in equilibrio sulla
testa e il portamento che ne consegue. Una cariatide e un piccolo Cupido. Samuele era grandetto ben
fatto, delicato, ma non gracile. Insomma, il bambino si mette a giocare molto vicino a un punto
scivoloso, la mamma lo riprende, lui si volta a guardarla. Quello sguardo gela tutte le donne.  uno
sguardo di pena e di rimprovero.  lo sguardo di un vecchio che ha una lunga storia da raccontare.
Annca Tola, che sa vedere dentro al petto delle persone, lo squadra e poi si segna.
Durante il ritorno a casa Antioca non dice una parola, Samuele sembra tornato il bambino che ,
anzi, forse, che ancora non . Quell'istante in cui dal suo sguardo si  espresso il rancore dei secoli
sembra definitivamente dimenticato. Ma Antioca non dimentica e, mentre torna a casa con Samuele
ultimo nato, mastica un'inquietudine indigesta.
Passano due o tre giorni, chi si ricorda pi, prima che, proprio davanti al cancello del cimitero,
Annca Tola, vedendo che Antioca  sola senza il bambino, la fermi per parlarle.
Per le anime del Purgatorio e per tutti i santi intercessori, le dice, io ho visto. Antioca lo sa che
cosa pu vedere Annca, lo sa perch altre volte, quando  capitato, ha potuto constatare che davvero
c'ha il dono. Per questa volta non vuol sentire. Ma Annca insiste:
 Sorre cara,  dice.  Ascurta, non ti serres sas uricras e sa conca.
Infatti Antioca si sta chiudendo le orecchie con le mani, come una bambina che ha paura di una
rivelazione troppo grande. Per Annca ha detto bene: le orecchie pu tapparle, ma la testa no.
Quel bambino c'ha il cuore a forma di testa di lupo, dice all'improvviso Annca, c'ha il cuore
spigoloso come quello degli assassini. Antioca le punta il dito contro, ma lo sa che sta combattendo una
battaglia gi persa. Annca ha visto un cuore a forma di testa di scimmia dentro al petto di Filippo
Tanchis e infatti non c' voluto tanto a capire che era matto. Ha visto un cuore a forma di pesce dentro
al costato di Elne Cancellu e infatti era minorata. Una volta, quando era ragazzina, ha visto anche il
suo cuore, mettendosi di fronte allo specchio, e ha notato che aveva la forma di brocca, cos ha capito
che c'aveva quella maledizione l.
 Sorre cara, mancu Deo so cuntenta. Maleitta s'ora ch'appo cumpresu chi bidio in sos coros de
sos pitzinnos.
Ma Antioca non si arrende, continua a negare e pi nega pi le sembra evidente che Annca ha
ragione. Del resto come potrebbe essere diversamente? Lei ha pregato perch quel bambino non
nascesse:
 Pro naschire in tottu custu disaccattu bi cheret abberu unu coro 'e fera!
Annca fa segno che no, che queste cose non succedono per disegno degli uomini. Non si faccia
grande, Antioca. Le cose dei figli non dipendono dalle madri,  solo una questione di numeri. Dio
sparge i cuori a forma di testa di lupo, di scimmia, di pesce dentro ai petti di certi umani, perch sono
cuori senza scelta, col destino scritto. Delinquente, pazzo, minorato. Cos a tutti gli altri, quelli che
hanno il cuore a forma di pugno, risulta chiaro quanto fortunati siano a poter scegliere. Poi a qualcuno
Nostrusegnore gli d la maledizione del cuore a forma di brocca che  quello peggiore di tutti, quello
che raccoglie e versa, quello che contiene ma non pu star chiuso.
Ora il cielo  tagliato a met: piombo da una parte, azzurro dall'altra. Il sole  defilato a
costruire una penombra senza sfumature.
Annca estrae un sasso liscio di fiume dalla tasca della franda: il cuore di tuo figlio non  pi
grande di cos, dice, mostrandolo ad Antioca.  un cucciolo, ancora balza senza controllo, non sa la
forza che ha...
Che cosa devo fare? chiede Antioca.
E che cosa devi fare, sorre cara? replica Annca scuotendo il capo. Nascondi questa pietra in un
posto che sai tu e finch rimane nascosta il cuore non cresce, le zanne restano denti da latte, gli occhi
sono buoni...
Con quale pena Antioca s'incammina verso casa non si pu spiegare. Le  bastato sollevare lo
sguardo per vedere che il cielo  diventato tutto livido, viola come una contusione.
Quindi se ne torna verso casa, Samuele sta giocando nel cortile,  piegato a guardare un bruco.
Antioca entra facendogli appena un cenno. Si dirige verso la camera dove c' il baule che era stato di
Basilia, buonanima, lo apre, scava fra la biancheria semplice per infilarvi il sasso di fiume che Annca
le ha lasciato. Sotto la biancheria, conservata tra fogli di carta velina, ci sono la franda e lo zippone
delle feste: Antioca dispone il sasso sotto lo zippone che  quasi in fondo al baule, ma prima degli
asciugamani di lino... Poi deve richiudere in fretta perch dal cortile Samuele piange e Genesia grida...
Nel cortile si  consumata una tragedia: Samuele ha schiacciato il bruco e l'ha lanciato, morto,
tra i capelli di Genesia che, come un'indiavolata, cerca di scrollarselo di dosso. Samuele ride la risata
del mondo. La risata bellissima di un bambino di due anni...
Ma quella notte Samuele fa un sogno terribile. Anche se  troppo piccolo per fare sogni del
genere.
Si tratta di una bestia, un grande uccello col collo lungo e peloso. Brutto come il demonio. Ha
due zampe rugose e un corpo rotondo e piumoso. Brutto per dir brutto. Ed  un uccello che non vola,
perch nel sogno, Samuele non pi bambino, ma adulto, lo insegue, ma quello corre e non vola.
Samuele  solo in mezzo a un campo,  un uomo, ma  anche il bambino che sogna. A un certo punto la
bestia gli parla: sarai serpente e colobra, gli dice. Sarai glorificato e martirizzato. Sarai demonio, Satana
maledetto. Sporco di sangue e puro come un giglio. Questo gli dice.
 Chi sei tu?  chiede Samuele adulto.
Ma quella bestia lo guarda, ha un becco largo e gli occhi sporgenti...  come un mostro marino,
ma di terra... Cos . Insomma lo guarda e, senza muovere il becco, gli dice che lui di domande non ne
pu fare, che tutte le domande sono finite.  finito tutto quello che pu chiedere.
 Ma io non dico niente e niente chiedo,  sussurra Samuele.
 La tua stessa vita  una domanda,  dice la bestia facendo roteare gli occhi che sono come due
biglie di vetro troppo grandi per la sua testa. Ha una linguetta guizzante come un verme violaceo... Poi
gli si avvicina come se volesse beccargli la faccia... Ah...
Arrivato a casa dalla festa del battesimo Samuele non riesce a dormire. Accompagnati dalle ire
tremanti di Antioca, i due pellegrini sono stati restituiti dal buio alla tiepida fiammella del focolare. Gli
altri in casa dormono tutti. Felice non ce la fa proprio ad affrontare la disperazione querula di Antioca,
senza ascoltarla si dirige verso il letto. Poi, per il pochissimo tempo che gli resta, crolla in un sonno
inquieto; non ha parlato con la moglie della faccenda del bottaio e dell'acqua rifiutata. Samuele guarda
ma non parla. Per Antioca il suo sguardo  rimasto quello tagliente del lavatoio. Per Antioca Samuele 
come una voragine profondissima, lei vorrebbe abbracciarlo ma aspetta un'autorizzazione dai suoi
occhi. Lo abbraccer se lui vorr.
 Vai a dormire...  gli dice.
Samuele si sfila la maglia e si toglie le scarpe.
Ora  solo nel suo letto in cucina. Intorno a lui, finalmente, la casa respira il riposo intangibile
dei corpi sfiniti. E il buio di una luna nera lancia strali di cani arrajolati e uccelli insonni e furetti tra le
tuppe e mariani a caccia...  un buio che brulica come un barattolo di lombrichi. Quel silenzio, che 
regno di attese, di fruscii e di vibrazioni, di scatti e di soffi, gli riempie la testa di pensieri. Non ha
nemmeno abbastanza parole per dire quanto andrebbe detto, ma per quanto pu saperne lui, tutto, tutto
 stato gi detto. Samuele di quella certezza ha solo la coscienza muta, cieca, sorda. E allora, per
cercare una chiave che possa aprire lo scrigno misterioso che contiene tutto quanto  gi stato, Samuele
si mette a sedere sul davanzale della finestra in faccia al lutto della luna. Ha sette anni. E ha tantissime
domande, ma la bestia del sogno, tanto tempo prima, gli ha detto che lui domande non ne pu fare...
Il davanzale  basso, basta un piccolo salto, sei o sette passi e la campagna t'inghiottisce.
Questo accadeva la notte fra il 20 e il 21 gennaio del 1902.
La mattina appresso, Gesuina Lndiri vedova Boi, la madre del bottaio, usc dalla casa; teneva
nella franda granaglie per le galline e bucce di patate per i maiali. Un vento malefico non dava tregua,
le fronde degli alberi fischiavano come scudisci. La donna tent di bloccare il mucadore che le
sfuggiva dalla testa per un colpo di vento, abbandon la franda e il suo contenuto si sparse nel cortile, i
semi baluginarono seguendo una spirale invisibile, le bucce planarono per qualche istante prima di
rotolare a terra. La vecchia Gesuina, che era poco pi che un sacchetto d'ossa, fu quasi sbattuta al
suolo, fece appena in tempo ad appigliarsi a un anello infitto nella parete della casa, di quelli che
servono per legare le bestie. Il mucadore vol via, ormai abbandonato al suo destino. A capo scoperto
come una penitente, con le gonne che le si appiccicavano al busto, la donna si guard intorno: era una
mattina viola. Si fece il segno della croce. Poi vide il solco. Una S sul terreno.
La mattina seguente sul letto in cucina non c' traccia di Samuele. Per quanto lo chiamino non
risponde. Il nome Samuele echeggia abbracciato dai quercioli e dagli olivastri. Felice e gli uomini si
stanno appilicando sulle rocce allisciate dal gelo. Si sono spinti fin quasi ai piedi del monte Idolo... In
paese Antioca e le donne stanno bussando alle porte. Furenti e impazzite si portano addosso la pena
delle madri e il disappunto delle nonne.
 Come avete potuto lasciare incustodito un bambino, vergini distratte, madri sciocche! Ah,
maledette!
 Che bambino e bambino!  s'infuria Felice nella furia della ricerca.  Che io all'et sua... Ma
quando mi entra in mano...
E mentre Antioca mastica l'umiliazione della madre irresponsabile, Felice sogna lo scudiscio,
che gliela fa vedere lui a quel disgraziato... Intanto si cerca dentro ai crepacci e nelle radure...
Si cerca nelle grotte impestate da un'aria amara come cicoria. Si cerca casa per casa, con un
crescendo di disperazione molto simile alla rassegnazione.
Samuele. Quel nome spezza il silenzio, e spezza il petto in due. Come se il cuore fosse una
pagnotta da condividere.
 Maria sempre vergine, Madonna del cielo...  sussurra Antioca, ma senza implorazione.
E bussa da Caterina Frangipane, e da Nicchedda Sale, e da Gerolama Filigheddu, e da Luisedda
Pische... E tutte, come una sola persona, si segnano strette strette tra il naso e il mento. Ma no che non
hanno visto a Samuele. Possono chiedere comunque... Che dolore, che croce! Poveritta, con quel
figlio.
Antioca arriva assagadada alla casa di Annca Tola che la sta aspettando sulla soglia.
 Sorre cara, sorre cara,  ripete. Sta assistendo a un teatro che conosce bene, ne ha visti
talmente tanti lottare contro il proprio destino che non sa nemmeno contarli.  Conservata bene l'hai, la
pietra che ti avevo dato?  chiede ad Antioca.
La donna fa cenno di s, poi ci ripensa e corre a casa. Raggiunge il baule e sposta gli indumenti
buoni salvati dalla nstala con ciuffi di lavanda ed erba cipollina. In fondo, sotto lo zippone, il sasso di
fiume c', ma si  spezzato in due.
Intanto Gesuina Lndiri, impazzita, cerca di cancellare dal terreno il solco fatto col piede da
Felice Stocchino. Ma non c' modo, sembra che quel segno si sia incancrenito nello strato roccioso
sotto il terriccio.
Il bottaio, vedendola carponi a grattare il suolo con le unghie, la raggiunge, l'afferra per farla
alzare, ma la vecchia madre non ne vuol sapere.  L'as intesu su bentu?  chiede.
Emerenziano Boi, bottaio da quattro generazioni, dice che s, che si  trattato di una tempesta
passeggera, temporada, che  tutto passato. Ma Gesuina si scuote per sfuggire alla presa del figlio e
dice che no, che non  tutto passato, che tutto sta per cominciare.
V.
(Samuele nell'abisso)
Le pareti di roccia definiscono un nastro di cielo. Samuele lo guarda, cangiante, sopra di s.
Non lo sa perch ha fatto quel salto, perch si  lasciato chiamare dalla notte. Senza le scarpe ai piedi
ha attraversato roveti e rocce puntute. Poi un nulla scurissimo se l' mangiato vivo. Come quell'agnello
che ha messo un passo in fallo, nel suo andare cieco, ha improvvisamente sentito il vuoto sotto di s.
Precipitare  stato l'esatto contrario di quello che avrebbe pensato: piuttosto che scendere  stato salire.
Ha sentito la superficie dei graniti sfiorargli il viso, allungando le braccia ha tentato di mimare un volo.
 stato terribile e magnifico.
Si  aperto il terreno e devo esser caduto, poi di altro non  che mi ricordo. Voci non ne sentivo,
che mi hanno detto che tutto il paese mi cercava, ma mi devo essere addormentato, forse. Chi lo sa?
Avevo sette-otto anni, forse, e non era stata una buona notte quella. Babbo e mamma avevano avuto
parole perch avevamo fatto tardi e poi c'era stata la faccenda di Boi che non c'ha voluto dare l'acqua.
Brutta notte davvero, scura scura. E poi ho saltato dalla finestra e ho fatto un passo. C'avevo il buio di
fronte, ma non avevo paura manco per niente. Sono andato avanti, ma non per andare in qualche posto,
facevo come il cane da punta e seguivo il naso: l'odore di notte. Che  freddo e ha il sapore
dell'acciaio.
Una volta aveva appoggiato alla lingua la lama della leppa e aveva capito che quello che sentiva
non era un sapore, ma un odore. L'odore della notte, appunto. E forse per quel motivo si era lasciato
ingannare, irretito da qualcosa di familiare. E si era spinto nella campagna. Certo, quella notte aveva un
odore che era il sapore del suo coltello. Dentro a quel buio la vegetazione si alzava, gli sterpi
risuonavano rinsecchiti e congelati. E il terreno sotto ai piedi scalzi si frantumava come pane carasau.
Samuele non saprebbe dire quanto ha camminato, sa solo che l'alba si  affacciata dietro al
costone proprio quando con lo sguardo rivolto al cielo seguiva le urla e le imprecazioni di un nibbio.
Come sono caduto non lo so. E non so proprio quando mi sono fermato. Io so solo che in quel
gorgo si calava lentamente come annegare nell'aria. E poi mi sono fermato. Un ginepro cresciuto in
una crepa mi ha trattenuto. Avevo male al polso ma potevo muovere le gambe e la testa. Sotto di me lo
sprofondo era senza limite. Sopra di me il cielo era un filo sottile. Per quanto tempo sono rimasto a
guardare in alto, per quanto tempo?
Quando si affacci il cervo lo scuricore stava per tornare, ma forse dormivo sfinito dallo
spavento, comunque si capiva dalle corna che doveva essere un cervo. Mi guard sporgendo la testa
dentro la voragine, poi un tuono lo fece scappare. Si affacci anche una volpe. In cielo suonavano
tamburi e trichetrac... Uno squadrone di nuvole avanzava marciando, e tuoni davano ordini d'attacco...
L sopra, si stava combattendo una battaglia. Questo accadeva quando si affacci il cervo. Poi fu la
volta della volpe e del cinghiale che volevano sapere il come e il perch, e poi ancora la volta della
pecora e della capra che volevano dare consigli.
L sopra, si attaccava all'arma bianca... Gli zoccoli di un asino selvatico e le unghie di un gatto
agreste smossero, e mi buttarono addosso, sassi come grani di sale.
L sopra per un giorno e una notte avevano cercato Samuele interrogando gli alberi e le rocce.
Totore Cambosu con la doppietta in spalla cammina e racconta che non  molto che si  persa pure la
figlia piccola di tziu Antoni Palimodde... Mariangela si chiama la bambina. Ne avevano sentito? E gli
altri uomini a dire che s, che l'avevano sentito anche se non avevano partecipato alle ricerche. Ma
qualcosa di brutto c', commentano gli uomini mentre la campagna se li ingoia.
Arrivando ai piedi del monte la roccia comincia a creparsi, le mattas di corbezzolo crescono
dentro la pietra e si allargano, prendono posto con la calma dei secoli. Quelle che crescono dentro i
crepacci, dice chi sa le cose, sono le stesse bacche che qualche legionario romano aveva masticato per
sedare i morsi della fame quando si era perso in quel niente disperato.
Insomma, Mariangela Palimodde se la sono persa da quelle parti che sar meno di un mese, ma
ormai non la cercano neanche pi.
Alla seconda notte i cinghiali, i gatti selvatici, tutte le visioni hanno smesso di visitarlo.
Samuele nell'abisso sospeso nel crepaccio pu vedere solo i lembi di roccia che venti, trenta metri pi
su, lasciano passare luce e buio, poi un occhio di sole che penetra, poi un murmure ventoso che muove
la polvere, poi un nero che  niente di niente, dove transitano migliaia di stelle. Samuele sospeso al
centro del crepaccio abbracciato da un ginepro impazzito di solitudine, che ora lo tiene stretto e non
vuol lasciarlo andare.
La terza notte quello che gli sembra di vedere  una luna gonfia che prova a raggiungerlo al
centro del crepaccio. Una luna sfacciata troppo grande per quella gola...
Forse Samuele pens che piangere significasse essere ancora definitivamente vivo... La fame se
lo mangiava dall'interno, pi che la sete. Cos il suo pianto assomigli a quella luna: enorme, gonfio. E
quasi gli sembr di star meglio finch non sent una voce. Ma non era una voce, era un altro pianto.
Contro la luce della luna vide un'ombra esilissima, quasi trasparente.
 Eh!  grid quell'ombra...
Samuele non rispose, chiuse gli occhi, aveva male al polso.  Eh!  riprese la voce.  Eh!
Quando apr la bocca, Samuele si rese conto di avere le labbra arse, incollate, e si rese conto di
non poter rispondere se non tentando un gesto della mano.
L'ombra dall'alto sembrava vederlo perfettamente con quella luna alle spalle che colava,
lattescente, dentro il crepaccio. Cos parl con voce di bambina... E disse che non era il momento di
morire, che anche lei l'aveva pensato quando al suo pianto nessuno, nell'intrico della foresta, aveva
risposto, ma ora eccola l a rispondere al suo di lamento. A raccontare della luna che l'aveva portata in
cima al crepaccio e che l'aveva illuminato abbracciato dal ginepro... Cos pensava che parlasse
quell'ombra, Samuele in preda al delirio.
Infatti l'ombra voce bambina disse: svegliati.
Il brigadiere Palmas allarg le braccia, poi si diede qualche colpetto al torace:  Che mi venga
un colpo,  sussurr perch non si sa mai che chi di dovere ti accontenti.  Stocchino... Per l'amor di
Dio . Lo chiamava cos, come a rimproverarlo, e invece voleva solo rallegrarsi di averlo trovato vivo.
Forse era sollevato, il brigadiere: perch dentro l'intrico vegetale si era sentito inerme ed esposto, e
quel ritrovamento se non altro significava che la ricerca era finita. E suo figlio Francesco aveva la
stessa et dello Stocchino Samuele ora reperito miracolosamente, tenuto in vita da una pianta che ne
aveva fermato la caduta...
Dietro di lui Totore Cambosu raccontava della volta in cui Gigetto Aranzolu era stato per sette
giorni dentro alla grotta Gurturja, che si era succhiato l'acqua direttamente dalla roccia per campare.
Comunque la conclusione era che nonostante quanto dicessero in paese, evidentemente per Samuele
Stocchino non era arrivata la sua ora, e nemmeno per Mariangela Palimodde, che l'aveva sentito
piangere, poi aveva sentito le voci. E quella bambina davvero era stata un miracolo vivente, un mese a
vagare nel bosco. Cos il bambino deve la vita alla bambina, ma anche lei a lui, perch le voci che ha
sentito erano degli uomini che cercavano Samuele.
Si organizzano con le corde per tirarlo fuori dall'abisso. Come si sente legare, a Samuele gli
sembra quasi di non capire perfettamente chi lo strappa al dormiveglia.  un maschio minuto, un
appuntato del nord Italia con esperienza di montagna...
L'ombra voce bambina ripet: svegliati.
In paese  un viavai senza freno: ne cercavano uno, ne hanno trovati due. Uno miracolato da un
ginepro, l'altra dalla genetica, che le femmine sono fatte per campare assolutamente. Cosa sia successo
non si sa. Come sia successo  un'altra storia: Mariangela gi morta di freddo e stenti graziata da
sant'Anna toccata dalle lacrime di Samuele. Samuele che chiama e Mariangela che sente, entrambi
troppo bambini per essere morti.
Antioca si accomoda un chiodo nel cuore, e si tappa la bocca, perch lei lo sa che non 
miracolo, lo sa che Samuele deve vivere per farle baciare l'immagine, per farle toccare il fondo della
sofferenza. Si appoggia lo scialle agli omeri e corre verso il luogo del ritrovamento. Che non  distante,
pochi passi. Ma quel crepaccio nessuno lo conosceva, nessuno l'aveva mai visto. E allora magari si era
aperto di notte proprio sotto ai passi di Samuele. E quella bambina che nessuno aveva cercato? Forse si
era persa solo per ritrovare lui. Antioca raggiunge gli uomini: il brigadiere, l'appuntato trentino strigile,
Totore Cambosu, Felice... e gli altri.
Samuele appeso alla corda pare partorito dalla roccia.  sporco di rosso, ha le labbra incollate e
lo sguardo vacuo. Fuori dal crepaccio viene depositato a terra. Comincia a tremare, segno che  vivo.
Antioca nemmeno si muove, guarda Mariangela che nessuno  venuto a reclamare e l'abbraccia.
Poi quella notte stessa, a casa, Samuele viene messo a letto. Sta incredibilmente bene, dice il
dottor Milone, bella tempra, dice... Incredibile, sussurra... E sorride.
Ma Antioca no che non sorride.
 Che cos'hai?  le chiede Felice.
 Non lo capisci?  risponde lei.
Felice fa segno di no. E non mente. Ma Antioca che cosa pu dire a quell'essere elementare che
ha sposato? Come si fa a spiegare quanto  talmente chiaro, abbagliante?
E allora Antioca si alza dal letto che divide col marito e con due figli gemelli nuovi nati e
raggiunge Samuele, che  rimasto solo nel letto in cucina al caldo.
 Non dormi?  gli chiede.
Samuele non si muove, ma  chiaro che non dorme. Antioca avvicina una sedia al letto e si
siede come quando passava le notti al capezzale della madre. Samuele ha gli occhi chiusi ma non
dorme. Antioca si china per sentire se respira, come ha sempre fatto con tutti i suoi figli e anche con
suo marito qualche volta.
 Per quanto tempo ho sognato?  domanda all'improvviso Samuele come se ancora dormisse.
 Chi sei?  chiede Antioca sussurrando a pochi millimetri dalle sue labbra.
Seconda parte
Simile a un dolore
Fu la Sua mano che mi port al sicuro al di sopra del diluvio...
W. FAULKNER, Mentre morivo.
Primo corifeo
Spettatori o lettori che siate... Nel teatro dell'uomo ci sono parti assegnate. Protagonisti e
comprimari partecipano al rituale della morte, che  il solo a raccontare la vita. Il combattente, di
guerre o d'esistenza che sia,  composto nel letto del compianto, le donne gli leggono la vita. Nel
gioco delle parti partorire, allevare, amare si qualificano nella capacit di rifiutare la morte e
nell'umilt di accettarla. La madre di tutte le prefiche assomma dolore e soddisfazione, dolore per una
vita che si  spenta, e soddisfazione per un percorso che si  compiuto fino in fondo. Il figlio, il fratello,
il marito immobile nel letto di morte  vivo nella parola: chi era, che cosa ha fatto, quanto era bello,
quanto era coraggioso. Una vita  un fuoco perpetuo di ricordi e l'anima un tizzone ardente sotto le
braci. Di questo sapere la madre di tutte le prefiche si fa vanto, quasi come di un traguardo raggiunto.
A mie toccat su piantu, | a mie su sentimentu.
A lei spetta di piangere perch il morto  suo, perch in questo nuovo travaglio sussiste l'unica
speranza di beffare la morte. La madre di tutte le prefiche deve confrontarsi con il nodo che la stringe:
figlia di suo padre, madre di suo figlio, moglie di suo marito, ma madre di suo padre, moglie di suo
figlio, figlia di suo figlio. A chie mi lassas fizzu | a chie, babbu amorosu, | a chie divinu isposu...
Nel teatro dell'uomo ci sono metri assegnati. L'ostinata stabilit del settenario in grappoli di
sestine. Il lamento che incanta la tragedia: l'inganno che avvicina allontanando. La solitudine di Una
che  Tutte. Altre madri, altre sorelle, altre mogli verranno spinte al centro della scena da angeli
annuncianti, tremanti, portatori di dolore.
Qui la scena  in atto, la prendiamo dal centro, dal cuore dell'azione, che azione non , 
racconto dell'azione. C' l'estinto, c' la madre, figlia, moglie, sorella, e c' la Morte che silenziosa
assiste, e si rifiuta di dare spiegazioni, ma partecipa anch'essa.
Stanno sedute insieme, la Morte e la madre di tutte le prefiche, e si abbracciano piangenti.
I.
(Bengasi e ritorno)
Stocchino Samuele, di anni 18, pastore, celibe, pur avendo frequentato sino alla seconda
elementare sa tuttavia leggere e scrivere sufficientemente.
 di costituzione piuttosto gracile, ma assai forte; alto m. 1,63 con una grande apertura delle
braccia di m. 1,67. La massima circonferenza cranica misura mm. 542; la semicurva anteriore mm.
280, la posteriore mm. 260; le laterali destra e sinistra rispettivamente mm. 270; la curva longitudinale
330, la biauricolare 340; il diametro anteroposteriore 190; media capacit cranica probabile 1537.
Indice cefalico 71,1; tipo del cranio: dolicocefalo.
Seni frontali e arcate sopraccigliari del tutto regolari, la fronte  media, piana, non ricoperta dai
capelli; la faccia  tonda, femminea; l'occhio  allungato vivissimo; il naso piccolo e diritto; i canini
superiori sono sviluppatissimi; non si notano spazi rilevanti fra gli incisivi superiori; le labbra sono
tumide; la mandibola voluminosa; i capelli sono folti, fulvi, lisci; la cute  rosea.
I riflessi pupillari sono fulminei. La forza di strizione non  indifferente, misurando il
dinamometro 38 alla pressione con la mano destra e 31 con la sinistra. Il polso batte 65 volte al minuto,
nel qual periodo di tempo si contano 23 respirazioni. La temperatura ascellare  di 36,9.
Svestito si presenta di costituzione armonica, busto nervoso, fianchi e glutei stretti; testicoli
pienamente sviluppati, pene medio; peluria rada.
Mani e piedi affusolati.
Il soggetto si manifesta discretamente intelligente e d risposte pronte e sicure; alla domanda sul
perch voglia entrare come volontario nel Regio Esercito risponde di volere servire la sua patria. Alla
domanda su quale sia la patria che vuol servire, dopo un'incertezza vistosa scandisce: l'Italia.
Si dichiara abile all'arruolamento.
Poteva vedere la sua morte, qualche volta. Era come un pensiero che si concretizzava. La paura
pi profonda che diventava tanto familiare da non essere nemmeno paura. Poteva sentire il beccheggio
del piroscafo stravolto dalle onde. Ed era insieme rivedere l'estremo della vita e il suo inizio. Il suo
giovane cuore battagliero era stato inghiottito con altri mille, e pi, dentro al ventre metallico di una
nave, e ora sperimentava il potere del mare agitato. Ed era un oscillare ostinato, infinito, un
abominevole contatto di carni e di corpi e di respiri. Questo era il mare, questo era quanto di orribile
circondava la sua terra. Ora era distante come non mai, ma distante non significava essere da qualche
parte. Il mare era niente. Questo ricordava.
Solo quarantotto ore prima, una vita intera, il porto di Brindisi era una foresta oscillante di cento
e pi navi invincibili, con la croce di Cristo e lo stemma sabaudo stampati sulle carene e la forza di
migliaia di bocche di fuoco. Una potenza al servizio della Fede e del Progresso, contro il nemico turco.
Nei suoi sedici anni, Stocchino Samuele da Arzana, diciottenne per menzogna, abile e arruolato,
era caduto in ginocchio, baciando le lastre grigie della banchina, pregando la sorte perch la sua prima
spedizione lo conducesse verso la gloria splendente delle armi. Aveva consegnato con mano tremante,
d'emozione non di paura, i documenti che lo autorizzavano a salpare insieme ai suoi compagni
sconosciuti del 4 Fanteria. Ma salendo sul piroscafo aveva avuto una vertigine, perch il suo destino si
decideva allora. Il suo corpo era diventato lo strumento di un furore che gli faceva brillare lo sguardo. E
lo stesso identico sguardo poteva vederlo nei visi di migliaia di uomini ammassati sulla banchina e
pronti a farsi ingoiare dalle bocche spalancate delle navi. Un convoglio di nove piroscafi carico di
truppe, e scortato dalle corazzate Regina Elena, Roma e Napoli, dall'incrociatore corazzato Amalfi,
dagli incrociatori protetti Piemonte, Liguria, Etruria e Lombardia, e da una squadriglia di
cacciatorpediniere e torpediniere, custodito dalla nave delle navi, l'ammiraglia, la Vittorio Emanuele.
Una flotta pronta a raggiungere Bengasi. Bengasi appunto. Che, pensava Samuele, non era nient'altro
che un'isola, proprio come quella da cui era partito. Poi qualcuno gli aveva detto che era un cane
ignorante, che nel mare infinito non galleggiano solo isole, ma anche penisole e continenti. Ma a lui
come si faceva a contraddirlo? A Stocchino Samuele cane ignorante non si poteva dire, non nel ventre
freddissimo di un piroscafo per le truppe da sbarco:
 Tu a me cane ignorante non me lo dici!  aveva sibilato.
E forse quella era stata la prima, e pi lunga, frase in italiano che avesse mai pronunciato...
Fizzu 'e bagassa!
Dicevano che la nave ammiraglia quella s. Pareva un palazzo che la vita non sarebbe bastata a
visitare, dicevano. Gli alloggiamenti erano una reggia sontuosa di legni pregiati.
Dopo sette ore di navigazione col vento favorevole la corazzata ammiraglia raggiunse la sponda
ionica della Grecia e i piroscafi, le corazzate, le torpediniere e cacciatorpediniere, la seguirono come
una fila di anatroccoli.
 Dove siamo? Dove siamo?  continuava a chiedere un giovane con le labbra asciutte.
 A Cipro,  rispose qualcuno.
 A Cipro? Che Cipro... Siamo all'altezza di Creta, ignoranti... Al centro, tra le isole di Malta e
Creta, esattamente,  intervenne un marinaio che portava da bere.
Che differenza fa? Altre isole ancora. Ho ragione io: fuori di casa, pens Samuele rinchiuso in
una specie di mutismo concentratissimo, fuori dalla mia terra, ci sono solo isole. Sardegne dappertutto,
pens Samuele, Sardegne sparse per gli oceani, gettate nei mari alla rinfusa. A Cipro, a Rodi, a Creta, a
Malta. E chiss dove...
La tempesta si scaten al largo del porto di Bengasi. Una tempesta durissima. Con pioggia
battente. Sale, ferro e notte. Il piroscafo si piegava su se stesso con sibili di balena. Pareva distendersi
sui fianchi, poi ritornava nel suo assetto. E cos infinitamente.
L'ingresso di Samuele Stocchino in guerra fu battezzato dal grecale che cannoneggiava a prua.
E dalla pioggia torrenziale che faceva cantare i ponti della nave.
Nel fragore schiumoso del mare e del vento, i richiami urlati dei fanti parevano sussurri di
moribondi. All'assolo delle onde faceva bordone la pena atroce della certezza che non c'era un posto
sicuro, dentro o fuori la nave.
Poi una bonaccia, improvvisa, ferm l'intero convoglio. Prigionieri del nulla, questa volta. Cos
come erano stati sballottati in un braccio infimo di mare, ora pareva che dovessero vedere la propria
salvezza. Nella superficie immobile, potevano scorgere schegge di terra, anch'esse isole.
 Dove siamo?
 A Bengasi, a Bengasi, ignorante.
Sulla nave ammiraglia fu issata la bandiera di combattimento.
Ma fu una calma temporanea: nell'ora seguente, proprio mentre avvenivano le operazioni di
sbarco, il mare riprese a ribollire peggio di prima...
Era stato morire. Solo che poteva ricordarlo. Quando il letto riprendeva a fluttuare tanto da
costringerlo ad aggrapparsi alle sponde per non esserne sbalzato fuori. E la nausea circondava il capo di
una membrana viscida.
Cos Samuele Stocchino apriva gli occhi e ancora per un attimo avvertiva l'instabilit. Fino a
quando la certezza dell'alba bloccava il dondolio.
Sfilando le gambe dalle coperte si port a sedere sul letto, prov a mettere a fuoco lo spazio
circostante illuminato dalla luce flebile delle braci nel camino. Fece aderire i piedi nudi al pavimento
gelido per constatare la solidit del suolo.
... Issata la bandiera di combattimento, immediatamente fu aperto il fuoco contro la spiaggia
della Giuliana, dove dovevano sbarcare i fanti. Le corazzate mirarono contro la caserma della Berka e
contro il castello, su cui sventolava la bandiera turca, che ai primi colpi fu abbattuta.
Alle 8,50, protette dal tiro delle navi e guidate dal capitano Frank, sotto una pioggia insistente
e con il mare agitato, presero terra le compagnie da sbarco con alcuni pezzi da 76 e si schierarono sul
ciglio delle dune, appostando alla sinistra le artiglierie e permettendo agli zappatori del Genio di
costruire alcuni pontili su cui cominciarono a passare le truppe...
E poi? Che cos'altro racconta Samuele di quello che c' fuori? E della Tripolitania che cosa
racconta? E dello sbarco in Cirenaica? Di quella terra sterile e arroventata che tante vite  costata, non
sa proprio che cosa raccontare. Felice lo incalza, a lui le storie di soldati gli sono sempre piaciute. Ma
Samuele di soldati non sa che dire, lui si ricorda solo le marce forzate sotto il sole cocente e le forche di
gruppo per i beduini. Cos racconta della prima volta che ha affondato una baionetta dentro a un corpo
umano...
Alle 15,30 il 4 Fanteria diede inizio alla manovra, muovendo in due schiere distanziate
convenientemente con formazioni poco vulnerabili e in perfetto ordine. Quell'avanzata su terreno
scoperto in dolce salita e sotto il fuoco nemico apparve dalla spiaggia e dalle navi un esempio
veramente mirabile di applicazione dei pi sani criteri tattici, e pot essere eseguita con crescente
interessamento in tutto il suo sviluppo. Alle truppe gi affaticate dai disagi del mattino, il comandante
della brigata aveva comandato di deporre gli zaini. In perfetta corrispondenza di tempo, il generale
Ameglio guid di persona l'attacco frontale dei marinai e di un battaglione misto del 4 e 63
Fanteria.
Tra il Sibbah e il Lago Salato ci mandano a noi, due plotoni del 4 e una compagnia e mezza del
63, per coprire i marinai che stanno proteggendo lo sbarco. Volano pallottole dappertutto... Quella
terra  secca e rugosa, i beduini sono come uova di pidocchio tra i capelli... Non c' da ragionare, c'
da stanarli e impedirgli di colpire i genieri che posizionano i pontili. Io manco lo so come sono sceso
dalla nave, manco raccontare lo posso. Nel mare agitato ci ha aiutato san Cristoforo facendoci salire
sulle spalle. Vabbe', bagnato, iffustu che unu puzoneddu, mi sono trovato sulla spiaggia. Alle spalle il
mare mosso, davanti la terra mossa. Sempre su matessi... Tutto uguale. Dentro a quelle onde di terra
rossa nuotano i beduini, rossi anche loro. E sparano. In trenta eravamo dentro una buca e appena
tiravamo fuori la testa erano guai. Quei maledetti gridano come animali arrajolati, come cani idrofobi,
perch vedono che le truppe italiane, uscendo dai piroscafi, cominciano ad annigheddare la sabbia
come granchi neri. Per questo jubilano i beduini, per dirsi che o si spara o si muore, e quando finiscono
le pallottole o si ammazza o si muore. Questo io lo capisco come se l'abbia saputo da sempre. Dentro al
fossato sembra che siamo finiti da vivi in una tomba, si comincia a dire che dobbiamo uscire di l... Chi
 il pi alto in grado? Chi cazzo ? Ma non ci sono pi alti in grado dentro a quella fossa... Solo
avvoltoi che ci stanno aspettando. A uno che cerca di uscire gli arriva una pallottola fra gli occhi; a un
altro lo prendono alla spalla. Non possiamo affacciarci per sparare, quei maledetti sparano e sparano e
sparano...
Arduo fu invece far sloggiare gli arabi dalle trincee; i due ufficiali superiori presenti, capitano
di fregata Frank e tenente colonnello Gangitano, caddero entrambi feriti piuttosto gravemente; cos
pure due comandanti di compagnia e altri ufficiali. Il generale Ameglio si port allora in prima linea e
condusse le truppe a ripetuti attacchi alla baionetta che assicurarono in breve tempo il possesso delle
trincee. Il sole calava intanto rapidamente e il seguito delle operazioni si svolse in una semioscurit.
...E allora? chiede Felice che fino a quel momento quasi non ha respirato.
...E allora  meglio affidarsi a qualche santo, ca in cue no fit cosa de b'essire bibu... Il modo,
dico io,  fare quello che non si aspettano. Uscire, dico io, uscire che qui si fa la fine del topo. E deo su
soriche propriu non bi lu potto biere. Ma a me chi mi uccide? Eh? Arriva il buio, dico io: se noi non
possiamo vederli, neanche loro ci possono vedere... Cos esco allo scoperto con le pallottole che mi
fischiano intorno all'altezza delle orecchie. Buio nero nero de repente, solo luci gi alla spiaggia e le
bocche delle cannoniere dalle corazzate. Ma il mare si  calmato.  una notte di stelle, ma senza luna.
Mentre sto correndo verso la spiaggia sento un respiro affannato che mi segue appresso. Chiss quanti
di quelli che eravamo nel fosso sono riusciti a salvarsi... Mica le capisci queste cose mentre combatti,
eh... Io corro, un beduino nero anzi rosso come il demonio mi apparisce proprio davanti, siamo
talmente vicini che sembra quasi che ci stiamo addobiando. Faccio come per stringergli la mano, ma
quella mano  una baionetta inastata. Lui sbarra il bianco degli occhi e quasi mi abbraccia.
L'acciaio taglia il costato del beduino come uno spiedo taglia il costato dell'agnellone. Con un
rumore di cosa morbida ma resistente che  la pelle sotto la pelle vera e propria. Quella che copre i
muscoli...  quella che all'inizio fa resistenza, ed  quella che quando si strappa fa rumore. Perch fa la
ferita come una bocca che succhia l'acciaio, l'assapora ben bene, si ciuccia tutto il gusto della lama.
Quel sapore che, lo so io,  notte...
Ma del sapore di notte, Samuele non sa rendersi conto:  un sentimento senza spiegazione. Cos,
per lo sguardo infantile di Felice che beve storie di guerra, quel racconto finisce nell'abbraccio notturno
tra il beduino e il fante Stocchino Samuele.
Perci tutto quel pensiero resta come custodito tra la testa e il petto, reso paralitico dalla carenza
del linguaggio. Ma ugualmente pulsa. E genera l'imbarazzo di chi non conosce il nome di una cosa.
Imbarazzo, un'altra parola che si manifestava prima di nascere veramente. Imbarazzo era un'aritmia
del respiro, era come... Come al ritorno dalla festa di battesimo, pi o meno dieci anni prima, come
quando si era lasciato inghiottire dalla notte ed era finito nell'abisso. Come quando aveva deciso di
arruolarsi per la Libia...
La cosa certo aveva il suo lato divertente.
 Sono stanco, adesso,  dice piano con un sorriso appena accennato.
Felice lo guarda, poi, capendo con ritardo, accenna a se stesso e lascia la stanza.
Il 24 febbraio 1912, durante la traversata che da Bengasi lo porta a Tripoli, il fante Stocchino
Samuele comincia a sputare sangue.
 un piccolo eroe locale: a sparare non  granch, ma nel corpo a corpo non ha rivali. Lui si
butta sul nemico come se volesse abbracciarlo, fa la guerra maschia spacciandosi per femmina in
calore. Adora e ammalia l'avversario, gli promette baci e carezze, e poi lo trafigge con la baionetta. E
quell'altro quasi contento si abbandona alla buona morte dell'acciaio. Come lo schiavo fedele regge la
daga contro il petto del patrizio suicida, cos lui, semplicemente, con amore, dispensa la fine.
Oh, se tutte le sue vittime avessero potuto parlare, se a ognuno di noi fosse consentito
d'interrogare i corpi esanimi e se a loro fosse concesso di rispondere, quei corpi beduini, con i pugni
stretti al petto per abbracciare il pugnale, racconterebbero con quale morbidissimo languore si sono
gettati in pasto alla bestia, con quale ovattata leggerezza sono caduti prima di assaporare la sabbia
bollente. E con quale sguardo amorevole, quale dolcissima dolcezza, squisita squisitezza, si sono
lasciati trafiggere.
Lui  un piccolo eroe locale, l'unico della truppa che assolva senza protestare il compito di
constatare, col tenente medico, la morte avvenuta dei condannati all'impiccagione. A volte persino il
tenente medico ne ha abbastanza dei beduini lasciati a rinsecchire sotto la canicola, ma lui no. Lui fa il
suo dovere con pignoleria: controllo del polso, specchietto davanti al naso.
Lui  un fantaccino, una nullit che ha trovato un senso. Si confonde nella massa,  un garzone
intraprendente nella Premiata Macelleria Italia.  un agente in terra della Ditta Morte. Ecco qualcosa
che sapeva, ma che non aveva un nome. Il lupo che gli pulsa in petto ha fatto le zanne.
II.
(Cerchi una cosa e ne trovi un'altra:
della volta che Samuele perdette la verginit)
Se a Felice piacciono le storie di guerra, a Gonario piacciono le storie di donne. Si  fatto irsuto
e scabro, il fratello maggiore, quasi un'icona del pastore. Ma  restato servo. Ora ha qualche pecora di
sua propriet che pu far pascolare insieme a quelle del padrone. Al compimento dei diciannove anni
ha perso la verginit con una bagassa di giro. E ora  l che vuol sentire di negrette che fin da quando
sono bambine ce l'hanno umida e calda.
Samuele alza le spalle, ne ha viste, consenzienti e no. Ne ha viste di quelle che cercavano il
corpo bianco come se si trattasse di un gioiello preziosissimo, o che lo schifavano come se fosse
qualcosa di orribile. Ha visto interi plotoni abusare di vecchie con le titte vizze e persino di bambini.
Gonario incalza:
 Ma tu? Eh? Chiss che cose...  e sorride come fa lui, abbassando il volto con il pudore dei
denti. Anche ora che  uomo fatto Gonario ha mantenuto addosso una fanciullaggine di timidezze e
imbarazzi.
 L le donne sono come qui...  taglia Samuele.
E questa  una risposta di quelle che fanno arrossire Gonario fino alla punta delle orecchie.
A lui, a Samuele, uccidere  piaciuto pi che scopare. Ma queste cose non si possono dire: cos
si limita a raccontare, senza spingersi nei particolari, di quella volta che si  divertito con la figlia di un
capotrib. Quello che non dice  che con lui c'era anche il caporale Polto.
Polto ha vent'anni,  figlio di un pezzo grosso dell'esercito, un pezzo grossissimo, generale di
Corpo d'Armata niente meno, dicono. Ma  una testa calda. La leggenda racconta che il padre papavero
si sia rifiutato di facilitargli le cose; e poi che suo fratello maggiore stia per diventare ambasciatore in
Egitto; e che sua sorella minore stia per sposare un conte Pallavicini. Ma sulla faccia di Polto Saverio
tutta questa nobilt di natali non si legge. Dovrebbe essere sempre punito, dovrebbe. Oh s,  una vera
testa calda, e al tenente Marchioro viene l'orticaria al solo vederlo nel raggio di due metri...  lungo,
asciutto come un Cristo gotico.  inseguito dalle dicerie da caserma come una volpe dalla muta dei
cani: che sia figlio illegittimo del padre generalissimo e di una domestica; che abbia cominciato a
rasarsi il viso a dieci anni; che abbia il pisello pi lungo e grosso di tutto l'esercito; che, appena
adolescente, sia stato l'amante della Duse.
Insomma il tenente Marchioro manda a chiamare Samuele, lui si presenta: saluto, tacchi,
comandi, e tutto il resto. L'altro, che si sta tamponando un ascesso dentario, non si gira nemmeno...
Sono le dieci di notte, c' un caldo afoso che si aggrappa alle spalle. Marchioro l'ha ricevuto
direttamente nella sua stanza privata, che  una cameretta nuda, quasi una cappella da camposanto:
appena lo spazio per il giaciglio, per il comodino, per il catino. No, non  granch, ma sempre meglio
che dormire in camerata con altri quaranta o cinquanta, o meglio che dormire in tenda con le bestie
notturne che non riconoscono sbarramenti di tela... Marchioro, con lo sguardo di un martire
protocristiano, prepara una giacca di lana pesante sulla sedia affianco al letto.
 Tra poco cala il freddo...  commenta pi che dire.
Samuele s'irrigidisce migliorando, quasi cesellando, il suo goffo saluto militare.
 Riposo, riposo Stocchino... Lo sai perch ti ho mandato a chiamare, no?
Samuele non risponde, tanto sa che comunque il tenente quello che ha da dirgli glielo dir lo
stesso.
 Polto,  dice infatti, e basta.
Samuele accenna di s, Polto.
Poi il tenente dice:  Al Drago Nero.
Samuele fa il saluto militare,  quello teatrale, quando l'attor giovane esce di scena. Ora
dall'uscio socchiuso comincia a sentirsi che il vento gi s'intiepidisce.
A Polto nessuno lo tocca, per quanto si dica il contrario. Lui fa quello che vuole e al Comando
si tappano occhi e orecchie. Adesso per esempio sono due chilometri buoni dalla guarnigione a Barce.
E bisogna andare, con discrezione, a prelevarlo dal bordello.
Il Drago Nero  un locale dove i ragazzi si giocano la stecca e anche la licenza, poi capita che si
giocano anche la salute... Le ragazze che si possono permettere loro non sempre sono sane. A
vent'anni alcune sembrano gi vecchie: secche, sdentate, coi seni vizzi, le facce scheletriche... Ma
Polto sa scegliere, per lui a quindici anni sono gi troppo anziane.
Quando Samuele entra nella stanza che gli  stata indicata, Polto sta dandosi da fare con una
negretta che strilla a ogni colpo... Lo spettacolo  un insieme indescrivibile di corpi difformi: il culo
peloso e le cosce nervose di Polto, le caviglie scure e le piante dei piedi rosate della bambina. Oh,
questa s che  una bambina. Samuele fa rumore con la porta e con i tacchi perch il caporale senta che
 entrato. Lui l'ha sentito, ma non si gira, n si ferma, anzi sbatte pi forte e la bambina grida pi forte.
Quando finalmente si ferma e si sfila dalla negretta, Samuele ha tutto il tempo di constatare la veridicit
delle leggende sull'attrezzo di Polto. Certo dovrebbe imbarazzarsi, ma Samuele ha visto di tutto
constatando decessi per il tenente medico. Ha visto cose sfuggite da un vivente che  morto prima che
potesse accorgersi di averle fatte: impiccati che si sono cagati addosso, che sono esplosi di vomito
appena allentato il cappio; corpi appesi che scorreggiano e pisciano. E anche erezioni sotto le tuniche...
Cos davanti al caporale nudo, sudato e arrettu, gli sembra quasi di vedere la forma vitale di
quella morte che ha imparato a frequentare.
Polto queste cose le capisce molto bene, lui  di quelli che sembrano sempre sul punto di
suicidarsi, ma che, per una ragione oscura, sempre cambiano opinione, e allora si convincono o di
essere immortali o che spetti ad altri ucciderli. Magari alla gonorrea, o alla malaria, o alla febbre gialla;
oppure a un marito cornificato, o a una donna abbandonata. A un figlio non riconosciuto, ma per questo
c' tempo. Dappertutto il caporale di vent'anni non ha fatto nient'altro che seminare la sua fine, come
briciole di pane nel bosco. Comunque, che abbia finito o meno, Polto afferra i calzoni e se li infila
mettendo al coperto l'erezione... La negretta sul letto ora fa le fusa.
 Basta eh?  finge di rimproverarla Polto, ma la bambina si sporge verso di lui, lo afferra per
la vita, fa per sbottonarlo...  Basta, adesso devo andare...  dice lui guardando Stocchino.
Ma la bambina non si arrende. Samuele senza aprir bocca fa per uscire:  Stocchino!  chiama
Polto. Samuele si ferma.  Ma tu di baionetta sai usare anche questa?  chiede indicandosi il cavallo
dei calzoni.
Samuele non risponde. Polto nel frattempo ha quasi finito di abbottonarsi la camicia.  Vieni
qui,  sembra che ordini. Samuele aspetta qualche secondo, poi avanza verso il letto. Polto sorride alla
bambina, e lei sorride a lui. Il caporale fa cenno al fante che si avvicini ancora un poco, odora di notte,
di ferro e di sangue; poi afferra Samuele per la cintola dei calzoni:   pagata...  dice.  Io vado a
bere qualcosa, poi con calma torniamo . Senza aspettare risposta, esce infilandosi la camicia nei
calzoni...
 Una bagassa africana...  commenta Gonario che non ha perso una virgola del racconto e si 
fatto paonazzo.
A Samuele scappa da ridere e mentre ride un accesso di tosse.  Fammi alzare, adesso,  chiede.
Gonario lo tira su come se fosse un bambino. Ha una stazza notevole e la vita all'aperto l'ha
fatto asciutto e brunito. Lo mette a sedere sul letto, piano piano la tosse si spegne. Samuele riprende a
respirare.
 E allora?  domanda Gonario quando il respiro del fratello ritorna regolare.
 E allora che cosa?  lo prende in giro Samuele.
 E vabbe', lo sai...  s'imbarazza l'altro.
 Che cosa vuoi sapere?  chiede ancora Samuele, fa come il gatto col sorcio.
 Niente, cos...  prende tempo Gonario.  La bagassetta africana era pagata, no?
 Polto mi lascia solo con la ragazzina e si pu immaginare il resto,  chiude Samuele.
E invece no, non s'immagina il resto, non se lo immagina proprio...
Da quando  tornato a casa in convalescenza Samuele sembra quasi saggio. L'Africa l'ha fatto
uomo, ora per esempio, nonostante la febbre polmonare che l'ha molto indebolito, cammina dritto e
sicuro. Tutto quello che in lui era appena schizzato, quasi sfumato, ora appare perfettamente disegnato:
la linea del collo, il tendine del polso. A Gonario alle volte non sembra nemmeno suo fratello. Quando
il dottor Milone gli fa alzare la camicia per visitarlo, Gonario tutte le volte pensa che vestito sembra pi
magro...
Quello che fa paura di Samuele  che sempre arriva a un passo dalla morte, poi nemmeno la
morte lo vuole veramente e lo rimanda indietro.
Dentro a quella stanza del bordello, restato solo con la bambina, Samuele ha pensato di
scappare. Dal letto lei gli recita un copione di moine, ma lui in piedi vede solo se stesso.
 Come ti chiami?  le chiede con la gola che raschia.
 Teresa,  dice lei. Scandendo le lettere di quel nome incongruo con la perfezione di chi ha
studiato quella risposta nei minimi particolari.
 Quanti anni c'hai?  sussurra Samuele...
La negretta lo guarda:  Non ti piaccio?  chiede.   tutto pagato,  incoraggia e leggermente
allarga le cosce.
C' un odore nella stanza che a Samuele pare di carne frolla.
La notte  calata con la violenza di un sipario a ghigliottina e comincia a fare freddo. Samuele
ha un brivido, guarda la bambina ancora una volta, poi deglutisce.
 Sei vergognevole,  dice lei.  Tu no qui altra volta.
Samuele conferma col capo: proprio cos, l non c' mai stato.
 S?  fraintende la bambina.
 No, no,  dice Samuele.
 Vieni qui,  lo incalza Teresa.
E Samuele vede se stesso quando nel buio tesissimo dell'agguato, col coltello stretto al pugno,
fa l'identico invito al beduino o al perfido nemico turco: Vieni qui... E lui arriva.
Cos fa un passo avanti...
 Vergognevole,  sussurra Teresa mentre gli sbottona i calzoni. Poi, dopo avergli liberato il
pene, si stupisce come una piccola attrice del cinematografo, quasi a rimproverarlo di avere dubitato: 
Tu no vergogna. Mio zignore no vergogna.
Samuele  in piedi, Teresa ha preso in bocca il suo sesso...
Provare qualcosa che non si  provato mai pu significare non riconoscersi. A Samuele adesso,
mentre il suo corpo ragiona e reagisce autonomamente da lui, sembra di vedersi dall'alto del crepaccio
dopo il cervo e gli altri animali. Adesso c' proprio lui che fa capolino dalla linea della roccia per
guardare se stesso abbracciato dal ginepro, venti-trenta metri pi in basso.
E ancora non si riconosce, ma ricorda alla perfezione il languore della caduta. Ecco, quel
languore  tutto nella pulsazione violentissima che gli sta squassando il petto.
Teresa lo afferra per i lombi e lo invita a fare un movimento in avanti. Lei se lo mangia, questo
, se lo sta mangiando vivo, e lui, cibo pulsante, scopre l'appassionata generosit del farsi pietanza.
Ancora un attimo e non c' pi bisogno di guidarlo. Di Samuele si pu dire tutto, ma non che non
impari presto...
III.
(Alla gran caccia come alla bardana)
Da Tripoli le notizie non son buone manco per niente. Gli alleati si fanno nemici, le pecore si
fanno lupi. Mentre stanno constatando l'avvenuto decesso di sei ribelli, il tenente medico dice a
Samuele che l dove sono loro, nel versante di Bengasi,  una vacanza. Una vacanza di sortite
quotidiane, piccoli attacchi dal deserto, di oasi pericolose come trappole per topi, di acqua infetta e
d'insetti micidiali, s'intende. Ma pur sempre una vacanza, perch a Tripoli c' stata la rivolta. Prima
hanno fatto finta di accogliere gli italiani come salvatori, poi non sono stati di parola. La mettono
cos, in camerata. Ma Puddu di Oliena, che ha studiato a Roma, dice che non  proprio tradimento
lottare per la propria terra.
 Eh, per Deus, non sono mica tutti coglioni come i sardi, eh?
Che la cosa non fa molto piacere da sentirsi dire, ma c'ha la sua verit:
 Ma a noi,  insiste lui,  che eravamo diventati italiani chi cazzo ce l'ha detto, eh?
 Bella cosa,  conferma Mariani di Orune,  fare i cani da guardia in terra anzena dopo che si 
ceduta la propria terra.
Ma a Samuele questi discorsi gli sembrano cose dell'altro mondo. Non perch non capisca i
suoi commilitoni e, sotto sotto, non sia d'accordo, ma perch per lui le cose sono le cose: uno pensa di
poterci mettere le mani, pensa di poterle determinare, e invece no. Questa  una saggezza che non ha
un'et: fa parte di quello che uno sa senza sapere perch lo sa. E quello che era chiarissimo, anche a
Bengasi, era che dovunque si voltasse poteva vedere o sentire un sardo. E che quel sardo, lui compreso,
in effetti, non aveva alcuna ragione per trovarsi l.
 Senza contare,  incalza Puddu,  che a noi c'hanno trattato proprio cos come ci chiedono di
trattare i turchi, anzi a noi ci hanno trattato peggio.
Samuele qui lo zittisce perch sa che si trovano sull'orlo di un precipizio in cui fra dire le cose
che escono di bocca e finire spalle al muro davanti al plotone d'esecuzione c' una distanza minima.
 Statti zitto,  dice,  mudu!
Che, anche quando si ha ragione, le ragioni bisogna trovare il tempo e il luogo per esprimerle.
No? Non  cos? Imparare che ci sono le regole  la maniera migliore non per obbedire, ma per
disobbedire. Lui, Samuele, c'ha fatto il callo a furia di sentire teorie su quello che  giusto e quello che
 sbagliato. E loro sono tutti bravissimi ragazzi, per carit, ma non hanno capito che i padroni
diventano padroni proprio perch hanno le regole, se le fanno addirittura, e loro, che stanno a dire
questo e quello, padroni non lo diventeranno mai, ma sempre e solo servi resteranno, perch a loro di
regole gli piacciono solo quelle che devono seguire gli altri.
 Fuori dalla Sardegna siamo tutti sardi,  sussurra Samuele, che proprio non riesce a
trattenersi,  ma dentro, a casa, in bidda semus cadaunu pro contu suo.
Puddu di Oliena  costretto ad ammettere che  cos, ma lo fa con quell'aria concessiva di chi
pensa di no. E infatti gi a dire che  giusto, sacrosanto, opporsi alle leggi e alle regole dei tiranni. Gi
a dire che l'autodeterminazione dei popoli e compagnia bella... Samuele manco lo ascolta, Mariani di
Orune fa s con la testa ma si vede che sta pensando ad altro.
 E allora perch ci sei venuto in guerra?  chiede a bruciapelo Samuele a Puddu di Oliena.
Quello s'interrompe e d'improvviso lo guarda:  Comp...  tenta.
 Non sono tuo compare, cos', anche tutti compari siamo diventati adesso? Avanti!  lo sfida.
 A itte bi ses benniu in gherra?
Puddu di Oliena si rabbuia:  Ca m'ana custrintu,  dice secco.
  proprio quello che volevo dire io: se tu sei padrone a te non c' nessuno che ti pu
costringere...
 E tu allora?  interviene Mariani.
 Io sono venuto perch l'ho deciso io. Pro contu meu, ca deo so su mere meu,  taglia
Samuele.
Comunque gli arabi che dovevano essere riconoscenti ai salvatori italiani attaccarono in armi,
dalle oasi, le linee tra Bu Meliana e Gargaresch, mentre i turchi attaccavano dal mare. I bersaglieri
dell'11 erano come un gheriglio nello schiaccianoci, si diceva. Ma anche a Tripoli citt, senza un
preavviso, si cominci a sparare dalle case e dai vicoli contro i soldati italiani. Da l si capisce tutto, e si
capiscono le differenze che corrono tra la filosofia e la pratica della vita.
Il tenente Marchioro si strinse nelle spalle:  E ora si vede,  disse.
Nessuno comment, era chiaro che Marchioro faceva il militare per vocazione, come un medico
o un prete dovrebbero fare.
 Ora si vede,  ripet.
Le corrispondenze da Tripoli raccontavano cose terribili: ottanta bersaglieri dell'11 erano
rimasti asserragliati nel cimitero del villaggio di Henni, quaranta di questi erano stati catturati dagli
arabo-turchi.
 I piccoli bersaglieri, caduti il 23 ottobre, non morirono solamente da eroi, ma anche da
martiri,  lesse Marchioro, con la voce che si rompeva.
Era chiaro che lui aveva fatto il soldato perch pensava ci dovesse essere un territorio, un
campo di battaglia, nel quale l'uomo riponeva anche tutta la sua civilt. Ma a Tripoli si era capito che
ai popoli va concesso persino il diritto di scegliere i propri oppressori. Che ci faceva a Henni il figlio
del fornaio, quello che era morto crocifisso, evirato, mutilato? Eh, che ci faceva?
Il tenente medico lo invit ad abbassare la voce.  Sei esaurito e questo clima t'indebolisce, 
decret.
Marchioro fece cenno di s.  Ora si vede,  ripet, con un sussurro quasi impercettibile. Poi
basta.
E ora si vede: la macchina della repressione marcia a ritmo sostenutissimo. Questi italiani brava
gente finch vuoi, ma non bisogna proprio farli incazzare, eh no. Che Tripoli la stanno rivoltando come
un calzino.  L da fare ce ne avresti,  dice un giorno Polto a Samuele.  Per contare tutti quei morti,
 chiarisce.
Negli spiazzi ottenuti dai quartieri rasi al suolo con i cannoni e le mitraglie hanno piantato
foreste di forche, le donne e i bambini sotto le macerie, i maschi adulti e i ragazzi appesi al vento. Chi
c' stato dice che l'odore di morte  talmente forte che si vive bendati fino a un raggio di venti
chilometri fuori da Tripoli. A Samuele pare di capire tutto molto bene, pare di sentire persino l'odore
dolciastro che l'impiccato esala dalla pelle, e gli pare di poter stabilire che la morte, in fondo,  una
cosa semplicissima, come mangiare e bere. Nel suo pensiero di fanciullo la morte era una sottrazione
crudele, poi ha imparato che pu essere persino un'evenienza benevola... Lui se la immagina, la morte
del bersagliere crocifisso, e se la immagina come colei che assiste alla vita indesiderata di qualcuno,
finch, benaccetta, non le permettono d'interrompere ogni sofferenza. Ecco, lui se l'immagina il sorriso
di quel bersagliere che ha tanta giovinezza addosso da non pensare nemmeno di lasciarsi andare a
morire, cos, per smettere di soffrire.
Puddu di Oliena racconta di un suo parente che c'aveva questione di terreni con un possidente
di Mamoiada e un giorno l'hanno trovato fatto a pezzi legato a un albero. La testa da una parte le mani
dall'altra, un piede intero, l'altro se lo dev'essere mangiato qualche cinghiale. E poi c'era il busto che
era rimasto legato al tronco. Ora era chiaro chi era stato a fare quello scempio, no? Invece no, dice che
mancavano prove certe, finch un medico non trova dentro alla bocca del cadavere il moncone di un
dito con anche un anello. Due pi due fa quattro: vanno a cercare il possidente di Mamoiada, che,
guarda caso, ha la mano fasciata per un dito tagliato e guarda caso proprio lo stesso dito trovato in
bocca al morto. Gli chiedono di far vedere la ferita, ma i servi pastori e i famigli si affrettano a
testimoniare che il dito, su mere, se l' tagliato facendo legna; e allora gli chiedono di far vedere il dito,
ma lui risponde che l'ha seppellito perch lo preceda da Nostrusegnore. Cos gli fanno vedere l'anello e
lui dice che s, che l'anello effettivamente  suo, ma che qualcuno gliel'ha rubato tempo prima. Cos il
maresciallo che  andato a interrogarlo gli dice che nessuna delle sue risposte ha senso, che quel dito
trovato in bocca al morto, pi esattamente estratto dalla gola mozzata del cadavere di Eusebio Pillittu,
suo nemico giurato,  proprio il suo, chiaro come il sole. Cos l'altro, il possidente di Mamoiada,
racconta che fra i due contendenti c'era un terzo e che questo terzo gli ha mozzato il dito e poi l'ha
fatto trovare in bocca al cadavere. Quindi il maresciallo gli chiede di fare il nome di questo terzo, ma
lui si rifiuta, dice che fa la galera, piuttosto, ma la spia non la fa. Allora il maresciallo dice che va bene:
che lo segua in caserma, poi si vede se il dito che manca  lo stesso, se l'anello  stato rubato o meno,
se esiste un terzo contendente che se la sta godendo. Allora il possidente di Mamoiada dice: un attimo,
il tempo di salutare mia moglie che sta lavorando il maiale in cucina. E cos in un attimo succede tutto:
dopo qualche minuto, bianco come un lenzuolo candeggiato, il possidente di Mamoiada si consegna
alla Forza,  tutto come prima, tranne che non ha pi la mano... Il maresciallo ci mette un po' a capire
che cos' successo, ma quando capisce  troppo tardi, facendosi largo raggiunge la cucina dove le
massaie e la padrona di casa stanno insaccando le salsicce. Il possidente di Mamoiada reggendosi il
moncherino cade a terra. Il maresciallo ritorna dalla cucina appena in tempo per vederlo cadere, la
mano gli  stata spiccata dal polso con un colpo netto di mannaia, ma come provarlo? Carne e ossa
sono state macinate dalle massaie... Impossibile ricostruire la mano, impossibile provare qualunque
cosa si voglia provare... All'ospedale, ordina il maresciallo, portatelo a Nuoro all'ospedale che questo
vi muore dissanguato...
Poi Puddu di Oliena tace. Qualcuno lo guarda.
 Ecco,  prova a spiegare lui.  Chiss se noi in questa terra lontana siamo come quel
possidente di Mamoiada che ha rischiato di morire mutilandosi piuttosto che ammettere l'errore...
Polto non sa se ridere o che.
Samuele lo guarda, ha una luce quasi buona negli occhi:  Noi?  chiede a un certo punto, ma 
una domanda cos per dire.  Noi siamo come quel dito nella bocca,  conclude.
E Polto questa la capisce.
Comunque arrivano gli ordini che ci dobbiamo spostare a Tripoli: l le cose stavano andando
male. E allora ci dicono d'imbarcarci subito, che il 4 parte tutto a sostenere il 56. Il tenente medico
mi chiede se sto bene. E io dico che insomma, mi sento un po' stanco, e poi questa tosse che non mi
passa. Poi vabbe' mi chiamano dal Comando. Marchioro mi consegna una busta: mi fanno caporale.
Poi bisogna preparare la roba per il trasferimento.
Dunque ci siamo: il 24 febbraio 1912, durante la traversata che da Bengasi lo porta a Tripoli, il
fante Stocchino Samuele, ora caporale, si aggrava, comincia a sputare sangue. Le condizioni della
navigazione sono tremende.
Era stato morire. Solo che poteva ricordarlo.
I piroscafi carichi di militari sono tenuti sotto costa da una mareggiata terribile. Samuele privo
di forze boccheggia come un pesce tirato a riva. E lui sa cosa vuol dire e quasi gli sembra un
contrappasso, perch mille volte e pi era restato a guardare la bocca spalancata dei pesci mandati a
morire fra le rocce che delimitavano il rivo. Lui guardava il pesce e il pesce guardava lui come a
chiedere una grazia, e s'incurvava per rilanciarsi in acqua a respirare...
 Non stategli attorno!  gridava Polto per farsi sentire oltre lo stridore dell'acqua che grattava
lo scafo.
Poi colpi tremendi. Tremendi. A raffiche, come spallate. Masse d'acqua dai fianchi. Chi sa
pregare comincia a pregare e mancano sette ore almeno al porto di Tripoli.
Sette ore diventano sedici. Il tenente medico ha ordinato acqua e zucchero per Samuele, ma
appare chiaro che a Tripoli non ci arriva.
Quella traversata diventa una prova generale. Lui lo sa che si trova proprio nell'anticamera
della morte. Lo capisce dal fatto che gli pare che il piroscafo abbia improvvisamente smesso di
oscillare.  immerso in un sonno corposissimo, succhia l'aria da una canna, come succedeva quando,
da ragazzo, avr avuto s e no tredici anni, s'immergeva nell'acqua ferma per spaventare le donne al
lavatoio tirando le lenzuola dal fondo della vasca. Che  arrivato proprio davanti alla Signora Morte lo
sa, perch pu vedere se stesso seduto al suo capezzale...
Mi vedo ferito col labbro che sanguina e mi guardo, e quello che vedo mi fa pena. Sarei forse
quel mucchio d'ossa disteso nella branda? Sarei quel sacco vuoto sbattuto dalle onde? E che fine ha
fatto Stocchino Samuele caporale?
Chi lo sa, dicono in paese: morto in Libia, come i giovani migliori che c'avevamo. Febbri
polmonari, sa lstima, che si era fatto valere... No no, non si faceva ridere dietro, questo  certo. Morto
in mare, s'iscuru, creaturedda, poverittu. E che morte poi, oh una signora morte, di quelle lente lente,
nel disagio, nel sudore e anche nel delirio. Che si vedeva in carne e ossa anche dove non c'era, seduto
sul suo letto di morte, proprio come sta facendo ora. E poi si sente trasportare, ma non dal mare, nel
mare ha lasciato le sue spoglie mortali. No, dove si sente trasportare ora  un posto vicino a Osini,
S'Argiola 'e sa Perda si chiama, zona di lecci. L si vede adesso trasportato da tre uomini col cappello,
uno lo regge per le ascelle e gli altri due per le gambe: l'abbraccio del ginepro. Gli uomini corrono nel
bosco e gli respirano addosso, perch quello straccio d'uomo, col labbro sanguinante, che, moribondo,
sembrava esile come una canna, ora a trasportarlo  molto pi pesante del previsto.
Il cielo di S'Argiola 'e sa Perda  blu come le barbe degli orchi o come le giubbe degli ussari
francesi, blu come l'abisso quando diventa cremoso... Blu del colore del sogno che sempre ci si
accorge dopo di sognare a colori e quel che si ricorda  un colore terribile, pi colore del vero. Quel
cielo  molto pi di un cielo,  il sogno di un cielo.  un delirio senza nuvole, il soffitto di una pieve di
campagna...
Camminano trascinandosi il corpo di Samuele, i tre uomini col cappello, e pi avanzano pi il
terreno se lo riprende risucchiandolo verso il basso. I tre sono affaticati, fanno quasi strisciare il corpo
contro le pietre, contro i cespugli bassi, le ortiche, i cardi, i germogli. Quello strascinare, quel respirare
grosso, quell'allentare la presa, quello snodarsi lento dei gomiti e delle ginocchia, che piano piano
cedono alla trazione, ecco: tutto questo vede di s Samuele Stocchino, caporale, mentre il piroscafo
lotta per tenersi a galla nelle acque della Libia. E s che s' deciso di navigare sotto costa...
In bocca ha una notte d'abisso: sangue marcio, ferro. Sapore gelido di sentimenti inspiegabili,
come cadere e risalire. Come resistere e lasciarsi andare...
Quella notte Gonario Stocchino ha una visione... Sta dormendo, quando si spalanca la porticina
dello stazzo: un ragazzino. Piange, dice che si  perduto. Gonario si mette a sedere ancora intontito dal
sonno. Come sarebbe perduto: cuius es? domanda. Stocchino Samuele di Felice de sos de Crabile,
risponde il ragazzino. Allora a Gonario gli scappa da ridere, perch lui sa che quando accadono le
visioni, le visioni non sono mai di cose che uno conosce, ma di cose misteriose e sconosciute, cose che
non si possono nemmeno raccontare. Tuttavia il suo cuore semplice capisce che quell'immagine che ha
davanti non pu essere in nulla suo fratello, che ora si trova in Libia a combattere gli infedeli. Tuttavia
il suo cuore semplice capisce che il mistero domestico pu essere un mistero doppio, o una
premonizione, o un segnale. Tutto questo pensare e almanaccare lo confonde un poco, ma lo stesso dice
al ragazzino di entrare. Il ragazzino entra, la luce della brace aiuta a inquadrarlo in viso. Certo, pensa
Gonario, potrebbe essere Samuele che, da chiss dove, mi manda a dire qualcosa. Che c' di male, del
resto? E che c' di strano? Il sangue chiama, il sangue risponde. Siedi, dice Gonario al ragazzino, passa
la notte, dice, che domani sistemiamo tutto, mangiato hai? chiede. Ma il ragazzino non sembra entit
che abbia esigenze carnali, pare perduto, si guarda intorno. A Gonario quel silenzio troppo carico un
poco lo inquieta, a lui piace il silenzio vuoto delle greggi. Cos chiede al ragazzino se ha sonno... Il
ragazzino accenna di no. Mio fratello si chiama come te, dice a un certo punto Gonario,  in guerra
adesso. Il ragazzino accenna di s, che lo sa. Che sa anche tutto quello che Gonario non sa di sapere. 
una visione o no? Io ti voglio dire che tuo fratello  sul confine, adagiato sulla linea che separa i vivi
dai morti... Gonario vorrebbe trovare le parole per rispondere, ma il ragazzino gli fa un segno con la
mano perch taccia: odio, tradimento, calunnia lo stanno trascinando dalla terra alla terra, dai viventi ai
defunti... Quando Gonario apre gli occhi il fuoco si  spento e le braci sussurrano appena.
Quella notte il sonno di Genesia Stocchino  disturbato dalla civetta. Quella bestia occhiuta 
andata a posarsi sul ramo di un castagno che sfiora i vetri della finestra della sua camera. Dimessa,
comincia a chiamare. Genesia caccia la testa sotto il cuscino e si mette a pregare che il sonno non pu
proprio regalarlo, che a casa del notaio dove fa la serva  tutta una febbre di preparativi per il
matrimonio della figlia maggiore, e quindi c' un muntone di roba da sbrigare. Ma l'uccello non
s'arrende e, ad ascoltarlo bene, sta dicendo sempre la stessa cosa: carne di martire e preghiere, carne di
martire e preghiere, carne di martire e preghiere... E pi ascolta, Genesia, pi le pare che le parole
siano perfettamente scandite. Certo le notizie dalla Libia non sono state buone, dal notaio dicono che
agli italiani gli sta andando come a uno che ha comprato una pecora per giovane e lattifera e invece la
scopre vecchia e rinsecchita. Carne di martire e preghiere. Notizie di Samuele non ce ne sono, qualcuno
che torna senza gambe o senza un occhio dice che ha sentito dire che  vivo, ma il 4 ha subito perdite
pesanti e poi dicono che lo spostano da Bengasi a Tripoli...
Polto avvicina il naso alla bocca di Samuele: respira, respira, dice. Puddu di Oliena prova di
nuovo a bagnargli le labbra come ha detto il tenente medico. Tripoli appare poco distante. Il mare si 
come pietrificato. Ancora poco e preparano la barella.
All'ospedale militare i medici come levatrici tirano fuori Samuele dall'utero della morte. Un
miracolo, dicono, le possibilit di sopravvivere a un collasso del polmone erano assolutamente esigue.
Ora ha bisogno di riposo, congedo e a casa.
No, prega Samuele, congedo no. Convalescenza e a casa, ma non congedo, perch io guarisco, a
casa guarisco. Il tenente medico lo guarda stranito, va bene Stocchino, ma con riserva. Va bene,
risponde Samuele.
Cos, appena si mette in piedi, appena  in grado di fare pochi passi nel corridoio dell'ospedale
militare di Tripoli, gi chiede che si avviino le pratiche per la licenza e la convalescenza.
A Napoli ci arriva pi morto che vivo. Per sette giorni  ricoverato nell'infermeria della
Capitaneria di Porto a Mergellina, poi due mesi al sanatorio di Pozzuoli. Una mattina freddissima,
senza aspettare alcuna autorizzazione, s'imbarca sul primo piroscafo per la Sardegna.
Ed eccolo entrare in paese... Gennaio 1913. Il resto  raccontare: a Felice le storie di guerra, a
Gonario le storie di donne...
IV.
(Leggende e ancora leggende)
Prima leggenda.
La prima leggenda racconta di Samuele tornato a casa dalla Libia pi morto che vivo. Nel
primo settore del telo del cantastorie lo disegnano smunto, scheletrico, mentre brancola nei vicoli
deserti del paese. Poi descrivono il suo ingresso in casa come l'apparizione dello spettro di Tolu il non
morto. Antioca sta rigovernando, Genesia  uscita da un pezzo. Gonario sono quattro giorni che non
torna. Felice  al frantoio per la lavorazione delle olive. I piccoli selvatici sono a Oristano, grazie a Dio.
Ecco come sarebbe avvenuto: Samuele non entra in casa, resta in piedi sulla soglia, Antioca lo
riconosce prima che possa dire qualunque cosa, sbarra gli occhi e si tappa la bocca con la mano per non
gridare. Che cosa le hanno restituito di quel figlio?
Senza parlare gli prende le mani e lo accompagna dentro a sedere. Samuele si lascia guidare
come se non avesse una volont propria, ma  solo che gli mancano le forze. Ha gli occhi grandi, quel
Samuele che  un'immagine isarbula di quello che  partito due anni prima. Ha una barbetta appena
accennata, rada, ha le mani che gli tremano e respira a fatica.
Finalmente Antioca parla:
 Creatura...  sussurra.
Samuele s'inventa una specie di sorriso, poi accenna col capo per dire che non  come sembra,
che sta bene, che  solo stanco.
Nel secondo settore del telo del cantastorie lo disegnano a letto, come un ex voto. C' tutto,
anche la nuvola che regge la Madonna e Antioca che la prega per la salute del figliolo ritornato. Seduto
ai piedi di quel letto si trova Felice che ascolta le storie di guerra raccontate dal figlio.
Infatti nei riquadri seguenti Samuele  un eroe, terrore degli infedeli, tigre feroce, soldato
decorato.
Poi la storia cambia perch il miracolo avviene e Samuele si riprende: nessuno ci credeva, tutti
l'avevano dato per morto, e invece... un gesto dalla nuvoletta disegnata sopra il lettuccio del degente,
ed eccolo in piedi.
Nel riquadro centrale del telo, a colori vivaci, si vede Samuele che alza le braccia al cielo e
grida. La giornata  limpida,  tutto fiorito di una primavera improbabile, ma assolutamente
paradisiaca. Non si crederebbe che un addobbo simile possa esistere in natura, e infatti non esiste.
Anche il paese di Arzana disegnato in quel riquadro  un presepio di casette ingenue, ma dolci di una
dolcezza di marzapane.
Cos si descrivono le storie edificanti di anime belle che il Destino conduce verso la latitanza.
La felicit dura un riquadro appena e ha il volto di Mariangela. Lei l'ha trovato quando era
finito in fondo al crepaccio, e ora lo ritrova. Lui non lo sa ancora ma lei l'ha scelto da quando era
bambino. Quando si rivedono lui  asciutto come un ramo di ginepro, lei  tonda e minuta come una
bacca di ginepro. Stessa pianta...
Poi si entra nella solita vicenda della felicit interrotta. S, perch Mariangela  molto insidiata.
Quasi alla fine del telo, in un riquadro in basso, la possiamo vedere mentre, sdegnata, rifiuta le
attenzioni di un facoltoso possidente. Il suo sguardo dice: non cedo. Come certe sante martiri che
portano gli organi propri sui vassoi, ma mantengono una distanza, quasi un'indifferenza verso il
martirio che le ha mutilate. Mariangela ha quella rabbia, ma anche quell'indifferenza.
Nel riquadro seguente Samuele affonda un coltello al centro del petto del possidente.
Al cantastorie scappa detto che il fellone ha ottenuto quello che si meritava: una dalia di sangue
rosso rubino. Samuele  una mano che colpisce, un coltello che penetra frantumando lo sterno. Il
malcapitato allarga le braccia quasi ad accogliere di buona grazia quanto gli spetta...
La prima leggenda finisce proprio con Samuele che salva l'onore di Mariangela.
Seconda leggenda.
La seconda leggenda riguarda la catena che unisce indissolubilmente Samuele a Mariangela. Si
capisce che dal punto di vista di lei, pi pagana che religiosa, il fatto di averlo sentito chiamare dal
fondo del crepaccio quando avevano sette anni appena, significa che sono destinati l'uno all'altra, o,
per dirla meglio, che lui  destinato a lei. Infatti dal giorno del salvataggio fino alla partenza di lui per
la Libia, nove anni dopo, lei, tenacemente, l'ha dichiarato roba sua. Senza mai dirlo a nessuno, ben
inteso. Ma l'ha tenuto d'occhio. Poi lui si  arruolato, a soli 16 anni, mentendo sull'et.
Qui la leggenda si fa storia di fede. Quando tutti dicono che Stocchino non ritorna, che  uno
dei tanti morti in Libia, lei dice che no. Dice che in guerra muore chi non ha affetti. E chi la sente
ride e le fa mille esempi del contrario: il macellaio, il garzone del fabbro, il muratore... Tutti morti e
tutti amati. Lei dice che non  abbastanza, che amati in quel modo l in guerra si muore. Dice che per
non morire bisogna fare come fa lei, che si prende in carico tutto da sola quello che andrebbe diviso in
due. Nei sette mesi in cui di Samuele non si hanno notizie, Mariangela non si stacca da Antioca: l'aiuta
a rigovernare, porta al lavatoio il carico d'indumenti sporchi. Come se fosse assolutamente chiaro che a
unirle  un amore in comune. Nessuno lo dice, ma lei lo sa.
Cos nel gennaio del 1913 lo spettro di Samuele entra in paese. E lei, Mariangela, aveva
ragione. Ci si aspetterebbe che si prendesse quello che  suo da sempre, e invece no. Per tutto il periodo
in cui il soldato  allettato, di Mariangela non c' traccia. Antioca, nella sua gioia di madre miracolata,
quasi non se ne accorge, ma, senza capire perch, sente un vuoto al suo fianco.
Il primo incarico di Samuele resuscitato  di raccontare gli inferi che ha visitato, la faccia
caprina del levantino astuto, il virile eroismo dell'italico soldato, e anche, ma solo sussurrando tra
uomo e uomo, le avventure d'alcova... Poi, rimessosi in piedi, arriva il momento dei piccoli lavoretti. 
un soldato decorato, non ha ancora compiuto diciannove anni, quando  partito era Samuele de sos de
Crabile e adesso  su caporale Stocchino, con i parenti che fanno barra per strada perch c'hanno l'eroe
in casa.
Mariangela se ne sta discosta. Una qualche intuizione le sta dicendo che quanto pi sapr
aspettare tanto pi sar premiata.
Fa continuamente il sogno che Samuele vedendola ritorna nell'abisso e le chiede dov'era finita:
perch mai, se lei sapeva che erano l'una per l'altro, non  andata a salutarlo quando, come Lazzaro, 
tornato dal Regno dei Morti a raccontare tutto quello che aveva visto?
Ma Samuele non sa ancora di avere quel destino addosso. Ora che si risente in forze, ora che il
dottor Milone l'ha battezzato come frutto di un miracolo, ora che comincia a far passi senza ansimare,
gli pare solo di essere ritornato a nascere.
 vero, ha le gambe ancora incerte del puledro umido di giumenta, ma la primavera incalza.
Dicono che abbia urlato contro il sole in segno di vittoria.
Mariangela nell'attesa ha imparato a interpretare le meraviglie. Ha anche imparato il potere
dello sguardo.
Dicono che un venerd, mentre si recava al podere di Larentu Sotgiu, Samuele abbia sentito il
bisogno di dissetarsi.
La notte prima a Mariangela era venuto in sogno un angelo ridanciano che la incitava a
prendere acqua... Lei nel sogno nemmeno rispondeva, che l'aspetto dell'angelo non era di persona a
cui si dovesse dar retta. Ma l'angelo, pastorello sporco e sdentato, insisteva a dire che quanto aspettava
era giunto e che doveva trovarsi alla fontana nella piazza del paese senza indugi. A Mariangela non
sembra possibile che si possa discutere di quello che lei da anni desidera in cuore, e si sdegna per
l'arroganza di quel ragazzino, ma ora al suo posto c' solo luce e profumo, poi una voce: s'andare e su
bennere, s'andare e su bennere...
Quando si sveglia  completamente sudata, senza neanche dire dove sta andando esce di casa
per raggiungere Annca Tola, che  l'unica che pu spiegarle quanto ha sognato.
La leggenda dice che Samuele proprio in quel mattino urla contro il sole, e dice che Mariangela
mentre si reca da Annca Tola coprendosi gli occhi per la luce accecante gli passa accanto, e, anche se
non pu vederlo, ne riconosce la voce: voce e luce, proprio come nel suo sogno. Cos com'era venuta
se ne torna indietro che tanto quello che si doveva capire si  capito benissimo.
La prima cosa che ha capito  che il momento  arrivato. Poi ha capito che il suo destino
d'amore con Samuele  un cerchio, andare e venire... Capisce che deve prepararsi a vivere l'agonia
dell'amante che sempre deve ricominciare: determinata stringe le braccia al petto e si fa forza, perch
quello che l'attende non sono rose e fiori.
Samuele si sta recando da Larentu Sotgiu e ha sete, cos anzich tirar dritto fa una deviazione
verso la piazzetta della chiesa dove c' la fontana. L vede una donna di spalle che sta colmando una
brocca...
Mariangela si  fatta bella, ha messo le loriche come se stesse per andare alla festa del patrono,
ha la camicia di un candore terribile e la franda buona. Quando la brocca  colma a met lo sente
arrivare, sente i passi chiodati degli scarponi d'ordinanza. Ora Samuele le cammina alle spalle, ma lei
non si volta: lo sente, dietro, come se lui l'accarezzasse. Eppure lui non ha fatto niente, si  limitato ad
aspettare che la brocca si riempisse.
 Ti avevano dato per morto, Samuele Stocchino,  dice Mariangela senza voltarsi.
 E invece sono vivo,  fa lui allargando le braccia.
 Sete hai?  chiede lei.
Lui accenna di s e lei lo vede anche se non pu vederlo perch non si  mai voltata. Cos si
alza, si volta verso di lui.  piccolo, solo un palmo pi alto di lei, eppure non ha l'aspetto di uno basso,
che tutto dipende dalla proporzione...
Sono l'una di fronte all'altro. Lui la guarda, poi inarca le sopracciglia...
 Se devi bere, bevi...  dice lei facendosi da parte.
 No, no, finisci,  dice lui riferendosi alla brocca mezza piena.
 Bevi, bevi,  taglia lei, come a dire che anche per il futuro il loro accordo d'innamorati
prevede che quanto occorre a lui viene sempre prima di ogni cosa.
La leggenda dice che lui, come Giacobbe quando vide Rachele al pozzo, subito abbia sentito il
desiderio di baciarla. E racconta che questo accadeva perch dentro di lui si era palesata una certezza
assoluta: che quella donna l'aveva scelto da sempre, e che non c'era proprio niente che potesse fare per
costringerla a cambiare idea. Se aveste visto gli occhi di Mariangela, negli occhi di Samuele, l'avreste
capito anche voi.
Il caporale si piega un poco, come se dovesse reagire a una pugnalata in pieno stomaco, mortu
su groddo. Lei fa un passo indietro perch sia chiaro che, per quanto adorato, Samuele deve mantenere
le distanze.  una geografia precisa, con precisi confini, di cui lui non pu e non deve mai avere alcuna
padronanza. Cos fa per avvicinarsi e lei si sposta, poi lui si piega per bere e lei gli sfiora la spalla.
Dicono che dopo quell'incontro non si siano mai pi lasciati.
Terza leggenda.
La terza leggenda narra di come Stocchino per un certo periodo, ad Arzana, abbia mantenuto
nel profondo, assopita nelle intragne, la belva. Lupo o tigre che fosse. Ma soprattutto racconta dello
splendore di quel momento, alla fontana, in cui il caporale capisce che una baionetta l'ha trafitto.
Siamo nell'agosto del '14. Un mese prima Gavrilo Princip ha innestato la Grande Guerra.
Ma per Samuele Stocchino l'estate del '14  quella che gli agiografi definiscono stagione della
pace.  l'idillio amoroso con tutto ci che ne consegue. Innanzitutto un filtro che smorza le brutture,
che stravolge la realt. E la realt  che le cose si stanno mettendo troppo male... Felice 
semiparalizzato dall'artrite. Gonario gira di tanca in tanca per pietire un miglioramento, che da servo
pastore non pu nemmeno permettersi il lusso di fumare. Genesia ha dei problemi anche lei col notaio:
lavoro troppo e paga bassa. Al reduce di Libia non resta che arrangiarsi come pu, porta la divisa e gli
scarponi d'ordinanza: fa la sua figura.
 la parte del racconto in cui sta per succedere qualcosa. Tutti tacciono, perch non ha senso
che questa storia possa approdare a un nulla di fatto, a un vissero felici e contenti. Ma questo 
quanto crede di pensare Samuele. Ha il petto gonfio di tutte le cose possibili. Tutto, tutto gli sembra
vero. Fa solo piccole sortite dentro la realt, per il resto, da un anno, vive al caldo dello sguardo di
Mariangela. E, quasi quasi, anche lui fa fatica a riconoscersi in quel giovanotto bellimbusto che indossa
la divisa del 4 e se ne va in giro per il paese a rappresentare audacia temeraria. Un balente con la
divisa, quindi pi balente, ma anche un balente innamorato, quindi pi fragile.
La storia prosegue che a Giacomo Manai occorre uno che gli curi il cavallo. Samuele in divisa
gli sembra il giusto riconoscimento del suo status di uomo pi ricco del paese. Nessuno ad Arzana dice
Manai, tutti dicono il pi ricco del paese, che  lui. Cos quando Samuele si presenta a casa sua e gli
dice che non ha paura di lavorare, il pi ricco del paese lo fa sedere, lo cmbida, come si deve fare
tra cristiani, e poi comincia col fatto che non gli occorre nessuno, che sono tempi brutti, che la guerra
eccetera eccetera. Samuele fa notare che la guerra la conosce bene e la conosce molto da vicino. Cos
Manai annuisce e dice che s, proprio per quello sta pensando a un modo d'impiegarlo senza umiliarlo,
perch, sia inteso, lui di lavoranti non ne ha bisogno proprio, ma magari per Samuele, e per il fatto che
ha combattuto contro i selvaggi, insomma qualcosa bisogna trovarlo...
Quello che si trova  custodire un cavallo, fare lo stalliere insomma, o l'attendente di un
ufficiale che non c', ma che c'ha un cavallo. E quel cavallo  molto pi importante di un cristiano. Il
pi ricco del paese su questo non transige: va bene tutto, ma il suo arabo-sardo lo vuole perfetto,
lucido, strigliato, pasciuto. Samuele deve fare la balia al cavallo, ma non pu mai cavalcarlo. Deve
farlo andare, fargli scorrere quel sangue di stallone nelle fibre, deve nutrirlo come se si trattasse di un
ospite di riguardo. A Manai che lo stalliere mangi o meno non interessa, a lui interessa che mangi il
cavallo. E ci ride pure, vuole il saluto militare dal fantoccio in divisa che ha assunto per la sua bestia
prediletta. Ma il fantoccio in divisa, come abbiamo detto,  un fantoccio innamorato.
La terza leggenda racconta Samuele come il rovescio di Samuele. Manai che lo deride, solo
qualche mese prima sarebbe stato il morto pi ricco del paese, ma ora no. L'autunno incalza. Ma
quando un uomo sta trangugiando la prima felicit vera della sua vita non ascolta chi gli gira intorno. O
lo ascolta con orecchio ben disposto...
A questo punto chi racconta la terza leggenda fa una pausa e guarda gli uditori. Vuole dare a
intendere che da quella cecit momentanea ci si deve aspettare una furia incontrollata. Vuol dire che la
felicit  solamente un incidente nella vita breve della tigre d'Ogliastra.
E si riassume: ha conosciuto l'odore e il sapore del sangue, ha avuto visioni, ha allevato una
bestia in corpo e poi ha amato. Un composto instabile, una miscela delicatissima.
Ma si va avanti e si taglia corto, a quanto si dice Samuele se ne va in giro col cavallo alla briglia
e la divisa d'ordinanza e tutto va bene,  un bell'indifferente; dopo aver strigliato e messo alla biada il
cavallo pu raggiungere Mariangela ai bordi del paese, dove la terra odora di sambuco e foglie
bruciate. Cos ogni giorno la stessa storia: alla stessa ora Samuele, col cavallo appresso, se ne va in
campagna poco fuori dal paese a farlo correre un po', come dice lui. E sempre, tutte le volte che
passa, gli anziani in piazza si toccano la visiera del cappello o si sfilano la berretta per prenderlo in
giro, e anche Manai tra questi. Manai soprattutto, che pensa che mai sisinu  stato speso meglio se il
risultato  vedere quel barroseddu di Stocchino che fa la balia al suo animale. E l'animale in questione
non  mai stato cos bello: muscoli tonici e pelo lucidissimo. Al seguito del suo stalliere ha un'andatura
imperiale. E qui si ride, perch Giacomo Manai c' una cosa che non capisce proprio: non gli ritorna il
fatto che la biada alla stalla non si consuma mai. E questo  un bel mistero, dal momento che il cavallo
non sembra per niente denutrito, anzi...
L'arcano si spiega quando, una settimana dopo, arriva il periodo della raccolta delle patate.
Insomma, mentre tutti tornano con i carri pieni di tuberi, a Manai non  rimasto niente da raccogliere, e
questo perch, mentre lui se la rideva in piazza, Samuele se la rideva nel suo campo di patate dove
portava il cavallo a mangiare. Cavallo bello pasciuto, niente patate, biada intatta, padrone gabbato,
lavoro perso. E tutti ridono.
Quarta leggenda.
La quarta leggenda  strettamente collegata alla terza. O meglio ne  una diretta conseguenza.
In quanto racconta di uno scherzo finito in gloria. Che tanto si sa: esistono persone che gli piace fare le
brulle ma non gli piace di subirle. Come a Giacomo Manai, appunto, che ha fatto la figura del fesso
davanti a tutto il paese. Qui c' l'origine, dicono, di un'inimicizia terribile.
Quattro giorni dopo il fatto del cavallo Gonario Stocchino viene messo a casa, su mere gli dice
che vende e che non ha pi bisogno, del resto ha saputo che lui sta cercando da lavorare in giro,
quindi... Quindi? A Gonario gli sale il sangue al cervello, ma cerca di mantenere il controllo perch
c'ha sette pecore sue e se le cose finiscono male non ha nemmeno un fazzoletto di terra su cui farle
pascolare. E allora chiede appunto che almeno gli tengano le pecore finch non trova un altro padrone,
del resto lui solo il servo pastore sa fare. Ma le cose non si mettono bene manco per niente, infatti solo
due settimane dopo su mere lo manda a chiamare perch si deve prendere le bestie, visto che il
compratore non  d'accordo di ospitare il bestimene di un ex dipendente. E il nuovo padrone, manco a
dirlo,  Giacomo Manai. Cos Gonario va a prendersi le sue bestie, che  in parola con un pastore di
Villagrande per tenergliele in cambio di lavoretti saltuari. Meglio che niente. Quando arriva a quello
che per anni  stato l'ovile in cui ha lavorato, ci trova Manai in persona. Gonario le sue pecore le
riconosce perfettamente, ma Manai sostiene che si sta selezionando le bestie migliori, cos viene fuori
che quali sono le pecore di Gonario, in quanto mere e domino, lo decide lui. E infatti ne fa selezionare
sette fra quelle pi vecchie, due delle quali gi sterili. Gonario dice che no, che quelle bestie non sono
le sue, che lui le sue le riconosce.
 Di tuo qui non c' nemmeno l'aria che respiri,  scandisce Manai.  Se ti vanno bene ti prendi
queste, senn ti arrangi. Per qualche sisino, perch non ti voglio male, te le compro pure.
A Gonario gli si spegne lo sguardo, ma, ancora miracolosamente, riesce a mantenere la calma. 
Voi non  con me che ce l'avete, non  con me . Parla pianissimo.
Manai lo guarda:   solo l'inizio,  dice.
Gonario fa cenno di s con la testa. Attorno al padrone ci sono gli sgherri armati...
Non troppo distante, quello stesso pomeriggio Samuele sta aspettando Mariangela: per la prima
volta lui arriva e lei non si trova gi nel punto convenuto. E queste sono cose che rovesciano il mondo.
La felicit, che si nutre d'infinito, di perennit, subisce come stoccate questi cambiamenti. Mariangela,
del resto, non sta meglio: deve restare in casa perch  l'oggetto di una proposta di matrimonio. Lo
scherzo finito male sta producendo una serie inarrestabile di atrocit. Le donne che portano la proposta
di matrimonio ai parenti di Mariangela sono la zia suora e la sorella zitella di Battista, secondogenito di
Giacomo Manai. Il primogenito, Luigi, resta fuori dalla porta.
Samuele aspetta per due ore. Chi volesse descriverlo per bene dovrebbe concentrarsi sugli occhi
che sono diventati due punte di spillo. Vedendo che l'appuntamento  saltato lascia il nido d'amore e si
reca verso casa a passi veloci. Sembra che abbia un'impellenza assoluta, un obiettivo chiaro, ma non ce
l'ha. E questo gli fa rimpiangere e maledire il momento in cui ha abbandonato il soldato per
abbracciare l'uomo.
Nemmeno per un attimo gli viene in mente che Mariangela non sia potuta andare all'incontro, a
lui basta il fatto che lei non ci fosse. Cos, senza averlo previsto, scopre che un obiettivo ce l'aveva in
quel suo andare furibondo, lo capisce quando si ferma di fronte alla casa di Mariangela.
Lei dall'interno senza sapere come e perch lo sente arrivare. Lo conosce talmente bene e sa
che cosa si sta agitando dentro di lui. I familiari dal canto loro sono tutti contenti dell'avvenimento,
imparentarsi con i Manai ad Arzana vuol dire qualcosa. A Mariangela nessuno ha chiesto niente.
Per quattro giorni Samuele non apre bocca, non esce di casa, non guarda pi in l delle sue
mani. Antioca, che sa le cose e fa collegamenti, capisce bene che quel mutismo dipende da quanto si
dice in paese e cio che a Mariangela l'abbia chiesta in sposa Battista Manai. Quello che tutti chiamano
su drollo. Cos si mette davanti al figlio e gli dice che le cose vanno come vanno, che se lui e
Mariangela si erano promessi di nascosto la promessa non vale, perch vale quella fatta davanti a Dio
con tutte le regole. L Samuele, per la prima volta, alza la testa.  S che vale,  dice in modo
impercettibile, perch ha la gola secca dal troppo mutismo. E si alza. L forse capisce quanto possa
essere sciocco illudersi di poter cambiare un percorso che  stato chiaro fin da subito.  allora che,
secondo la quarta leggenda, finisce, si chiude definitivamente, la stagione della pace, il periodo
felice.
La trebbiatrice gira e scianca le spighe. Non  ancora finita: Felice, rallentato dall'et e
dall'artrite, arriva a casa, respira a fatica, posa sul tavolo un pacco e un sacchetto. Nel pacco: un quarto
di formaggio stagionato, tre casadine, una manciata di carrubbe. Nel sacchetto la parte di olive
confettate. Niente da dire, niente da aggiungere, Antioca i suoi conti li sa fare: la lavorazione delle
olive non  ancora finita, Felice ha ritirato la sua misera parte, quindi Felice  stato mandato a casa.
L'oliveto e il raccolto sono di Giovanni Bardi, che  il cognato di Giacomo Manai. Bisogna dire altro?
 l che Samuele si mette allo scrittoio per la prima volta. Ha la scrittura aguzza come denti di
sega:
Oramai tutti quanti siete al corrente che m'anno perseguito a me a agli altri della casa mia...
E io ho cominciato e perseguir a essere carnefice contro questi figliacchi. Da ora tutti che ci faranno
il male, avranno di me in paga lo stesso.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.
Appesa al portale della chiesa di Arzana questa letterina scritta su un foglio di carta da pacchi fa
ai paesani l'effetto sconcertante del proclama luterano.
Prete Marci manda a chiamare Manai. Quello che si dicono la leggenda non lo riporta, ma fatto
sta che due giorni dopo a Gonario lo manda a chiamare Giovanni Bardi per dirgli che, volendo, pu
sostituire Felice per la raccolta delle olive. E Gonario accetta.
Poi prete Marci manda a chiamare Samuele. E quello che gli dice  che le minacce sono una
brutta cosa davvero, stanno male a chi le riceve, certo, ma soprattutto a chi le fa.
Samuele scuote le spalle:  Chi le ha ricevute lo sa e deve stare attento,  sibila.
Prete Marci fa come per dargli uno schiaffo:  Vuoi fare il grande e sei un ragazzino,  dice. 
Io ti finisco a tira, m che quella  gente che si mangia a te e tutta la tua famiglia, stai attento a quello
che dici, che questa volta te la passi, ma la prossima vengo io e la lettera te la faccio ingoiare... Eh?
Dice che Samuele  rimasto a faccia bassa come se davvero fosse ritornato bambino.
 Guarda che Manai  stato tranquillo perch mi rispetta, senn c'era da prenderti a schiaffi per
quello che hai fatto.
Ancora Samuele non risponde.
Quinta leggenda.
La quinta leggenda  scritta col sangue. Quando tutto sembra risolto, quando quello che c'era da
dire era stato detto, quando il punto di rottura era stato definito, quando il territorio era stato delimitato.
Ad Arzana c' un silenzio terribile intorno all'inimicizia tra Manai e Stocchino. E quando di un fatto se
ne parla vuol dire che c' ancora qualcosa da dire, ma quando si smette di parlarne vuol dire che le cose
si sono messe male.
E infatti la quinta leggenda  tutta uno spiffero di sussurri. Niente  chiaro, ma tutto ha una
ragion d'essere. E la ragione questa volta si chiama Mariangela. Promessa a quel drollo di Battista
Manai  costretta a nascondersi. A Samuele questa cosa lo fa impazzire, lei lo implora di lasciar passare
che tanto a quello l non lo sposa manco morta.
Samuele non risponde.
Comunque sia a Battista Manai lo trovano morto qualche giorno dopo. La quinta leggenda
ritorna alla prima leggenda, quando s'immagina che Samuele abbia squarciato il petto dell'uomo che
insidiava la sua donna per mangiargli il cuore.
Ma nessuno ha fatto in tempo a fare accuse ufficiali. La Primavera interventista ha richiamato
alla caccia la muta dei cani sardi e, fra loro, il caporale Stocchino.
Sul Carso questa volta.
V.
(Dove si racconta la notte prima della partenza
per la guerra)
Mariangela pos la sua mano bianchissima sul copriletto. Silenziosa, per non svegliarlo. Le dita
affusolate brillavano di pallore. Con una leggera pressione del palmo percorse la schiena di Samuele,
fino a raggiungere le spalle. La pelle di lui era caldissima oltre la tela rustica della camicia. Con un
lamento di fanciullo assonnato Samuele scosse la testa al contatto freddo di quel tocco sull'epidermide.
Ora lei gli stava accarezzando la nuca rasata di fresco, poi il collo nudo, e abbassava le labbra per
posarvi il respiro. Aveva il corpetto slacciato, Mariangela. Con un movimento del busto Samuele
guadagn la posizione supina, senza aprire gli occhi. Liber le braccia dalle coperte e raggiunse i seni
della donna con entrambe le mani. Brancolava con il respiro che cominciava a rompersi. Socchiudendo
le labbra chiese quei seni, percependo nell'aria il loro profumo. Il volto della donna comparve solo
allora: aveva la pelle segnata di piaghe, le orbite degli occhi non erano che due pozze untuose. Le
labbra strappate dal viso a colpi di coltello. Sulle spalle un'immensa acconciatura di coralli. Scatt a
sedere sul letto tenendo le palpebre ben serrate. Mariangela articolava parole senza suono dalla gola
squarciata. Col petto in tumulto e la gola secca, Samuele allung il braccio al suo fianco. Sent un
respiro regolare di donna. Affond le mani nei suoi capelli corvini, con sollievo.  Un brutto sogno,
angelo mio,  sussurr lei senza voltarsi, sentendosi toccare.
E di questo doveva essersi trattato. Guardandosi attorno vide che la stanza era vuota.
 Torna a dormire affianco a me, ho freddo,  implor.
Samuele sorrise di se stesso e della sua paura.  Tutto vero,  le disse,  sembrava tutto vero.
Si strinse al corpo di Mariangela. E sent da quale gelo fosse invasa. Rabbrivid per quel
contatto, eppure non riusc a liberarsene. Indietreggi verso il lato vuoto del letto sentendo che le
membra della donna erano diventate le dure propaggini di una pianta pietrificata. Spalanc la bocca per
gridare, ma non riusc a farlo. Intanto Mariangela si era voltata, era riuscita a voltarsi senza
abbandonare la presa su di lui, e aveva un numero infinito di braccia e di mani che gli percorrevano il
corpo.
Gridando salt fuori dal letto. Era bagnato di sudore e paura.
Dal groviglio delle coperte non avvert nessun movimento e fu certo solo allora, constatando la
sua solitudine alla luce corposa della luna, di essere sveglio.
Antioca lo trov riverso al suolo in preda ai brividi. Le grida l'avevano svegliata.
 Per l'amor di Dio, che cosa  successo!  esclam illuminando la stanza con la luce tremula di
una candela.
Samuele ebbe un sussulto vedendola comparire. Con uno scatto si rinchiuse cingendo le
ginocchia con le braccia serrate. La madre si accost posando la candela su una sedia.   stato un
brutto sogno,  disse,  ora  tutto passato . Allungando la mano sulla testa di Samuele lo accarezz
come non aveva pi fatto da quando era piccolo.  Un'amimutadura coro meu,  continu sussurrando.
Samuele si abbandon alla presa di lei. Si lasci condurre sul letto, sent le sue mani esperte
sistemargli le coperte sul corpo che cominciava a rilassarsi. C'era stato un tempo, e i ricordi si facevano
improvvisamente netti, in cui poteva riconoscere i passi della madre oltre la porta della sua stanza. E
immaginarla mentre posava l'orecchio all'uscio per sincerarsi che tutto andasse per il meglio. C'era
stato un tempo in cui aveva profumo di latte e la sua pelle morbidezza di olii balsamici. E poi quando le
dicevano che sarebbe morto, in mezzo al bosco, mangiato dalle bestie notturne, poteva sentire il battito
dei suoi denti. Ma ricordava benissimo il giorno in cui venne restituito ai vivi, dopo essere stato
strappato dalla carne della roccia, con la pelle sullo scheletro e solo quel minimo di forze occorrenti per
trangugiare acqua e miele. Una resurrezione additata da tutti come il favore della Vergine al figlio di
Antioca Leporeddu, che per lui l'aveva pregata. Che si trattasse di una restituzione non c'erano dubbi,
una linea pi calcata nel disegno divino a cancellare la parola fine.
Antioca rest qualche minuto a guardare i tratti del viso del figlio che tornavano a distendersi.
Poi con calma indietreggi a recuperare la candela.
 Sembrava tutto vero,  disse improvvisamente Samuele, rompendo il silenzio.
Antioca lo raggiunse di nuovo.  I brutti sogni sembrano sempre veri,  conferm con un filo di
voce. Poi guard la divisa del figlio pulita e stirata sulla sedia.  Fai qualche ora di sonno che domani 
una giornata lunga.
Lunga s da Terranova a Napoli, per lo smistamento. E per raggiungere i fratelli sconosciuti.
Irredenti.
Terza parte
Atterriti, sporchi di terra, pazzi di terrore... terribile!
Gli ordini sono ordini, i Comandi non avevano nessun bisogno di persuaderci.
M. FRISCH, Libretto di servizio.
Voce fuori campo
C' stato un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui quella stessa luna, lanciata nella notte come
al centro di un palcoscenico, aveva esibito uno sguardo verginale. E c' stato un tempo in cui si era
avvicinata a tal punto alla terra da sembrare un'unica luce che a guardarla dava le vertigini e una
sensazione strana d'angoscia e languore, di paura e godimento. Come un piacere molto simile a un
dolore.
Un dio prima di Dio aveva danzato immerso in quel pallore, quando si credeva che il battito dei
suoi piedi avrebbe risvegliato la materia inerte, nella notte delle notti, quando tutto era da fare. Quando
ancora si pensava che una danza bastasse a risvegliare il corpo comatoso della terra. Quando si pensava
che danzare bastasse a donarle una meraviglia di gemme per adornarla e corpi semoventi per abitarla.
Quando si pregava la saetta e la scossa e l'alito malefico. E ogni gesto doveva risultare perfetto, come
uno specchio del cosmo. E ogni parola doveva avere un suono e un tono per non offendere la bestia
diffidente. E ogni passo doveva essere un'immagine di quello stesso dio che lo danzava. Cos che il
belato dell'ariete e il muggito del toro, e il crepitare della fiamma e lo scorrere dell'acqua, potessero
cantare un'armonia che era s musica ma, in ugual modo, una mappa degli astri: un racconto del
firmamento, un'imitazione del cielo sulla terra.
Per questo, in una notte simile a questa, i primi di noi si disposero in cerchio a drillare per
mimare il vorticoso scorrere del tempo e dei pianeti. I primi di noi si abbracciarono per concordare un
ritmo e stabilire le parti: tu l'ariete, tu il toro, tu il fuoco, tu l'acqua.
C'era da sentirsi divini, c'era da sentirsi talmente vicini al senso primo delle cose da pensare di
non essere ancora nati. C'era da sentirsi immortali.
In una notte simile a quella dell'eccidio tutte le preghiere avevano avuto risposta. La materia si
era svegliata e, come un cane bagnato che si scuotesse, aveva scagliato nel cielo un numero strepitoso
di tizzoni ardenti.
I primi di noi avevano nuotato per raggiungere la superficie, avevano arrancato verso l'asciutto,
oltre le paludi, e ottenuto udienza. Cos si erano alzati in piedi, ancora traballanti come puledri.
Avevano sollevato le braccia per imitare i rami degli alberi e urlato per saggiare i polmoni.
La coscienza era giunta come uno schiaffo in pieno viso.
Perch  arduo dare un senso a tanta millenaria sofferenza. E le parole spesso mancano, ma
resta dentro una memoria che  vuoto.
Fu cos che and.
Cos, perlomeno, lo raccontano. E dicono che l'orgoglio spinse i primi di noi a moltiplicarsi,
innamorati della propria immagine, e li spinse a morire perch questo significava ritornare al punto
esatto da cui tutto era cominciato, nella gloria della pietra fittile, nel simulacro inviolabile della Madre.
Nel centro dei centri.
Abbagliati dalla luce silenziosa lasciarono questa terra proprio come se danzassero. Ma per
ricominciare, che la luna era ostinata, e il sole pure, e ostinata era la speranza di perpetuare quell'urlo e
quella coscienza.
Dicono che avvenne di notte, una notte come quella dell'eccidio, quando l'orgoglio, nel
bordone del tempo, si era ridotto a una fiammella pallidissima, agonizzante. Perch il pianeta dell'amor
proprio si era fatto satellite. Era diventato una scheggia turbinante al confine del mondo. Perch il filo
della memoria si era aggrovigliato rendendo impercorribile il labirinto di se stessi.
Nudi, gli ultimi di noi stavano vagando nella terra dormitorio schermandosi il volto contro il
bagliore, perch, la notte dell'eccidio, c'era la luna piena e una strana, angosciante euforia...
Simile a un dolore.
I.
(Libretto di servizio)
Si mangia la terra, qui, e i topi si mangiano noi. A meno che noi non cominciamo a mangiarci
loro. Mai visti topi cos grossi, attaccano i cani e attaccano i cristiani. C' da capirli: nella guerra di
posizione  stato occupato il territorio delle chiaviche prima di quello dei crucchi. E state certi che cotti
a puntino non sono neanche male n le chiaviche n, tanto meno, i crucchi. Sulla Podgora i topi sono
una prelibatezza, l i rifornimenti non sono arrivati per sedici giorni causa ripristino della statale
interrotta. Ma ci sono anche i fortunati che sulla branda hanno la rete di protezione. Eh, i topi fanno pi
paura degli obici: sono silenziosi e ti mangiano il naso o le orecchie mentre dormi. Il tenente medico
dice che hanno un siero che non fa sentire l'aguzzo dei dentini che si piantano nella carne. Uno capisce
molte cose mentre aspetta inerme sepolto nella trincea. Ha come un assaggio di morte e seppellimento.
Sapore di terra. Capisce per esempio quanto possa essere importante avere una scrittura. Eh s, uno si
dice che in guerra sono necessari coraggio e armi adeguate, e invece quelle cose non bastano. In questa
guerra la scrittura  necessaria come un buon equipaggiamento. Noi lo possiamo vedere tutti i giorni
come cambia l'umore di chi riceve notizie, ma ricevere notizie significa anche saperle scrivere. Questo
. S. A quelli che nessuno gli scrive gli sembra di essere gi morti prima che vengano sbattuti fuori
dalla trincea. Morti nel ricordo, che non ha mezzi pro lu narrere, e morti di paura, e di freddo, e di
schifo. I primi giorni sembra che proprio sia impossibile sopravvivere, poi, a furia di grappa, si capisce
la cosa fondamentale: non ci vuole volont. Neanche quella di sopravvivere.
Samuele questa cosa l'ha imparata bene sia come reduce di Libia sia come civile in paese: non
esiste la volont, sopravvivere  solo un problema di resistenza. E lui ha resistito a forze che avrebbero
distrutto chiunque. Nella nave durante la traversata verso Tripoli, per esempio, era pi di l che di qua,
e prima ancora nell'abisso... Questa resistenza accanita era l'arma che lo faceva immortale, come una
corazza invisibile intorno a lui.
Anche qui il punto era mantenere le posizioni, gli austriaci in vetta, gli italiani a valle. Ma tutti
senza distinzione a occupare in armi il territorio dei topi. Il capitano Trestini, uno di Livorno, diceva
che c'erano perlomeno sette bestie per ogni soldato. E anche che sarebbe stato meglio risolvere tutto
con una battaglia tra i topi italiani e i topi austriaci. E comunque la guerra  la guerra, c' poco da fare,
non si va in vacanza.
A Samuele il disagio della vita militare gli sembra quasi vita normale. Anche in Africa era stato
lo stesso, l'unica differenza  il freddo anzich il caldo. E anche il fatto che nei fronti contrapposti
comunque ci si faceva il segno della croce prima di andare all'assalto.
Qui nel nostro reparto siamo per la maggior parte sardi, peggio che in Libia, peggio che a
Babele, che ci sono ozieresi che toscanizzano, come dice il tenente colonnello Barzini, e orunesi che
francesizzano: gli uni hanno la c morbida, gli altri la r moscia. In mezzo alla terra si parla di tutto.
Quelli del nuorese, Oliena, Mamoiada, Orgosolo, se ne stanno di pi per conto loro. Da Arzana poca
roba, ma tre da Jerzu e dieci da Ulassai. Uno anche da Tortol, ma poi si viene a sapere che c' solo
nato perch ha vissuto tutta la vita a Sassari, bidda manna di gran signori.
Qui in trincea si scopre che in Sardegna ci sono posti mai sentiti nominare. Uno si crede di
conoscere le cose e invece in genere non le conosce proprio. Un ragazzo strigileddu dice che lui viene
da Luna Matrona e tutti ridono, che non  possibile che in Sardegna esista un paese che si chiama cos,
e lui insiste che quel posto non  troppo distante da Barumini e tutti fanno cenno di s, che allora ci
siamo capiti, che Barumini, i padri nuragici e tutto il resto, ma Luna... Luna itte? E ridono.
Meno male che si ride di tanto in tanto, meno male anche se qui da ridere c' poco. Appena
entrati a Monfalcone ci hanno detto  questione di settimane, un mese al massimo e siamo a Trieste, e
sono passati due anni...
Che Felice  morto Samuele viene a saperlo da una lettera di prete Marci. La prima delle due
lettere che ricever nel corso di tutta la guerra. Felice e Cecco Beppe muoiono insieme. A Samuele gli
pare sufficiente, come omaggio a un padre silenzioso, il dono del silenzio.
La notizia se la tiene per s, prete Marci non ha spiegato n raccontato niente, ha semplicemente
mandato una comunicazione, e questo concorda col fatto che ha deciso di essere quello che . Lui
comunica morte come se dicesse buongiorno, perch ha firmato un contratto in cui si dice che la morte
non  un fatto grave, ma una certezza. Quindi che cosa si risponde a una comunicazione del genere?
Niente.
Samuele butta gi un sorso di grappa, che su quella hanno ordini precisi di non lesinare perch
scalda.
Le trincee dei due fronti sono vicinissime, un centinaio di metri verso le montagne si vedono le
teste degli austriaci e se a qualcuno gli tira il culo si mette anche a fare il tiro a segno. Sia da una parte
che dall'altra. C' Poddighe di Orani, per esempio, che si passa il tempo in questo modo. Punta e via,
ogni volta che un elmetto austriaco salta fa un balletto e una tacca sul fucile. Fino a quando non arriva
qualcuno che gli fa passare la voglia a lui.  E finicchla!  lo rimprovera Puddu di Oliena. Lui e
Samuele si conoscono dai tempi della Libia. E si sono ritrovati sul Carso.
A dirla tutta, quando Puddu ha visto Samuele quasi quasi gli  venuto un colpo, che gli
sembrava un fantasma.  Stocchino!  gli esce di bocca.  Galu bibu sese?  Samuele si strizza le palle
e poi gli fa le ficche.  Appas in s'ocru!  gli risponde, poi si abbracciano.
 Non ne avevo pi saputo di te, dopo che ti avevano ricoverato a Tripoli, e guarda che se non
sei morto allora vuol dire che tu sei proprio pedde mala.
Samuele sorride, stringendo in mano la lettera di prete Marci.  Finch non arriva la tua ora... 
dice con una specie di aria saggia che gli sta anche bene al viso. Si  scavato ma non  sciupato.
Samuele  di quelli che nel disagio mantengono un aspetto accettabile. La barbetta gli sporca le
mascelle e a essere franchi non si pu nemmeno definirla barbetta:  come l'ombreggiatura fatta da un
ritrattista di strada.
Sempre, sempre mi sono chiesto com' che succedono le cose: questo freddo, per esempio,
com' che sono finito qui in questa tomba non ancora morto, dicono che  stato un colpo di obice. Per
me so solo che ho sentito come una mano che mi ha sollevato da terra. Un attimo prima stavo parlando
con Puddu e un attimo dopo ero qui sotto terra, esattamente come mio padre. Mi rendo conto che sono
vivo perch posso sollevare il braccio e perch sento qualcuno che striscia.
Tutta quella terra  diventata un sepolcro. Una volta fuori dalla voragine in cui  finito, Samuele
pu raccontare una storia che conosce fin troppo bene: quella del mortale rifiutato dalla morte. Ad altri
non  andata allo stesso modo. Curreli di Gavoi, e Petrella di Guspini, e Mereu di Aggius... Tutti loro
non hanno risposto al richiamo.
 Puddu, bi sese?  si mette a gridare scrollandosi la terra di dosso. La luce radente dei fari
notturni, che sono un aiuto ma anche un bersaglio, fa sembrare il suolo fango che ribolle.
Samuele si mette in ginocchio, nel volto gli si vede solo il bianco degli occhi, e, se sorridesse,
anche il candore delle zanne. Ma non sorride, cammina a quattro zampe verso quello che resta della
trincea italiana.
 Puddu, bi sese?  chiama.
E Puddu risponde, poi tossisce. Erano di fronte a farsi scongiuri e sono stati spazzati almeno a
trenta metri di distanza l'uno dall'altro.
 Eja, tottu bene...  risponde Puddu.
Fanno cos questi sardi, dopo ogni esplosione, dopo ogni azione, quando arriva il silenzio
qualcuno si mette in ginocchio, per non offrirsi ai cecchini, e comincia a fare l'appello. Qualche volta
capita che nell'incerto della guerra che mischia le carte, che scompiglia i giochi, al richiamo di un
pastore della Gallura possa rispondere un pastore della Carinzia. Perch quei richiami non rispettano
nessuna nazionalit e non rispondono ad alcuno Stato Maggiore.
Comunque parlare in sardo per molti soldati  l'unica possibilit di comunicare. Comunicare
non compresi da tutti gli altri, ma non per volont di gruppo, non solo per quella: anche, soprattutto, per
mancanza di un'alternativa. Agli ufficiali continentali questo parlare incomprensibile sembra silenzio,
ma silenzio non ,  brusio costante,  parlata a fior di labbra che sta sotto, nei gangli delle postazioni
offensive, fa bordone al tartagliare della mitraglia... Cos, quando si degnano di visitare la prima linea,
i signori generali fanno sempre la stessa domanda:
 Ma com' che questi sardi non parlano mai?
 Parlano, parlano, Signor Generale...  che parlano fra di loro.
Il generale d un'occhiata ai cani sardi che sono della taglia giusta, piccoli e solidi, perfetti per
partire allo sbaraglio contro il fuoco nemico, gli basta avanzare curvi in avanti come se affrontassero la
bora e hanno grandi probabilit che la linea del fuoco li sfiori senza colpirli. E poi non si scoraggiano
mai, non parlano mai, o meglio parlano tra loro, il che significa star zitti, appunto.
Tra l'inizio di maggio e la fine di giugno del '16 la macina gira.  inesorabile: noi tutti
guardiamo verso Gorizia, gli austriaci ci arrivano alle spalle dal Trentino. Gorizia cede ad agosto, ma
nelle retrovie  un massacro continuo, continuo. Chi arretra  perduto,  perduto anche chi avanza. Al
desco della Nazione, Cadorna batte i pugni sul tavolo. I soldati uccidono i soldati e non solo i loro
nemici.
Samuele tutto questo lo capisce,  per le regole, lui. Lui  di quelli che al paese ha dovuto farsi
rispettare. Poi  giunta la lettera:
Felice morto, in pace con Dio Onnipotente, che sia con i giusti, amen.
Dalle trincee nemiche si sentono i pianti per la morte di Francesco Giuseppe e a Samuele, tra s
e s, quei pianti sembrano il giusto tributo alla vita martoriata di Felice.
Quindi ecco Puddu di Oliena, poi l'esplosione...
E si ricomincia da capo.
II.
(Dove si racconta di un incontro inaspettato)
Gorizia  presa per modo di dire, deserta e infestata di cecchini, si cammina rasenti ai muri e a
cavallo  meglio lasciar perdere. Quindi la parola d'ordine  bonificare. Cio pattugliare il posto palmo
a palmo e sparare a vista contro ci che si muove. A furia di stare al coperto nelle trincee, tutto quello
spazio aperto cittadino d una certa angoscia, troppa luce, tutto troppo umano. Sono un esercito di talpe
che si aggira nello scheletro di una citt. Semisepolti, a fregare il cibo ai topi, si sta meglio.
Nel fronte opposto, quello detto degli altipiani, i fantaccini devono tenere a bada l'avanzata
dei crucchi nel Trentino per impedirgli di dilagare nel Veneto. A Samuele tocca tenere a bada un
soldato che  stato condannato alla fucilazione.  un ventenne di Ulassai, l'hanno trovato svenuto in un
granaio durante una perlustrazione: il sergente, uno di Ariccia, dice che si tratta di un disertore. A
Samuele sembra solo un bambino che non sa dove andare, ma gli ordini sono che bisogna piantonarlo
fino a che non riacquista contezza di s. Da quando Cadorna ha battuto i pugni sul tavolo ogni
ventenne ubriaco  diventato un disertore. Cos il sergente di Ariccia lascia Samuele con il soldato e si
reca al Comando per attivare la richiesta di un plotone d'esecuzione. Lui non ci vuole andare di mezzo
e nel dubbio avvia la pratica. A Samuele gli sembra che quest'esercito sia diventato un bambinetto
spaventato nelle mani di un genitore incapace di educarlo.
Comunque il soldatino si sveglia cinque minuti dopo che gli altri se ne sono andati, scatta a
sedere e chiede che  successo.  Eh...  allarga le braccia Samuele.  Non l'ischis itt'as fattu?
Il soldatino si guarda intorno sperduto davvero, non gli viene in mente qualcosa che possa
averlo messo nei guai, certo ha alzato un po' il gomito, ma  Capodanno, no?
 Eh...  conviene Samuele.  Primo gennaio 1917.
 Auguri,  fa l'altro.
 Auguri,  ripete Samuele,  ma quale auguri? Ma capito l'hai che ti vogliono fucilare?
Il volto del ragazzo ora si  fatto di gesso.  E comente este?  chiede.
Si  appartato con una donna, una donna gentile, hanno bevuto un po', festeggiato... Ha saltato
l'appello e gli ordini sono ordini.
Cos la disperazione e il pianto arrivano nel momento stesso in cui il soldato di Ulassai capisce
senza ombra di dubbio che  un uomo morto, e che l dove l'hanno portato il tempo non c', non c'
l'anno e tanto meno il Capodanno, e auguri...
A quel pianto, che  un pianto vero ragliante, isterico, un pianto infuriato, Samuele non sa
rispondere, forse perch non  cosa che necessiti di risposte, e allora si abbassa fino a che non ha la
punta del naso attaccata alla punta del naso del soldato.  Dami unu corfu,  gli sussurra, come se
temesse che ci fosse qualcuno ad ascoltarli. L'altro lo guarda sorpreso:  De ube sese?  gli chiede.
 Arzana,  risponde Samuele.
 Ulassai,  dice l'altro.  Rubanu,  aggiunge.
 Stocchino,  risponde Samuele.
Poi non c' altro tempo. Rubanu si alza in piedi, Samuele resta in ginocchio.
Quando Samuele si risveglia capisce che l'hanno portato in infermeria. Il sergente di Ariccia sta
sbraitando che si  lasciato fregare da una recluta. A Samuele questa sembra una cosa buona perch
almeno non sospetta che ci sia stato dolo. Comunque in merito ad azioni disciplinari nei suoi confronti
ci deve pensare il capitano Lussu.
Il capitano Lussu  alto di un'altezza mai vista, lungo e secco. Ha uno sguardo che fa spavento.
Samuele, in piedi con la testa fasciata, fa il saluto e si qualifica. Il capitano lo invita a sedersi. Lo
squadra a lungo.
 Stocchino Samuele... Arzanesu,  dice.  Ogliastrino. Bel posto l'Ogliastra... Posto di caccia.
Posto di gente furba,  aggiunge il capitano Lussu. E guarda Samuele con i suoi occhi tizzoni. Samuele
non risponde allo sguardo, ma se lo sente addosso come se fosse liquido.  Allora spiegami bene che
cosa  successo...
Samuele tira su le spalle. Fa un sospiro.  Che cosa vuole che le dica, capitano... Mi ha preso a
tradimento.
 A tradimento,  ripete il capitano Lussu e sorride di un sorriso lieve.  A tradimento come? 
continua, sembra che si stia divertendo.
 Eh... Da dietro.
 S,  lo incalza il capitano.  Da dietro come? Fammi vedere...  Samuele comincia a sentirsi
a disagio.  Avanti,  insiste il capitano invitandolo ad alzarsi.
Samuele si alza. In piedi l'uno di fronte all'altro, capitano e caporale, fanno l'effetto di un
cipresso che fa ombra a un ginepro.
 Mi ha preso qui,  dice Stocchino indicandosi la nuca,  io mi credevo che era ancora
svenuto...
 E invece Rubanu di Ulassai non era svenuto...
 No.
 E io cosa devo fare, glielo devo dire al Generale che Ulassai e Arzana sono vicini vicini? Per
quanto ne sa lui sono distantissimi.
Stocchino fa ancora di spalle.  Forse non  necessario dirglielo, che gli importa a lui? Al
Signor Generale... con rispetto.
 Eh, che gli importa... Tu sei quello che grida in trincea, quello che chiama i morti?
 Io cerco i vivi, i morti ormai c' poco da cercarli...
 Di, levati dai piedi. E la prossima volta vedi di non distrarti. Vai, vai...
Il capitano Lussu lo manda via. Samuele se ne va con il suo sguardo che gli cola addosso.
 Ma com' che questi sardi non parlano mai?
 Parlano, parlano, Signor Generale...  che parlano tra di loro.
 Ma non si capisce una parola...
 Niente, Generale, ma sono bravi ragazzi, bravi ragazzi davvero. E comunque non ci sono solo
sardi, ci sono anche i volontari...
 Ah, te li raccomando quelli, tutti intellettuali... O sardi o intellettuali, comunque la si metta
parlano in modo incomprensibile...
 Certo, e consideri, Signor Generale, che ci sono persino i sardi intellettuali...
Passano tre giorni dal primo incontro tra Samuele Stocchino e il capitano Lussu, che
quest'ultimo lo manda a chiamare. Di nuovo il cipresso campeggia in mezzo all'ufficio d'emergenza. 
Stocchino, vieni vieni. Mi devi fare un favore...
Samuele aspetta che prosegua.
 Ti mando a Priafor dove abbiamo un problema con uno delle tue parti...
Samuele pensa che hanno acchiappato a Rubanu di Ulassai e pensa anche che lui  fregato. 
C' una macchina che ti sta aspettando, quando arrivi capisci...
Quel capisci  pi che un congedo, vuol dire muoviti e vedi di non farmi fare brutta figura,
cos Samuele saluta e raggiunge la macchina.
Saranno una ventina di chilometri fino al monte Priafor. Si viaggia in un mondo d'acciaio. Si
viaggia sotto un cielo che pare un lenzuolo steso ad asciugare. Ci sono ontani, da queste parti, e distese
d'erica. Ci sono boschi misti di faggete e abeti bianchi...
Dice che mentre la macchina sta avanzando in salita, verso gli ottocento metri, Samuele si
sporge dal finestrino per guardare un gregge di pecore al pascolo. Sono pecore ben pasciute e con un
vello riccio e candido, niente a che vedere con le pecore di casa sua, secche e giallastre, ma a Samuele
si stringe il cuore. E in quella stretta ha come una specie di euforia simile a un dolore. Tutto farebbe
pensare che in quel frammento di mondo la guerra non sia mai passata.
Ma dura poco: appena superato un tornante ecco l'esplosione, una pecora ha fatto brillare una
mina. L'autista quasi perde il controllo dell'auto, investita dallo spostamento d'aria. Ma questo  il
meno, perch in un attimo il mezzo viene colpito da pezzi di carogna. Un agnello cade dall'alto sul
cofano.
Samuele sbarra gli occhi: Signore Santo, il passato che ritorna. L'autista ha fatto in tempo a
sterzare e mettere la macchina al riparo. I brandelli del gregge sono appesi agli alberi e incistati tra le
rocce. Mi venga un colpo, sta dicendo l'autista, mi venga un colpo. Samuele ha un tale batticuore che
ha paura di non riuscire a respirare. Una testa di pecora li guarda dalla cunetta. Certo che esplosioni ne
ha viste, e ha visto anche corpi solidi dissolversi durante il volo, ma non ha mai assistito all'avverarsi di
un segnale. Mai ha pensato che nel corso furioso degli avvenimenti potesse esserci tempo per una
replica, per un memento.  questo a spaventarlo.
Comunque, constatato che danni seri al mezzo non ce ne sono, si procede, si riprende a salire.
Ora il paesaggio filtrato dai finestrini  rosso, che  un colore adatto, pensa Samuele. Ha ripreso a
respirare regolarmente, ma gli  rimasta un'inquietudine terribile, una stretta tra lo stomaco e il costato.
Verso la cima si cominciano a vedere postazioni di artiglieria pesante che governano la vallata.
Tutto si  fatto di una nudit quasi indecente.
Si arriva dove si deve arrivare.
 un terrazzamento. Ci sono fanti in camicia che portano fuori dalla bocca di una galleria secchi
di terra. Stavano scavando, raccontano, ma ora avanti non si va. Un sergente raggiunge Stocchino.
  dentro,  dice, pensando di aver detto tutto. Samuele lo guarda contraddicendo quella
certezza.  Il nuovo, il sardagnolo,  chiarisce quell'altro.  Stavamo procedendo con l'escavazione...
Poi all'improvviso ha cominciato a smaniare e si  portato l'arma alla bocca.
A Samuele viene in mente la faccia del capitano Lussu e quel non farmi fare brutta figura non
detto, ma chiarissimo. Cos senza ascoltare altro si mette a gridare.
 Ohh...
Niente, nessuna risposta.
 Ohh, bi sese? Chie sese?  continua senza preoccuparsi degli altri soldati che lo guardano.
Intanto ha guadagnato la bocca della galleria.  Ohhh!  riprende come se stesse richiamando un
gregge. E quasi gli pare chiara la premonizione di poco prima: nella sua personale Apocalisse le pecore
e gli agnelli cadono dall'alto. E nel suo personale libro del destino quel cadere  sempre l'avvio di
qualcosa di terribile. Ma non ha tempo di pensarci, adesso, tutto quel discorso  qualcosa che gli si
deposita in corpo e basta.
 Ehhh,  si sente infatti dal fondo della galleria, poi un fascio di luce.
Samuele lo segue come fosse un invito... Fa pochi passi schermandosi il viso con la mano. 
Abbassia cussa luche,  dice avanzando sino a sentire chiaramente il respiro pesante del soldato.
E il soldato, quasi fosse programmato all'obbedienza naturale, abbassa la lampada. Ora dentro
al budello si sparge una luce arancio che proviene dal suolo.
Il soldato  accucciato sul fondo della galleria, le spalle attaccate alla parete, un fucile inclinato
tra le ginocchia, la canna in bocca, il dito sul grilletto. E tutto questo pare quasi normale, la
conseguenza di un dissesto feroce quale  quello della guerra, che strappa da un posto per liberarne
un altro che nemmeno si conosce. Che non richiede un atto di coscienza. E infatti il soldato che si sta
puntando il fucile alla bocca non sa niente di niente. Non riesce a darsi proprio nessun motivo valido
per la sua presenza dentro al budello della montagna.
E tutto questo va bene... Quello che non va bene, quello che rovescia le cose,  quando si
capisce con chiarezza che la vita  una serie infinita di ritorni. Ci che colpisce non  tanto il silenzio
atroce in cui  piombata quella galleria, quanto la precisa sensazione che stia per succedere qualcosa di
straordinario. Samuele l'ha capito che quella giornata annunciata dalla sua personale Apocalisse non
poteva essere una giornata come tutte le altre. Infatti con la vista che si  abituata alla penombra
Samuele pu guardare in viso il soldato: e quello che vede gli fa cedere le gambe.
 Itte ti naras?  chiede terrorizzato dalla risposta.
Il soldato lo guarda per un attimo, e tenendo sempre sotto controllo la canna del fucile si libera
la bocca.  Crisponi,  dice piano, come se quel cognome gli fosse venuto in mente solo in quel preciso
istante.
 Luisi?  chiede Samuele, con la gola che gli si chiude.
Luigi Crisponi risponde di s. Samuele cade in ginocchio e si porta la mano alla bocca. Lui lo sa
che senza un'azione decisa il pianto si prende quello che gli spetta. Luigi Crisponi lo guarda: 
Stocchino,  sussurra, come se si trattasse di qualcosa di talmente difficile da supporre che vada detto
pianissimo.
Samuele sta facendo cenno di s, dagli occhi gli colano lacrime silenziose: quanto tempo 
passato? Quindici anni? Quindici anni.
Si abbracciano.
Forse quell'abbraccio tra Luigi e Samuele  l'unico di cui sia lecito parlare.
 Creatura,  dice Crisponi staccandosi.  Creatura,  ripete,  quante cose ho visto di te.
E lo dice come se davvero sapesse cose che a nessun altro  lecito sapere. Come se nemmeno
fosse umano, ma un'entit mandata in quel posto, nel ventre della montagna, per avvertimento.
Samuele ha la gola chiusa da un sentimento enorme, molto pi grande di quanto riesca a
ingoiare. Luigi adesso sembra calmissimo. E Samuele tra i singulti pu constatare che non  cambiato:
certo ha pi di vent'anni, adesso, ma ha mantenuto la qualit di fanciullo.  Dove sei stato?  riesce a
chiedere a un certo punto.
Luigi sorride appena, si mette comodo poggiando la schiena alla parete della roccia:  Dove
sono stato io non  posto che si possa raccontare,  spiega. E basta.
Silenzio.
 Tutto bene?  grida il sergente dall'imbocco della galleria. Samuele guarda Luigi, poi
risponde che va bene.
 Ti ho visto morire, Samuele,  gli dice d'improvviso Luigi.  Sei alla tanca di Tanino Moro, e
dalla porcilaia, a tradimento, ti sparano.
 Non sono io quello che hai visto,  lo rincuora Samuele.  Io non c'ho niente contro Tanino
Moro...
 Creatura,  ripete Luigi. E lo ripete come quando si vuol dare ragione a qualcuno che non ce
l'ha.
 Andiamo, adesso,  propone Samuele.  Aj che hai fatto preoccupare tutti.
Luigi fa di spalle, poi accenna ad alzarsi e invece si appoggia per bene alla roccia ritornando
nella posizione iniziale. Sembra che si stia per alzare e invece si sta solo risistemando in bocca la canna
del fucile.
A sentirlo da fuori lo sparo non  niente di pi che un otre che scoppia. Il proiettile, trattenuto a
ballare nel cervello di Luigi dall'elmetto e dalla roccia, ha rilasciato sulla parete dietro di lui il segno di
un leggero travaso, uno sbaffo di rosso cupo; per il resto, come una ghirba bucata, il sangue gli cola
sulla nuca e dietro le spalle infilandosi tra la pelle e la roccia.
Quando entrano nella galleria in tre o quattro, Samuele non sente nemmeno quello che
dicono... Sta mangiando la polvere, sta battendo la fronte sulla roccia. Quelle che emette non sono
grida... Tutti lo capiscono bene che cosa  successo, hanno paura ad avvicinarsi.
III.
(Dove si capisce che quando finisce una guerra
ne inizia un'altra)
Cos per piet viene spedito verso la Bainsizza. E l Samuele, senza riuscirci, tenta di morire. Il
'17 terribile  un anno di sangue, ma  la stagione perfetta per chi abbia stabilito senza ombra di dubbio
che non c' nulla per cui valga la pena di continuare a soffrire. Nemmeno il pensiero di Mariangela
riesce a rincuorarlo, e s che in tutti i momenti peggiori era l'unico modo per star meglio: grappa e
Mariangela. Incoscienza del cervello e del cuore. Che innamorarsi, per come la vede ora, col cinismo
che gli ha scavato una ruga in mezzo agli occhi, innamorarsi  un altro terribile modo di perdere se
stessi. Certo sul campo di battaglia ha buon gioco chi pu bluffare contro Signora Morte, magari
presentandosi a petto scoperto, inerme, indifeso, distrutto dall'esistenza. Certo l alla Signora
basterebbe dire in faccia che morire sarebbe un regalo. La bestia di Libia sembra ora un'ombra pallida
del seduttore che  stato nel deserto.  diventato un corpo per la morte, assente a se stesso, pronto a
uccidere e morire. Indifferentemente. Agli ufficiali piace, ai sottufficiali fa paura.  cos che succede,
quel corpo per la guerra parla pochissimo e sempre per offrirsi a morire da qualche parte. Cos il
caporalino diventa una specie di figura mitica, ma in una mitologia di gente che non sa, non
immagina nemmeno, quanto lontano sia Stocchino dall'eroismo. Lui, solo lui, lo sa bene, che non ci
vuole troppo coraggio. Ha una rabbia in corpo che  convinto di essere diventato improvvisamente
insensibile a qualunque dolore. Finch non arriva la seconda lettera.
La consegna della posta in trincea  uno di quei momenti in cui ci si sente pi soli. Alcuni
soldati leggono le proprie lettere a voce alta perch possa sentirle chi non ne ha ricevute, 
un'indicazione del Comando perch pensano, a ragione questa volta, che non avere notizie da casa
abbassi il morale della truppa. Attraverso gli uffici di propaganda invitano anche i civili a scrivere ai
militari, cos capita che genitori analfabeti scrivano lettere a figli analfabeti. Ci sono soldati scolarizzati
che leggono ad altri, analfabeti, lettere scritte da un pubblico scrivano per conto dei genitori. Per
Samuele tutto questo non vale. Lui non riceve e non scrive, eppure potrebbe farlo. Lui  di quelli che
preferiscono non sapere piuttosto che sapere. Tanto Mariangela non sa scrivere e nemmeno Gonario, e
comunque se ti arrivano messaggi al fronte vuol dire che ci sono guai, perch le cattive notizie fanno
sempre in fretta, le buone sono lentissime. Quando ha ricevuto la lettera di prete Marci, quasi un anno
prima, subito si  detto dev'essere successo qualcosa, e infatti qualcosa era successo. Cos quando si
sente chiamare dalla recluta che fa il servizio di posta pensa a un errore. E invece non c' errore.  una
lettera scritta bene, gi dalla busta si vede una calligrafia chiara. Stocchino Samuele ecc. ecc. Non ci
sono dubbi.
Insomma prende la sua lettera, ma non la apre subito come fanno tutti, che nemmeno sono
seduti e gi hanno frantumato la busta. Trovano dentro ritratti fotografici, alle volte di bambini alle
volte di signorine alle volte di vecchi, ma sempre piangono di fronte a quelle immagini. Samuele la sua
lettera se la mette in tasca. Di tanto in tanto la sfiora con la mano, la sente sottile, dev'essere una lettera
in cui non c' scritto molto.
STOCCHINO ATTENTO CHE QUI I TUOI NEMICI GIURATI TI STANNO SPINZANDO
TUTTI I TUOI AVERI E SI STANNO PROFITTANDO DI QUEL PEZZO DI PANE DI TUO
FRATELLO E DI MAMMA TUA RESTATA SOLA... E I TUOI NEMICI SAREBBERO MANAI
GIACOMO, BARDI GIOVANNI E ANCHE BOI EMERENZIANO CHE FANNO IL COMODO
LORO...
La legge e la rilegge, la legge e la rilegge. La legge e la rilegge. E scopre che nascosto da
qualche parte dentro di lui era rimasto ammandronato un rancore sottile. Scopre che quella rabbia
impotente, quell'esistenza che si porta addosso  il frutto amaro di una pianta cresciuta nell'invidia.
Ranchia che benenu. Sputa in terra saliva e sangue con le gengive aggredite dalla piorrea per il cibo e
l'igiene scadente. Per capisce anche che adesso  veramente in pericolo: adesso vuole solo tornare a
casa.
Il capitano Lussu gli fa il verso, tanto  assurda la richiesta che ha fatto. Congedo per motivi di
salute? Febbre polmonare? Proprio adesso? Ma ha capito che cosa cazzo  successo a Caporetto? Quale
licenza? Qui gli ordini sono di sparare a vista contro i disertori, altro che congedo. Qui o si cambia o si
smobilita, si  guardato intorno? Ha visto la leva dei diciassettenni? Che cazzo sta a chiedere congedi.
Levati dai coglioni, Stocchino, levati dai coglioni.
Ah, Signora Morte, pensava di poterle sfuggire per vie traverse, e invece no, quella Signora si
sfugge attraversando la strada maestra. Con un colpo di reni, come dice Diaz che ha sostituito Cadorna
dopo la disfatta.
E adesso corriamo alla primavera del '18, perch tutto quello che si pu raccontare dall'ottobre
del '17 in poi  solo ribadire quanto gi si  raccontato. Samuele  stato selezionato per far parte di un
corpo scelto di amanti della morte. Chi altri se non lui? Il colpo di reni c' stato perch questo Diaz ha
lo schiaffo pronto in una mano, ma nell'altra c'ha la caramella. E la linea del Piave ha tenuto come se
fosse incatenata. Si chiamano arditi adesso, quelli che hanno fatto colare a picco la Santo Stefano il 10
di giugno. E anche quelli del 10 reggimento che hanno schiantato i crucchi sul Piave.
Genesia piange tutte le volte che lo racconta: Samuele non vedeva pericoli, dice, senza aspettare
i compagni aveva strisciato verso una postazione di artiglieria austriaca, aveva sgozzato il mitragliere e
si era impossessato dell'arma facendo una carneficina di nemici. E poi come se non bastasse si era
caricato in spalla la mitragliatrice e la bandiera del reggimento e le aveva portate nelle linee italiane.
Quando gli appuntano sul petto la medaglia d'oro al valore e gli dnno il grado di sergente,
Samuele pensa solo al fatto che ha compiuto met del percorso che lo condurr a casa. Infatti la licenza
premio non tarda ad arrivare.
Ad Arzana hanno preparato un'accoglienza di festoni e banda musicale. L'eroe del Piave
riabbraccia la sua gente. La famiglia  in prima fila. Antioca ha fatto i fili candidi tra i capelli, Gonario
 gonfio di vino cattivo e a poco prezzo. Genesia sembra una suora laica, come una damina della
sacrestia: la moglie del notaio l'ha vestita di grigio pallido e le ha concesso la giornata libera. Ci sono
persino i gemelli, i fratelli che quasi non conosce, allevati da parenti benestanti a Oristano. Poi c'
l'ombra di nonna Basilia e di tutti quelli che vuoi la spagnola, vuoi le sofferenze, si sono presi senza
farli crescere. Felice manca.  al cimitero. C' prete Marci che ha dovuto far spostare tutti i bottoni
della tonaca per quanto si  allargato... Poi ci sono loro: Giacomo Manai, Giovanni Bardi e anche
Emerenziano Boi, il bottaio che ora non fa pi il bottaio, ma il vino. Tutti e tre si presentano in
pubblico con la faccia di chi fa il comodo suo. Come scritto. Da tutti e tre Samuele prende una stretta di
mano e un bacio.
 Dimentichiamo quello che  stato,  sussurra Manai mentre lo bacia.
Samuele non risponde.
 Salute e prosperit,  sussurra Giovanni Bardi mentre lo bacia.
 Su matessi a bois,  risponde Samuele.
 Gai a chent'annos,  sussurra in imbarazzo Emerenziano Boi mentre lo bacia.
 In bida brostra,  risponde Samuele quando pu guardarlo negli occhi.
La Guerra  dichiarata.
IV.
(Qui pro quo)
Infatti sono passati solo due giorni dal suo ritorno trionfale che la sbronza collettiva per l'eroe
arzanese passa.
A Gonario di pecore sue non glien' rimasta manco una. E questo perch le ha date in pegno
per un pezzo di terra che poi ha dovuto lasciare per colpa di un busillis contenuto nel contratto che lui
non aveva capito per niente. Con la morte di Felice la casa si  spenta. Antioca fa quello che pu, ma
pi che di erbette e scarti di carne bbula non si vive. Uova anche, di tanto in tanto, in cambio di
asparagi, e anche frissuredda quando rimane alla chiusura del pescivendolo. Della casa se ne abita un
pezzo, perch la maggior parte il padrone se l' ripresa e poi l'ha tenuta chiusa.
 Come sarebbe?  continua a chiedere Samuele.
 Eh...  continua a rispondere Antioca allargando le braccia.
 Vabbe',  assicura Samuele.  Ora ci penso io.
Ora ci penso io  qualcosa che Antioca proprio non vuole sentire. Per molti motivi, uno dei
quali, il pi importante,  che c' qualcosa che ancora non ha detto a Samuele: non gli ha detto che
intorno al novembre del '17 in paese era stato dato per morto.
Le circostanze di questo qui pro quo non sono chiare, ma comunque un reduce dal fronte senza
gambe aveva detto a un comune conoscente, mentre si trovava a Tortol, che Stocchino de sos de
Crabile di Arzana era morto fucilato per un tentativo di diserzione. Eh, dice che avevano sentito un
sergente che faceva richiesta di un plotone d'esecuzione e tirava in ballo proprio lui, Stocchino
arzanese. Cos l'avevano dato per morto e morto vigliacco. Per questo sarebbe niente, perch la cosa
pi grave  stata che Manai ha offerto uno spuntino per festeggiarla, la morte del vigliacco.
Un'altra cosa che nessuno vuole raccontare a Samuele  quello che gli avevano detto, a Felice
Stocchino, poco prima che morisse...
E poi Gonario aveva cominciato a bere, che tanto gli uomini senza governo diventano come
bambinetti e la mamma pu fare quello che pu, ma a un certo punto un maschio si mette a posto solo
con una moglie come si deve. Ora Gonario era anche un bel ragazzo e lavorava come un mulo, e allora
perch tottu custu disaccattu? Solo come un appestato. Crcatela fuori una moglie, gli aveva detto un
giorno Antioca, ma lui: non sono a quel punto! aveva risposto. Per ha cominciato a bere, che significa
essere a un punto molto peggiore di quanto si creda.
Tutto questo succedeva quando si pensava che Samuele fosse morto, ragion per cui era meglio
che il diretto interessato non ne sapesse niente.
Ma questo segreto, che si poteva tenere nascosto giusto come un figlio bastardo, dura come una
nevicata di marzo.
Passano tre mesi, Samuele  circondato dalle comodit rustiche di una casa povera, ma sempre
meglio della trincea: a lui sembra strepitoso il caminetto acceso, e anche la zuppa di cicoria, anche
l'irmulatta soffritta nel lardo, e anche la branda col materasso di paglia compatta.
Antioca trema quando Samuele esce di casa. Come sempre ha l'abitudine barrosedda di uscire
in divisa con le fasce mollettiere, la mantellina e anche il berretto con la visiera.
Ma anche se dice che esce, Samuele non  che se ne va in piazza. Se ne va alla fine del paese
dove c' il posto in cui s'incontrava con Mariangela. Per tutto il tempo in cui  stato via non ha avuto
notizie di lei, e arrivato a casa non ne ha chieste. Comunque, anche se non sa cosa aspettarsi, ogni
giorno alla stessa ora si reca nel luogo dei loro appuntamenti.
Genesia parla con Antioca a proposito di Mariangela che  un'altra di quelle cose che non
hanno detto a Samuele: a Mariangela il babbo l'ha mandata a servizio a Nuoro, da un avvocato. Ma
forse di questa cosa se ne pu parlare, si dicono Genesia e Antioca.
Quando Samuele, buio come un mattino invernale, torna a casa, Mariangela appare sulla soglia.
E quella s che  un'apparizione, ve lo assicuro io, un'apparizione con tanto di spavento, ma
anche di sollievo. Dei tre segreti: la notizia falsa della sua morte, quello che qualcuno ha detto a Felice
prima che morisse e la partenza di Mariangela, almeno il terzo  svelato e risolto. Ma mai, mai fare
l'errore di mettersi tranquilli. Infatti lo svelamento del terzo segreto si porta in dote lo svelamento del
primo. Infatti Mariangela che appare in casa, appare come se fosse lei a vedere un'apparizione.
Samuele la guarda inquieto e lei lo guarda come se vedesse un fantasma e cos lo dice.
 Dicevano che eri morto,  sussurra. Questa volta come se ci avesse creduto.
Samuele si guarda intorno, Genesia e Antioca abbassano la testa. E Samuele capisce. Capisce
che quello che conta non  il valore del segreto, ma il motivo del segreto.
 Eh,  commenta infatti.  Mi hanno dato per morto, vuol dire che mi allunga la vita . Ma lo
dice con un'allegria fasulla.
Quella notte Antioca non riesce a dormire. Genesia invece dorme il sonno sfinito della bestia da
soma e Gonario il sonno mortale dell'alcolizzato. Quanto a Samuele, crede di dormire ma non dorme.
Crede di aver capito una cosa, ma sa che quello che ha capito non  quello che . Cos decide che
appena albeggia si mette in cammino per Elni, per andare a trovare Redento Marras, col quale c'
sempre un rapporto di stima.
A Mariangela quasi non la lasciavano entrare in casa, ma poi per non fare scandali le hanno
aperto la porta anche se ha fatto l'alzata di testa di abbandonare il lavoro, e un signor lavoro a Nuoro.
S s, un signor lavoro lo dite voi, risponde spavalda. Si  fatta fatzuda ora che ha ritrovato
Samuele, non teme pi nulla.
Tu finisci male, le pronostica il padre. Tu finisci male!
Per tutto il '19 le cose vanno come vanno. Non bene, non male, ma comunque Samuele si mette
in societ con altri due reduci del Carso per una storia di compravendita e mediazione di bestiame e il
tutto pare funzionare fino a un certo punto... Fino a quando cio non si comincia a spargere la voce in
paese che non di compravendita si tratta, ma di abigeato. Cos appena spariscono quattro bestie di
Giovanni Bardi, la conclusione  che Stocchino ha perso il pelo ma non il vizio. E gli mandano i
carabinieri.  la dimostrazione chiara che sotto alla cenere dei baci e degli auguri, sotto alla cenere
delle fanfare e della retorica, cova il tizzone del pregiudizio e del rancore. E comunque dappertutto si
mormora che Manai, il pi ricco del paese, non vede l'ora di beccare a Samuele, che ritiene
colpevole della morte del figlio Battista anche se prove non ne ha. Cos gli mandano i carabinieri con
tanto di denuncia circostanziata perch la notte tra il 4 e il 5 gennaio 1920  stato visto da testimoni
mentre transitava in zona Conc' 'e Mortu con quattro capi di bestiame ovino del sunnominato Bardi
Giovanni di Nicola. Ma sbagliano tutto perch quella notte e anche quella prima Samuele  stato a letto
con la febbre polmonare che si porta addosso fin dai tempi della Libia. C' la certificazione del medico
e c' la prescrizione al farmacista. Manai, per bocca di Bardi, col cappello in mano, deve chiedere
scusa.
Ma la tregua si  rotta. E siamo al 15 gennaio. Qualche cosa dalla guerra Samuele l'ha imparata
e cos attacca. Si mette la divisa perch si sappia e si veda che la guerra, quella vera,  cominciata. La
voce del popolo, e quella di Dio, cominciano a soffiare sulla fiammella della vendetta e dicono che
Stocchino questo sgarbo non lo ingoia manco per niente.
Eppure lui a vedersi per strada sembra tranquillo, parla e beve con tutti, a tutti dice che lavorare
per Bardi, Manai, e anche per Boi,  un rischio. Per Boi? chiedono gli altri. Che c'entra Boi? Ma
Samuele scuote la testa. Lo sa lui che c'entra Emerenziano Boi. Ci sono debiti nuovi e debiti vecchi,
quando s'inizia a pagare si paga tutto, spiega senza spiegare.
 per questo che tutti dicono che ormai pro Stocchino este s'annu e coa, perch se continua a
minacciare Manai e Bardi e Boi, al 1921 non ci arriva. Nessuno si  dimenticato dell'editto appeso al
portone della chiesa sei anni prima e nessuno s'illude che i morti seppelliscano i morti. Riprende la
ridda degli intermediari: prete Marci parla con Antioca, il notaio Porcedda parla con Genesia... E
anche Redento Marras, che ha un piede offeso per un infortunio in campagna, da Elni manda a
chiamare Samuele che ha qualcosa da dirgli. E siamo al 17 gennaio.
All'alba del 18, quando Samuele si alza per andare da Redento Marras, non trova la sua divisa.
L'ha presa Gonario, sempre mezzo brillo, se l' messa per fare lo stupido in paese,  un ex
pastore beone, fregato da tutti perch troppo inerme;  acuto ma non intelligente, Gonario, sa molto di
campagna e di bestiame ma niente di uomini e poco di donne. Cos ora che non ha pi bestie da
accudire  diventato un reduce. Un reduce patetico. Soprattutto questo fa soffrire Antioca: che un cuore
cos grande sia ridotto a pietire la benevolenza degli altri.
Per vestito con la divisa di Samuele, con la mantella e il berretto grigioverdi, a Gonario gli
sembra di essere ritornato un uomo fra gli uomini, perch, come dice sempre Antioca, neanche un
ubriaco vorrebbe essere ubriaco. Mancu issu si lu cheret. In piazza qualcuno lo guarda e a lui
quell'essere guardato piace davvero, per una volta non lo guardano con pena, cos crede lui, almeno. Se
ne va contento come un bambino, Gonario quasi Samuele. Sino a raggiungere il cortile della casa di
Tanino Moro. Tanino lo vede cos bardato: di che andiamo al podere a fare uno scherzo a Peppeddu.
Peppeddu  il suo servo pastore, lui delle divise ha sempre avuto paura. Cos se ne vanno dalle parti di
Tanca Manna dove Tanino c'ha un pezzo di terra a oliveto, qualche albero di frutta, un piccolo ovile e
una porcilaia.
A casa Samuele ha fatto un quarantotto, pensa che siano state le donne a prendere la divisa per
lavarla, ma basta guardarsi intorno, sulla sedia vicina al giaciglio di Gonario si trova tutta la sua roba...
Cos, in borghese, con vecchi abiti che gli sono diventati estranei, Samuele cerca il fratello: in piazza
gli dicono che c'aveva la divisa addosso e che stava facendo il barroso, ma non sanno dove sia andato e
con chi. In quel momento incontra Tanino Moro che sta arrivando a cavallo, ha la faccia bianca come la
tela. Gonario, dice, e non dice altro, Gonario, Gonario...
Gonario lo seppelliscono all'alba del 20 gennaio 1920, gli hanno tolto la divisa, anche se in
fondo l'unico morto in guerra in casa Stocchino  proprio lui. Ha guerreggiato contro la sua esistenza
grama, contro il frutto di un'inimicizia che non si pu debellare, che, anzi, cresce e prospera pi forte di
prima. L'ultima palata di terra sulla cassa di Gonario  come la firma di un atto solenne.
Tutti dicono di non riuscire a capire che cosa sia successo, ma Samuele lo sa bene.  uno che
non ha bisogno di troppi giri per capire le cose. E allora davanti a se stesso, chiuso agli altri come una
cassaforte, si fa il discorso della vita: i nemici sono potenti, si dice, ma hanno fatto due errori: il primo
 stato quello di mettersi contro di me, il secondo  stato quello di non accorgersi che io non ero dentro
a quella divisa. La logica scorre limpida come un ruscello: chi ha ammazzato Gonario ha sbagliato
persona. Come Luigi Crisponi nella sua visione. Anche lui aveva scambiato Gonario per Samuele.
Anche lui aveva sbagliato persona.
La mattina Gonario  sotto terra, il primo pomeriggio Samuele  in cammino verso Elni.
Redento Marras, che non pu alzarsi dalla sedia, gli tende le braccia piangendo. Poi lo implora
di non fare quello che tutti dicono che far. Ma Samuele, che ha imparato a farsi morbido per la morte e
rigido per la vendetta, nemmeno risponde. Lo sa che a far parlare Redento  l'obbligo di onorare la
compara, e che, a causa dell'Olio Santo, ha il dovere di buttare acqua sul fuoco, ma, lo stesso, non
riesce ad assumere un'espressione convincente. Tanto che Redento si spaventa:
 Guarda che quella gente non sbaglia due volte.
 Hanno sbagliato, invece, hanno sbagliato tutto... E adesso vado che si fa tardi.
Redento lo guarda andar via.
V.
(Dove si dimostra che tutto ostinatamente si ripete)
 fredda la notte di san Sebastiano, martire della Fede, legato alla colonna e trafitto dagli arcieri
dell'imperatore. Suo padre Felice, una vita prima, aveva detto che la giustizia abita le case dei ricchi. E
la fede del pane nero, quella dei semplici,  solo un racconto dimenticato.
Camminando nel chiarore secco della luna il sergente Stocchino arriva alla casa di Emerenziano
Boi. L, proprio in quel punto e in quella ripetizione, capisce una cosa terribile: l'inizio di tutto non 
stata la beffa del campo di patate. No, l'inizio di tutto  stato un bicchiere d'acqua negato.
Semplicemente. E non  stato nemmeno il fatto in s, ma il modo. Quella contravvenzione desolante
alla regola non scritta della solidariet elementare. Cos era stato: in un modo che aveva messo in
chiaro in quale solitudine, in quale disperata, tremenda, irredimibile solitudine si possa precipitare.
Samuele lo sa che da quella notte in poi ogni avvenimento non  nient'altro che un gradino verso
l'abisso. Lo sa in se stesso, Samuele, che quella notte ha definitivamente ucciso qualunque ipotesi di
redenzione.
La luna piena se ne sta a bersi l'orizzonte frastagliato come il bordo di un guscio d'uovo
spaccato in due, pigra di una pigrizia quasi Morte, quasi fosse al primo sonno.
20 gennaio 1920. San Sebastiano, martire trafitto. Quanto tempo Samuele si aggiri intorno alla
casa silenziosa di Emerenziano Boi  impossibile a dirsi. Egli per primo non saprebbe dirlo. Ore o forse
minuti. Ma non  impossibile capire con quanta disperazione cerchi di dare un nome a quello che crede
di dover fare... A quella che gli pare l'unica soluzione di tutto: ricominciare da capo. Riportare al suo
assetto naturale un mondo ribaltato...
...
Ora non pu pi tornare a casa, questo lo sa, ma  nell'ordine delle cose.
Mi sono ricordato all'improvviso dello sguardo di mio padre e l ho capito che dovevo fare
quello che ho fatto... Non sono contento no, manco per nulla, ma non  che queste cose si possono
spiegare. Ogni volta che ci ho pensato mi sono detto che ero stato proprio scemo, proprio scemo a
rovinarmi cos la vita. Ma non  che uno se lo fa da solo, uno crede che pu scegliere e invece non
sceglie proprio un bel niente. Vi credete che io non avrei voluto una vita diversa?
Insomma ora Stocchino  un pluriomicida latitante. Eccidio in Ogliastra hanno scritto i
giornali: e atto barbarico, e carneficina, e massacro, e strage...
Ma, incredibile a dirsi, ora che  un latitante con tanto di taglia sul capo ha acquistato rispetto.
Ora Manai prima di ridere del sergente ci pensa due volte. E con lui il suo compare Bardi. Per,
pensano loro, questa latitanza  anche una sicurezza e una protezione.
 A noi ci fa comodo di dargli una mano se capita,  dice Manai davanti a un piatto di agnello
stufato con finocchietti selvatici.  S, s,  ribadisce.  Poi lo sistemiamo al momento giusto.
E infatti da Manai e Bardi a Samuele Stocchino, bandito, solo segnali di calda partecipazione.
Aiuti alla famiglia e rispetto sociale.
Samuele pare accettare di buon grado. Tutto si  sistemato come se la latitanza potesse
riportarlo alla normalit. Era un eroe pericoloso e ora  diventato un assassino latitante. E un assassino
latitante, si capisce, ha un senso, ha una storia e anche una letteratura. Dentro a quella particolare zolla
di terra tutti i germogli devono essere di piante note, piante di cui si conosce il nome.
Manai, seniore, anziano e sapiente di sapienze antiche, crede che Stocchino latitante sia meno
pericoloso per lui di Stocchino eroe. E questo perch dal tempo dei tempi  assodato che in quel paese
mondo esistono regole per i latitanti, ma non per gli eroi.
Per Manai a Samuele non ha avuto modo di vederlo combattere. Lui seniore, anziano e
sapiente, non sa capire che conoscere le regole serve per disobbedire meglio.
Allora, quando Stocchino si mette per la seconda volta allo scrittoio, Manai non pu credere a
quello che legge e perde la testa...
Tutti i servi e mezzadri di Manai Giacomo e suo figlio Luigi avr di me una paga tremenda.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.
A Ponziano Patteri, che trova questo messaggio nel cancello del podere di Manai, quasi gli
viene un colpo. Arriva dal padrone senza fiato tirandolo gi dal letto. Il pi ricco del paese prende in
mano il messaggio e se lo avvicina agli occhi per guardare la scrittura, che di pi non sa fare. Pi che il
contenuto  il tratto che fa paura: una scrittura puntuta, con riccioli e arzigogoli.
Giacomo Manai entra nella camera del figlio Luigi senza nemmeno bussare. Il giovane si
guarda intorno stupito: che ore sono? Che succede? Manai risponde buttando il foglio sul letto.
Quest'ultimo plana sulle gambe coperte di Luigi... E finalmente quel tratto parla. Una paga
tremenda... sussurra Manai tra s e s. Luigi si  svegliato completamente: che facciamo? chiede.
Manai cade a sedere: lo so io che facciamo...
Quarta parte
Trionfo, danza macabra e altre liturgie della morte
C' un torbido vapore, che cuoce il mio cuore demente: ribolle feroce, nel profondo, dentro le
mie midolla, e penetra attraverso le mie vene...
L. A. SENECA, Fedra.
Coro
Sospensione. All'impiccato non chiedete cosa ha fatto. Sospensione. L'attimo che precede la
risposta. Qui non c' una tragedia da raccontare. Sospensione. L'aria  un sostegno efficace, nella
contrapposizione delle correnti produce stabilit. Fissit del corpo appeso. Tensione e respiro
trattenuto, come al limite verticale. Non chiedete cosa ha fatto all'impiccato. Lui dir che si ritrova
appeso per un sogno finito male, per un'azione inconciliata, per la donna amata. Lui dir che al
momento legge Villon in compagnia dei corvi. Lui dir che il bulbo disseccato dello sguardo raccoglie
ancora qualche sogno intrappolato nella polpa. Quel corpo appeso attende di ballare, in discreto
dondolio, quando arriva l'alito di Dio dalla finestra aperta. Siate pietosi con quel corpo, e abbiate
rispetto per la sua agonia di luce. Sulla pelle croccante ha il mistero di un sogno geroglifico. Come il
fondo di un lago prosciugato. Non chiedete al danzatore di spiegarvi il passo. Lui vi dir che non sa
spiegare quel che fa. O meglio, vi dir che non lo sa tradurre in parole. Che quel ritorcersi e distendersi
viene dall'interno, viene dal respiro quotidiano, viene da uno spirito sovrano. Sospensione. Non
chiedete al corpo appeso di narrarvi il suo destino. Narrerebbe di un pittore, di un pazzo, di un segreto.
Narrerebbe della frenesia del vero troppo vero, come una fotografia. Poi silenzio, tutti in fila i pensieri
a dare un senso, quasi fibre di uno spago che contrasta la vorace gravit. Quasi peli di una corda. Non
chiedetegli pi niente. Non chiedete come ha fatto. Ha aspettato in preghiera, mummia nei millenni.
Quando ancora si cantava alla sfera della luna. E si sperimentava l'agonia silenziosa dell'immortalit.
Non chiedete cosa ha fatto.
I.
(Primo Libro dei Morti: Battista, Felice, Gonario)
Battista Manai.
A Battista Manai lo uccise la sua stupidit ca fit bambu che ludru, unu drollo. Sar morto nel
'15, pi o meno. Che poi dicevano che l'aveva ammazzato il bandito Stocchino perch gli aveva
insidiato la fidanzata. Comunque non  che si sia mai saputo chi l'ha ucciso davvero... Battista se non
fosse stato figlio del pi ricco del paese una brutta fine la faceva molto prima. Perch era tonto e
prepotente, e il padre era pi le volte che doveva toglierlo dai guai che non quelle che poteva stare
tranquillo. Infatti in paese si sussurrava che non era impossibile, conoscendo a Manai, il vecchio, che
fosse stato proprio lui a pagare un servo perch lo liberasse di quel figlio drollo. E poi c'era la
questione della proposta di matrimonio a Mariangela Palimodde che, lo sapevano tutti, era l'innamorata
di Samuele Stocchino. Cos che sia stato Stocchino o no a uccidere Battista Manai, non  che si pu
veramente dire che avesse fatto uno sgarbo a suo padre Giacomo, anzi, se le cose sono andate cos, gli
ha anche fatto un favore. Insomma, le cose sono andate che Battista Manai, come sempre, stava
facendo finta di lavorare dando ordini a destra e a manca a servi pastori che avevano avuto l'ordine di
non eseguire i suoi ordini. Che tanto era pi quello che disfaceva che quello che faceva. A lui gli
avevano detto solo che era arrivato il momento di sistemarsi e di trovare una ragazza onesta che si
prendesse cura di lui. Poi gli avevano detto che l'avevano trovata. Poi ancora gli avevano detto che la
zia suora e la sorella grande si stavano occupando di parlare con i parenti per chiedere la ragazza che
avevano scelto. Le versioni sulla morte di Battista sono discordanti: c' chi dice che sia stato picchiato
per derubarlo; c' chi dice che aveva alzato il gomito ed  caduto sbattendo la testa; c' chi dice che
l'ha ucciso un servo del padre, appunto; e poi c' la leggenda che dice che  stato Samuele Stocchino:
dice che l'ha aspettato poco fuori dal suo podere e gli ha dato una pugnalata in pieno petto, e poi dice
che gli ha tolto il cuore da dentro e l'ha portato a casa per farselo cucinare con l'aceto e le cipolle. I
carabinieri hanno concluso che non c'erano certezze di nulla. Stocchino ne  uscito pulito e una
settimana dopo  partito per il fronte. Quindi o nella situazione di guerra i carabinieri hanno deciso che
non valeva la pena di togliere due braccia da fucile al fronte, o, addirittura, lo stesso Manai Giacomo ha
messo tutto a tacere.
Felice Stocchino.
... E questo si collegherebbe alla morte di Felice Stocchino. Infatti si dice che a Felice l'ha
ucciso uno spavento. In pratica lui se ne stava andando a cicoriette e asparagi, quando lo avvicina un
famiglio dei Manai e gli dice che il figlio se l' scampata dalla giustizia, ma non se la scampa dal pi
ricco del paese, che gli vuol far pagare la morte di Battista. Felice dice che Samuele con la morte di
Battista non c'entra niente. E l'altro risponde che non solo c'entra, ma che si prepari il bottone di lutto,
perch Samuele vivo dalla guerra non ci torna, perch se non lo uccidono gli austriaci ci penser
qualcun altro a fargli la festa, e non sa se si spiega. A Felice questa cosa lo spaventa molto, che siano
arrivati fino a pagare qualcuno nell'esercito per far fuori a Samuele gli sembra peggio della guerra
stessa. Per lui  come se suo figlio avesse nemici dentro e fuori, come se non fosse mai al sicuro. Cos
se ne torna a casa che si mastica questa cosa qui del sicario in trincea e sente la piccolezza, quasi
l'assoluta impotenza, che lo avvolge. Che cosa pu fare lui nella Storia grande? Che cosa? Se sapesse
scrivere potrebbe avvertire Samuele, ma non lo sa fare e non si fida a delegare a terzi. Come pu fare?
E se poi gli hanno detto una cosa tanto per dire e lui sbagliando mette in ambascia Samuele? E se
invece magari chi l'ha avvertito vuole fare una cosa da amico e quindi forse sarebbe proprio meglio
avvertire Samuele? Intanto se ne torna a casa. Antioca lo vede entrare che sembra un fantasma, gli
chiede che cosa c'ha, lui risponde che nulla, che non si sente troppo bene, che magari per adesso si
siede e poi si stende un pochettino. Antioca lo lascia l che si sta quasi per alzare dalla sedia per andare
a distendersi. Ha da fare fuori nella corte. Intanto Genesia entra in cucina per prendere un grembiule
pulito e stirato e vede il padre seduto semicurvo, come se volesse alzarsi e non ci fosse riuscito e avesse
deciso di restarsene l. Si avvicina, l'uomo la inquadra prima di riconoscerla: ojai, le sussurra, ojai fizza
mea... Genesia chiede che cos'ha, ma lui anzich rispondere domanda a sua volta che cosa pensa che si
debba fare con Samuele a proposito di quello che gli hanno riferito poco prima. Genesia chiede che
cos' la cosa che gli avrebbero detto e chi gliel'avrebbe detta. Ma Felice non risponde. Cos Genesia
capisce che c' qualcosa che non va e si rabbuia, ma Felice organizza un mezzo sorriso e le chiede di
aiutarlo ad alzarsi. Genesia obbedisce ma nel secondo in cui esegue si rende conto che sta sollevando
un morto. Quando chiamano il dottore, Felice non sta respirando pi da almeno un quarto d'ora.
Genesia  corsa ad avvisare dal notaio dove la stanno aspettando, che c'hanno un pranzo con ospiti.
Gonario chiss dove se n' andato a bere. Antioca si consuma da sola le sue lacrime. Poi arriva prete
Marci che dice che a Samuele bisogna che lo avvertano. Antioca non lo sa se  un bene o no, la
creatura  all'inferno, meglio lasciarlo tranquillo, l'importante  che Felice se n' andato bene e senza
sofferenza. Ma prete Marci insiste che per ogni buon fine  meglio avvertire Samuele, che magari per
motivi di famiglia pu richiedere una licenza, anche se con i chiari di luna che ci sono al fronte le
licenze sono sospese. Se ne occupa lui, dice, gli scrive una lettera semplice senza preoccuparlo... La
notte stessa mentre stanno vegliando il morto Genesia riferisce ad Antioca quello che le ha detto Felice
poco prima di spirare. E Antioca non capisce, a lei non ha detto niente, solo che era stanco e che voleva
andare a riposare. Le due donne si guardano, poi scuotono la testa come se fosse inutile stare a indagare
i misteri insondabili dei moribondi. Chiss cos'ha voluto dire, conclude Genesia, e il discorso si
spegne... Durante la veglia al morto le donne si raccontano di quella volta che Giacobbe Muntoni, con
le anime sia, prima di morire voleva che gli spostassero la scala dal letto, quale scala? gli chiesero, ma
lui era pi l che qua: una scala che vedeva lui, insomma. E un'altra volta che Luisedda Piras guardava
fissa un angolo in alto nella stanza e la figlia che l'accudiva le chiedeva: che cosa state guardando? Ma
lei concentratissima, e anche un po' offesa, non rispondeva niente, solo biascicava cose incomprensibili
con le labbra ormai rinsecchite... Che vuol dire che i morti, anche se noi non lo sappiamo, sanno dove
stanno andando...
Gonario Stocchino.
Poi tocca a Gonario. E qui la questione si complica e si fa seria perch le voci si accavallano. 
certo che il giovane  stato ingannato. Gonario Stocchino era un pezzo di pane. Quanto era furbo
Samuele tanto era sempliciotto Gonario, ma non stupido, questo proprio no, anzi una sua certa acutezza
ce l'aveva anche lui, sapeva raccontare le barzellette ed era di compagnia. Ma non c'era l'uomo, come
si dice. Per carit, per spuntini e rebotte e tzilleri era perfetto. Era perfetto anche per questioni di
bestiame e per lavorare come un mulo. Ma per altro non c'era stoffa. Era affettuoso davvero, ma gli
mancava quel fuoco che aveva Samuele, anche troppo. Tutte le volte che si metteva in un affare erano
pi i quattrini che ci perdeva di quelli che ci guadagnava. Antioca quel figlio ce l'aveva sotto le gonne
per forza di cose, non stava mai tranquilla se non lo vedeva in campagna, perch in campagna Gonario
era nel naturale suo. L si trasformava e sapeva cose che alle persone comuni non  dato di sapere. Era
ricercato da ogni proprietario per la meraviglia e la delicatezza con cui sapeva preparare i filari delle
vigne, e per come innestava gli olivi... Aveva mani terribili, grossolane, dita rozze, palme coriacee, ma
sapeva accarezzare il bestiame con una dolcezza che gli faceva lo sguardo mansueto. Lui era naturale
come un vento che s'infila fra la lana delle pecore o la setola dei maiali o il crine del cavallo.
Respiravano insieme, Gonario e le bestie. Si riparavano dal sole terribile sotto la stessa quercia. Come
nei tempi dei tempi: uomini e animali che contribuiscono alla grandezza del creato, senza santi o altari,
ma solo la vita, che dura quel che dura. Gonario lo sapeva che sapere le cose poteva diventare una
maledizione. Anche quando beveva fino a stordirsi era naturale. Come quando la pioggia implorata
diventa un castigo di scrosci, come quando una giornata di sole si trasforma nel forno di Vulcano, come
quando un germoglio promettente e delicatissimo all'improvviso viene calpestato da un cinghiale. Lui
beveva cos, come quelle cose naturali che all'improvviso perdono la misura.
Mentre indossava la divisa di Samuele, la mattina in cui mor, aveva la lucida determinazione
dei moribondi. Come si poteva dire che sarebbe tornato da l dove voleva andare? Non si poteva dire,
non si poteva pi dire, perch il suo castigo era l'assenza di desiderio, cos come sempre aveva
richiesto. E ora, reduce di se stesso, se ne andava in giro con la divisa di Samuele. E quindi non era pi
Gonario. Infatti dentro a quegli abiti fu preso dalla determinazione febbrile che il fratello si era sempre
portato addosso. Dentro a quegli abiti non suoi, una pallottola al collo dal muro della porcilaia di
Tanino Moro gli ruppe il respiro. Come un fulmine che taglia in due un tronco.
II.
(Dove si racconta che l'antico sapere
sa come mettere una pulce nell'orecchio)
E ora la Morte comincia a banchettare. Due servi pastori di Manai, che stanno portando
centosettanta capi verso il territorio di Orgosolo, vengono trovati morti, il gregge disperso... A Bardi
spariscono tre ettari di olivi mangiati da un fuoco notturno e vorace... La casa di Boi  abitata da
cinghiali e altro bestiame... Domo rutta.
Arzana si  messa la benda scura.
Stocchino  sempre in giro, bello come il sole, come il sole spavaldo. Chiacchiera ai crocicchi,
offre da bere. Poi magari la sera stessa si viene a sapere che un lavorante ha deciso che non si pu
rischiare la vita per un tozzo di pane e quindi va dal padrone per dire che Stocchino ha parlato chiaro:
Tutti i servi e mezzadri di Manai Giacomo e suo figlio Luigi avr di me una paga tremenda. Mi firmo e
sono sempre Stocchino Samuele. E quella paga non sfama i suoi figli, anzi li fa orfani. Cos i campi non
hanno chi voglia lavorarli e quando si trovano lavoranti da fuori non ci mettono molto a capire
l'antifona e a fare i bagagli.
Per il maresciallo Palmas si configurerebbe il reato di minaccia, ma sarebbe solo una cosa in pi
nel groppone di quella bestia di Stocchino che gi deve rispondere dell'eccidio in casa Boi.
L'evidenza lega le mani a tutti. Ora Manai non esce nemmeno di casa, ma la soddisfazione di
andarsene da Arzana a quel cane de isterju di Stocchino non gliela d manco morto. Ci vorrebbe la
Giustizia che tutela, tuona il seniore. Lui, lui tenuto in scacco da un disgraziato!
L'unica cosa buona per Samuele  incontrare Mariangela. Si vedono di nascosto, ora anche pi
di prima. Si vedono e quasi non si toccano. Lui con lei ritorna bambinetto, incerto, senza polso. Gli
sembra di non potere nemmeno parlare perch gli basta guardarla e subito si sente pieno di una felicit
sorda. Simile a un dolore. Quello  l'unico sentimento che abbia provato dai tempi del distacco,
dell'abisso, della perdita dell'infanzia.
Qualche volta  difficile incontrarsi, sul capo di Samuele c' una taglia di diecimila lire. Ma lui
ha trovato un posto, una grotta ampia e arieggiata. E lei ci entra come se fosse una reggia costruita
apposta per il loro amore terribile.
Spesso Mariangela guarda Samuele che dorme. Lui si sente sicuro solo con lei e solo con lei si
lascia andare. Qualche volta le racconta che da solo nel bosco pu sentire le piante che respirano a
sospiri e fischi, e pu sentire le pietre che vibrano. Nella notte popolata della grotta pu ragionare sullo
sbocco che la sua vita deve prendere. Ogni passo  un passo verso la fine. Ma anche verso l'inizio.
Tutto quello che ha ottenuto gli  costato fin troppo, ma ora non  questa contabilit che conta, ora
conta solo ripagare con la stessa moneta. I campi inariditi di Giacomo Manai e di Giovanni Bardi sono
l'espressione del suo domestico inferno. Il silenzio tombale a cui ha costretto il paese tutto grida la sua
vittoria, ma dentro alla caverna, senza Mariangela, Samuele non riesce a dormire.
Troppi respiri che mi sembra di essere nella matta della balena prima che sputava a Gionata.
Troppo buio che mi sembra di essere nel corno grande della forca, perso nella notte. Troppo solo come
in punto di morte, quando ti saluta anche chi ha giurato che non ti lasciava mai, dicendo che l'accordo
dura fino a che uno resta vivo, perch appena uno se ne va verso l'altra parte allora  pacifico che in
due non ci si pu andare, anche quando si muore in due non  il numero che fa la morte: nessun numero
fa la morte. La Morte la fa la morte. In guerra gli uomini morivano a muntoni, ma nessuno moriva in
compagnia, tutti morivano per conto loro. Troppa morte davvero, che mi sembra di abitare il mondo di
sotto.
Fuori dalla caverna s'arbschida canta e io la sento pi che vederla. Esco alla notte con i gufi e i
gatti selvatici e i furetti. Posso capire che c' un topo dal graffio dei denti sul guscio della noce.
Poi posso sentire il passo di Mariangela: senza vederla so che, incerta, si guarda alle spalle
mentre cammina. Senza vederla posso contare i passi che la portano all'imbocco della grotta. E gi
sento la pace che mi accarezza la nuca.
Chi sa le cose giura che Mariangela  morta immacolata. Chi sa le cose dice che Mariangela
non si  concessa nemmeno quando ha saputo che stava per morire. Ma chi sa le cose aspetta anche il
momento giusto per dirle. Per ora Mariangela  come la sposa di Giove tonante. Toccare lei  come
implorare la saetta, come chiedere alla tempesta di rovesciarsi sulla terra. Si sente stanca qualche volta,
vicina al mese  sempre spossata e pallida. Ma  bella di una bellezza basilare, il territorio sul quale
ogni bellezza pu crescere. Samuele non lo sa nemmeno lui per quale verso quella donna l'abbia
afferrato, ma l'ha afferrato eccome.  lei che stabilisce con dolcezza e governa col silenzio. Lui 
quello che  perch c' lei, e nel giorno fatale in cui ha deciso di disobbedirle  diventato un altro, ma
comunque lei non ha smesso di accettarlo.  lei. Mariangela. Mariangela Palimodde, trent'anni.  lei
che l'ha tenuto in vita... Lei l'ha strappato dalla roccia, e poi ha dato senso al suo ritorno.
Il 4 marzo 1923 Antioca Leporeddu viene arrestata per favoreggiamento. Ora  cos che si fa.
Da Cagliari arrivano le notizie della rivoluzione senz'armi che ha attraversato la nazione. Quale
nazione, dall'Ogliastra, dalle Barbagie,  ancora difficile a dirsi. Tuttavia  a Roma che questa
rivoluzione marciante doveva arrivare. Ed  arrivata. Una rivoluzione di maschi risoluti, scuri ed
energici, che prendono nelle proprie mani l'avvenire.
Sono tre anni che Giacomo Manai vive segregato in casa. Esce solo di giorno e circondato di
famigli. E sono tre anni che Giovanni Bardi vive nel terrore,  ingrassato smisuratamente, pare il
doppio di se stesso. Vivono d'introiti segreti, accumuli dei periodi buoni, aiuti sotterranei... Vivono di
prestiti a usura. Di finte vendite.
Samuele non deve far niente, gli basta sgarrettare un gregge, incendiare un campo, comparire a
un abbeveratoio con la mantellina da sergente ancora macchiata del sangue di Gonario. Gli basta
sgozzare qualche servo talmente temerario da restare ancora fedele ai suoi nemici.
La morte del bottaio e dei suoi familiari ha lasciato tutti incapaci di reagire. Dopo il 20 gennaio
1920 le cose sono cambiate: Manai, che pensava di poter comprendere, comprende che tempi terribili
hanno spezzato tutti i linguaggi, tutte le parole possibili.  vecchio, dopo di lui non c' niente, Samuele
ha gi vinto.
Poi arrivano notizie da Cagliari, i reduci del Carso sono chiamati a indossare la camicia nera,
invitati al grande gioco degli ismi. Cos Manai, che pi che reduce  combattente, si fa confezionare
una camicia nera, un'altra verr confezionata per Giovanni Bardi.
Viaggiano in piena notte, patetici, nascosti fra un carico di pecore. Come Ulissi tristi contro un
Polifemo di un metro e sessantatre. E arrivano a Cagliari che sanno di bestiame come nella migliore
tradizione dei pelliti trogloditi. Sua eccellenza Asclepia Gandolfo, prefetto di Cagliari, li accoglie come
il re nano accolse il monarca pastore del Montenegro: con delicata sufficienza.  un tripudio funerario
di camicie nere. Un tripudio di promesse e prospettive: non passer tanto che anche la Sardegna interna
avr un prefetto.  un tripudio di futuri possibili: un grande partito nazionale che coniughi le giuste
istanze dei territori che tanto hanno contribuito alla gloria bellica.
Tutte parole troppo grandi per la storia che Manai ha da raccontare. E troppo piccole per le sue
aspettative.
I suoi nemici a Cagliari, e Stocchino in piazza a farsi bello.
 Stocchino chi?  chiede il signor prefetto, gi distratto da un certo languore allo stomaco.
 Un sergente decorato in guerra,  chiarisce subito Manai seniore, la sua sapienza antica gli sa
consigliare il momento giusto per mettere le pulci nelle orecchie.
Infatti il prefetto si rabbuia un poco.  Un eroe di guerra?
Manai accenna di s:  E che eroe, Eccellenza...
Il prefetto fa squillare la campanella che ha sulla scrivania. Giovanni Bardi apre gli occhi
all'improvviso. La porta dell'ufficio esplode facendo entrare un uomo magrissimo con i baffetti. Il
prefetto lo previene quando sta per parlare.  Che cosa ne sappiamo di questo sergente...  Poi
s'interrompe guardando Manai.
 Stocchino,  scandisce quest'ultimo.  Stocchino.
Cos il 4 marzo 1923 due carabinieri mettono i ferri ai polsi di Antioca Leporeddu. Mariangela
 quasi decisa a non dirlo nemmeno a Samuele, quando scopre che lui lo sa gi. Lo capisce dagli occhi.
Loro adesso si guardano e si parlano cos. Ma lei uno sguardo come quello nel volto di Samuele non
l'ha visto mai. Vai che oggi non  giorno, dice lui con un battito di ciglia. Lei vorrebbe stringerlo, ma
capisce che deve andare.
III.
(Secondo Libro dei Morti:
Nicolina Bardi, Ponziano Patteri, Luigi Manai)
Quella notte muore Nicolina Bardi. Antioca  in prigione, seduta davanti a una tazza di latte
caldo con l'appuntato Butto che la guarda in silenzio.
 Tanto se vi aspettate che Samuele venga qui avete sbagliato,  dice la donna senza voltarsi.
L'appuntato fa di spalle. Lui non  che ce l'abbia troppo chiara questa faccenda di arrestare i
parenti per prendere i latitanti, ma  una storia antica, gi vista.
Passa un'ora, pi o meno, e arriva prete Marci. Si siede davanti alla donna e comincia a parlarle
piano. Quello che si bisbigliano  che Manai in persona si sta adoperando per farla scarcerare. Manai
proprio lui. Antioca non ci crede per niente, che Manai si preoccupi di lei, si preoccupa d'ingraziarsi
Samuele, piuttosto, quello  uno furbo...
 Ma se Samuele sapesse quanto male vi fa con la vita che si  scelto...
 Lo sa, lo sa, pride, ma sa anche quanto male abbiamo subito. Che cosa volete?
 Se voi poteste fare arrivare a Samuele un messaggio.
Antioca lo guarda, poi afferra la tazza ancora fumante e beve un sorso di latte.
 Con i tempi che corrono un eroe, un militare decorato come lui pu rifarsi un'esistenza.
Ad Antioca brillano gli occhi come quando aspetta un cenno dalla Madonna del Rimedio.
Quella notte, proprio quando Antioca parla con prete Marci, muore Nicolina Bardi. La furia
sorda di Samuele  come la manata di una massaia che spiana un copriletto, sua madre  in catene
incantada dalla Giustizia e lui si sta bevendo la notte. Gana de occhidere. Si beve la notte, bello teso
come un letto rifatto, ha tolto la divisa e si  rasato.  bello come uno sposino fresco, ma  bello della
passione per il sangue.
La donna cammina svelta svelta, con una cesta di pane lentu in testa, la regge senza toccarla, ha
fatto tardi, a impastare pane tutto il giorno per i tempi bui. E ora s'incammina. Quando Samuele le si
para davanti lei non lo riconosce, ma lui riconosce lei. Anima semplice, Nicolina, cresciuta nella
modestia di terzogenita.
Poi la notte abbraccia tutto e tutti. Samuele ha imboccato quel vicolo per scrollarsi di dosso il
furore che lo devasta. Lo sa che ad Antioca non faranno niente, eppure lo sgarbo  grande: azione
metzana prendere una donna in et e farle assaggiare il sonno freddo delle sbarre.
Nicolina dice a se stessa che tagliare per il vicolo fa risparmiare strada, ed  troppo stanca per
pensare.
Cos s'incontrano. Lei vede il giovanotto in cima allo stradello e accelera, lui, al contrario,
rallenta. Il buio quasi se li mangia. Hanno due intenzioni opposte: lei non vuol sapere chi ha davanti,
lui non riesce a credere di essersi imbattuto in quella che crede di riconoscere. Lei si sta dicendo che 
stata imprudente a voler tornare a casa a tutti i costi quando avrebbe potuto fermarsi a dormire dalla
comare.
Proprio mentre prete Marci, in prigione, si siede davanti ad Antioca per bisbigliarle un accordo,
la luce di un lume da una finestra taglia in due il vicolo. L si guardano. Nicolina ci mette un attimo a
capire che il giovanotto sorridente non  nient'altro che l'incubo in carne e ossa. Lei  semplice ma lo
capisce subito che essere Bardi ed essere Stocchino ed essere l'uno di fronte all'altra, con Antioca
presa per pubblico esempio dalla Giustizia, pu significare solo una cosa. Cos abbandona la cesta di
pani al suo destino nello scolo del vicolo e spalanca la bocca per gridare, che l'aiutino, che  morta, che
il diavolo se la vuole prendere, che il male la vuole rapire.
Non possono sapere che  stato il caso a farli incrociare, ma hanno abbastanza millenni alle
spalle per sapere che il caso non esiste. Da qualche parte una filatrice doveva spezzare il filo.
Samuele sfodera la leppa e il sorriso, perch quella donna  una risposta,  il sorcio per il gatto,
 dente per dente. Chiunque si fosse preso in carico la sua miserevole vita si era stancato...
La punta del pugnale penetr giusto il necessario per farle esplodere l'arteria pulsante. Il fiotto
di sangue la sorprese con le labbra ancora impreparate ad accoglierlo. Spalanc la bocca beandosi del
suo sapore fruttato e ferruginoso. Sapore di notte anche per Nicolina.
Le mani di Nicolina cercarono di appigliarsi all'ultima speranza di sopravvivenza artigliando le
spalle di Samuele, poi si abbandonarono lungo i fianchi, arrendendosi al respiro che diveniva sempre
pi flebile.
Lui le sorrise come se vedesse quel respiro che lasciava il corpo ingiuriato. Come se lo vedesse
in forma di angelo in fuga, che batteva le ali inconsistenti ad abbandonare per sempre la dimora delle
carni.
Nicolina cade a faccia in terra, lo scolo al centro del vicolo si porta via il sangue e l'ultimo
respiro. Samuele la guarda morire ed  felice come si pu essere felici di una bestemmia. Ora
dormirebbe, la furia sembra essersene andata insieme alla vita di Nicolina. Ora dormirebbe, ma gli resta
ancora qualcosa da fare.
C' un albero di castagno dentro alla corte dei Bardi, proprio al centro del cortile murato come
una fortezza. Le fronde del castagno lambiscono il muro di cinta inespugnabile. E c' un sedile di
granito fuori dal portale. L sedevano i famigli prima della disamistade, l ridevano le donne d'estate a
prendersi il freschetto. Su quel sedile Samuele posa la lettera che ha scritto. E la ferma con un sasso
perch il vento non se la prenda.
Popolazione di Arzana e ancora da questi Circonvicini purch impongono che io sia un
malvagio e invece noi sono una persona e savio e non voglio far del male a chi non lo merita. Dunque
participo tutti Coloro che sono ad aiutare i miei avversari Bardi Giovanni e Manai Giacomo insieme
al suo figliacco figlio Luigi avr di me in paga lo stesso Confetto.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.
Eh, la regola terribile della morte che chiama la morte.  quasi l'alba quando, sfinito, Samuele
se ne torna alla grotta di bestia braccata, al ventre della roccia, alla tana di belva feroce.
Proprio in quel momento, Antioca viene riaccompagnata a casa da due reclute terrorizzate:
Genesia  l ad accoglierla terrea, distrutta dall'angoscia.
Intanto l'urlo di Giovanni Bardi, a cui presentano il corpo inerte della terzogenita massacrata,
rompe definitivamente la notte.
Mariangela si sveglia in preda a dolori fortissimi all'addome.
La mattina dopo Manai sfida il sole per andare a casa del cognato in lutto. Nicolina  sua nipote.
Ma si arrischia soprattutto perch la notizia della nuova lettera  corsa di bocca in bocca, e lui vuol
vederla con i suoi occhi.  stato sveglio ad almanaccare tutta la notte e crede di aver trovato una
soluzione. La soluzione  smettere di difendersi, e attaccare. Cos Ponziano Patteri, da parte e per conto
del pi ricco del paese, si  gi messo in viaggio per Elni. Una visita a Redento Marras, che con la
famiglia Stocchino ha vincoli di Olio Santo.
Ma adesso, alla luce del sole, e in compagnia solo del figlio Luigi, ecco Giacomo Manai che
bussa a casa di Giovanni Bardi. Senza nemmeno guardare supera la camera ardente dove le donne
stanno leggendo la vita a Nicolina la mite.
Giovanni Bardi con gli occhi rossi lo segue in cucina. Stringiti la testa, dice Manai al cognato
afferrando la lettera di Stocchino con mani tremanti, smetti di piangere, che adesso  arrivato il
momento di fargliela pagare. Bardi guarda il vecchio come se non capisse quello che dice, eppure dice
qualcosa di assolutamente semplice. Quello che gli resta incomprensibile, tuttavia,  il fatto che la figlia
morta non sia stata una ragione sufficiente per colmare la misura, ma quella lettera s. Bisognerebbe
spiegare al padre sconsolato che nella personale cosmogonia di Giacomo Manai sa bida  satellite, sa
robba  pianeta. A Giovanni Bardi resta solo il frammento del dubbio, per il resto ascolta. Facciamo
come dico io, sta dicendo Manai...
Ponziano Patteri arriva a Elni che si sta facendo notte. Redento Marras lo accoglie in casa e gli
offre fave e lardo e pane d'orzo. Patteri mangia in silenzio vuotando il piatto e trangugiando vino
agreste, con una smorfia butta gi boccone e vino, poi si asciuga le labbra.
 Red, guarda che la situazione cos non pu continuare...  attacca.
Redento Marras neanche si muove. Nell'arco  la pietra di paragone, nella tanca  il recinto che
abbraccia le bestie, nella terra  la radice che filtra le piogge, nel fiume  l'estuario che sfoga a mare.
Eppure non si muove.
A Ponziano Patteri mandato da Manai non riesce a rispondere.  una storia senza uscita, e
verrebbe da discuterne se non fosse che si sta parlando di nulla, si sta parlando di un precipizio.
 Io non posso fare niente. Niente,  chiude Redento Marras.
 Fallo venire qui,  consiglia Patteri.  Li facciamo incontrare qui da te e vediamo di mettere a
posto le cose. Di te si fida, li mettiamo di fronte e li facciamo ragionare da uomini, ognuno col suo
carico...
 Qui no,  corregge Marras.  A Sa Muddizzi.
 A Sa Muddizzi,  conviene Patteri.
Siamo al 14 maggio 1923. Sono due settimane che Patteri e Marras lavorano per l'incontro
chiarificatore. Tutto  stato detto: che Manai  disposto ad accordarsi e Bardi pure; che Samuele vuole
il nome di chi ha ucciso suo fratello Gonario; che da Cagliari offrono grandi opportunit ai reduci
decorati; che Manai e Bardi si impegnano a fare una colletta per pagare il corrispettivo di ventimila lire,
che  la taglia che pende sul capo di Samuele. E chiudere il contenzioso.
Sa Muddizzi  un podere assoliato, posato nel fianco del colle esposto a est, un territorio brullo
ma ricco di buon pascolo.
Samuele si veste per tempo, fuori  ancora buio. Dal corpo del bosco arriva un passo umano. E
quello Samuele lo riconosce sopra tutti. Non  il passo sospeso di Mariangela, non  il passo deciso del
cacciatore, n quello guardingo del soldato. Ma di maschio si tratta: questo lo capisce dal suono secco
della foglia che si frantuma. Cos, muovendosi in quel territorio che conosce come se stesso, si trova
alle spalle di un uomo. Quando lo afferra per il collo l'uomo sembra sollevato.
 Sono io,  dice soffocando un urlo.
Samuele lo guarda, sa di conoscerlo, lo sa bene, ma non si ricorda dove l'ha visto.
 Rubanu. Rubanu di Ulassai.
Eh, lui non se lo pu dimenticare che Samuele gli ha salvato la vita quando era a un passo dal
plotone di esecuzione. Cos ha deciso di fare quello che sta facendo, e quello che sta facendo  metterlo
in guardia. Samuele non lo sa, ma sono quattro giorni che i carabinieri hanno arrestato Redento Marras,
e non sa che Ponziano Patteri, bevuto come san Lazzaro, ha confidato che all'incontro a Sa Muddizzi,
Samuele trover solo piombo. Non sa che da quando si sono messi la camicia nera Manai e Bardi
possono contare su un appoggio molto in alto, a Cagliari addirittura. Lui non lo sa come sono cambiate
le cose, perch le cose cambiano un poco tutti i giorni. Samuele ascolta. Rubanu lo guarda, non riesce a
capacitarsi che il destino grande dell'uomo che ha davanti si sia divertito fino al punto da renderlo una
belva braccata.
Comunque Samuele a Sa Muddizzi ci va. Rubanu lo segue facendo fatica a tenere il suo passo.
Quando sono a una certa distanza, Samuele dice a Rubanu di non avanzare. Rubanu dice che ha fatto
trenta e pu fare trentuno, dice che ha un debito troppo grande con lui, dice che con la doppietta 
bravo. Ma  proprio per questo che deve fermarsi, spiega Samuele: se loro aspettano me, non aspettano
te, e se ci vedono insieme si mettono in guardia. Rubanu gli dice che gli copre le spalle. Cos Samuele
avanza da solo. A pochi passi dal muro a secco Ponziano Patteri gli si fa incontro.
 Redento Marras?  chiede Samuele.
Patteri cade dalle nuvole.  Lo stiamo aspettando anche noi,  dice.  Ma ancora non si  visto.
Samuele prende respiro come per rispondergli, e invece dall'interno della mantellina militare
punta il fucile e gli spara, a bruciapelo, in pieno petto. Ponziano Patteri spalanca le braccia quasi
volesse prendere il volo e, in effetti, vola all'indietro, come se la scarica di piombo che l'ha investito
fosse una raffica di vento. Cade a terra con un tonfo pieno, ha fisso in faccia lo sguardo patetico di chi
non ha fatto in tempo a capire che cosa gli  successo.
Dal retro del muro a secco parte una scarica di pallettoni, poi ancora, poi ancora...
Luigi Manai imbraccia il fucile e grida:
 Pudessiu... Fizzu 'e bagassa!!!
Samuele sente il piombo che gli scarnifica un fianco,  come lo strappo di un flagello. Si china
per prendere fiato, ma i famigli di Manai sparano all'impazzata.  una pioggia, un temporale. Samuele
alza una mano quasi a ordinare agli spari di cessare: una pallottola gliela trapassa. Poi si butta a terra
correndo tra la macchia, al secondo passo capisce che sta trascinando una gamba. Gli uomini, e su mere
Luigi Manai, lo inseguono incoraggiandosi a vicenda come se pregustassero la fine di tutto.
Rubanu sente da lontano gli spari e comincia a correre:  possibile che Samuele la volpe stia
portando verso di lui la muta di cani arrajolati, e allora gli va incontro. Ma non  cos, col respiro rotto
e lo sguardo appannato Samuele capisce che la sua decisione di affrontare un pericolo che conosceva
nascondeva il desiderio che tutto finisse.
L'idea d'essere arrivato alla fine lo fa correre con pi entusiasmo. I famigli e Manai invece
corrono perch sanno che se Stocchino s'infila nel fitto della foresta poi non  pi possibile stanarlo.
Ma non sanno che l'idea di Samuele adesso  solo rendere pi difficile l'inevitabile. Cos corre, non sa
nemmeno lui come. Corre.
Corre.
Quella mattina Mariangela si alza dal letto con un senso terribile di nausea. Ha fatto pochi passi
nella stanza che sente qualcosa colarle fra le cosce.  qualcosa che ha una consistenza gelatinosa e
calda. D'impulso si asciuga con i lembi della camicia da notte. La stoffa si macchia di rosso cupo, ma
non  sangue mestruale,  come sanguinaccio rappreso. Sono quattro giorni che un'astenia tremenda la
tiene a letto. Sono quattro giorni che non ha notizie di Samuele. Quando chiama aiuto non si 
nemmeno accorta che  caduta a terra.
Corre... Luigi Manai ha lo sguardo di chi sta decidendo la sua vita e il suo avvenire. Pi che
vederlo, sente l'odore di Stocchino che fugge curvo fra i lentischi, a tratti spara verso l'ombra di lui, ma
qualcuno da dietro gli grida che la smetta di sprecare colpi.
Samuele pensa che sono quattro giorni che non ha notizie di Mariangela.
Rubanu disorientato si guarda intorno, ora che la boscaglia s'infittisce la sua preoccupazione 
che gli spari vengano deviati dalle rocce affioranti. Sente urlare davanti a s: dicono di non sprecare
pallottole. Dicono che Stocchino si sta mettendo in trappola.
Infatti lo sanno bene, la corsa di Samuele finisce davanti al crepaccio. Una fenditura stretta che
lui riconosce immediatamente, ci  stato per quattro giorni quando aveva sette anni.
Ora sono fermi l'uno di fronte all'altro, Luigi Manai e Samuele Stocchino. Manai ha la bocca
che gli trema, non riesce a credere di aver arregrato a Stocchino, non riesce a credere di potergli parlare
a quella distanza. Samuele sente il baratro che gli solletica le caviglie. Ora ti sto sparando, sta
biascicando Luigi Manai, ha una paura in corpo che lo divora. Ha lo sguardo folle di chi sta per morire
di colpo, ti uccido, continua, ma la voce  ridotta a un fischio. Samuele lo guarda, pensa al vuoto dietro
di lui, con un movimento impercettibile sposta un piede all'indietro, se fa mezzo passo non ci sar terra
a sorreggerlo.
I famigli di Manai gridano che spari, per Deus! Ma la bocca di Luigi si  piegata in una smorfia
trattenuta, sente il sangue che gli si gela addosso, sente gli occhi di Stocchino che guardano oltre di lui.
Nei pochi secondi che dura questo fronteggiarsi, Luigi si gioca la vita.
 Sei morto!  grida ancora una volta. Ma  una volta di troppo.
Il colpo parte, ma il fucile che spara, da sotto la mantella,  quello di Samuele.
Luigi non pu capire, lui la guerra non l'ha fatta. Prima che i famigli si rendano conto che Luigi
 stato spazzato via dal colpo, e che devono sparare a loro volta, Samuele si butta nell'abisso.
Straniti, si sporgono verso il vuoto: del corpo di Samuele non c' traccia.
Lo sguardo del dottore dice tutto. Ma rivolgendosi a Mariangela, con la bocca, sorride. Cos lei
sa, senza ombra di dubbio, che ha i giorni contati.
In paese i famigli hanno notizie di guerra. Ponziano Patteri e Luigi Manai sono esposti su un
carro come due cinghiali da rebotta. Samuele  morto.
Rubanu corre col fiato spezzato fino all'orlo del precipizio e guarda sotto. Madre Santa,
qualcosa si muove sulle fronde di un grande ginepro che ha messo radici nella parete della roccia.
IV.
(Terzo seppellimento e terza resurrezione di Samuele)
 Dove sono?
 Al sicuro,  risponde Rubanu,  al sicuro, che mi venga un colpo...
Samuele apre gli occhi. A Rubanu gli pare di essere testimone di qualcosa che non si pu
nemmeno raccontare, lo sa lui quanto gli  costato tirare fuori Samuele dal crepaccio. Il letto  comodo,
ma Rubanu vive in una specie di catapecchia ai confini del territorio di Ulassai.
 Dae cando so a in oche?  chiede Samuele.
Dodici giorni senza notizie. Antioca ha finito le speranze. Cos si dice che forse  arrivato il
momento di chiudere gli occhi. Bella come quando and alla processione dell'Immacolata, si siede
sulla sedia che era stata di Felice e che  sempre rimasta davanti al caminetto. Prima per, presa da un
pensiero improvviso,  andata al baule, l'ha aperto, ha frugato tra gli asciugamani buoni in cerca del
cuore di Samuele, la pietra di fiume spezzata che lei aveva ricomposto con uno spago. L'ha presa e
tenuta stretta nel pugno. Poi, dirigendosi verso la sedia dov'era morto Felice,  andata, anche lei, a
morire.
Mariangela sta bene adesso, le  persino ritornato un po' di colore sulle guance. E allora si
mette in cammino, lei lo sa che quello che dicono di Samuele morto non  vero. Non  mai stato vero.
Senza il corpo morto la morte non esiste. Cos si mette in cammino perch lo sa che lui, dovunque sia,
torna, e quando torna vuol trovarsela vicina. Alla caverna non c' segno di vita.
Samuele guarda lo struzzo che guarda lui dalla pagina del libro d'illustrazioni zoologiche di
Rubanu.  come un mostro marino, ma di terra. Cos .
Prova ad alzarsi, riesce a stare seduto.  Doichi dies,  spiega Rubanu.
Samuele si guarda la mano fasciata. Il fianco indolenzito  fasciato lui pure.
 Proprio l'Inferno non ti vuole, sergente,  gli dice Rubanu.
L'estate si sta sbolicando fuori dalla stanza. Le genziane preparano i fiori di luglio.
Silenzio.
Quando Samuele torna alla caverna sente che non  solo. Le ferite gli fanno male, ha portato
con s il libro sugli animali che Rubanu gli ha regalato.
Sul letto Mariangela sembra che dorma, ma Samuele la morte la riconosce subito. Cos le si
distende affianco e pensa che il giorno in cui morir vorr morire esattamente dov' morta lei. La
tranquilla lucidit con cui capisce che ha perso tutto lo spaventa un poco. Ma soprattutto lo spaventa
tutta la vita che ha davanti.
V.
(Voci e altre voci)
Io l'ho visto Stocchino, quando tutti dicevano che era morto, e i Manai e i Bardi e tutti gli amici
avevano pagato una messa e un abito da processione nuovo per la Madonna ricamato dalle suore di
clausura, e anche gioielli, e anche una corona d'argento massiccio. Comunque erano tutti in chiesa a
ringraziare. Io stavo zappando l'orto e l'ho visto alla luce del sole. Invecchiato, triste, lo credo che era
triste...
Insomma, se ne va con la sua divisa strappata, sporco, attraversa la piazza e si mette davanti al
portale della chiesa. Be', voi dovevate sentire le urla quando qualcuno dall'interno ha detto che fuori
c'era Stocchino. Subito hanno sbarrato l'ingresso, e Stocchino senza scomporsi  rimasto in piedi a
guardare il portale chiuso, poi col piede ha segnato una S sul terreno e se n' andato com'era arrivato.
Senza che nessuno facesse niente.
Io avevo appena incominciato a lavorare per Manai in quel tempo, quando dicevano che
Stocchino era morto. Invece altro che morto... Eravamo tutti in chiesa, e poi saremmo andati tutti a
mangiare, quando dalla piazza arriva Mundinu che cerca di dire qualcosa. Il vecchio Manai quasi lo
prende a schiaffi perch non riesce a fargli dire quello che ha da dire, ma quello continua a balbettare e
nel balbettamento qualcuno capisce Stocchino. Cos tutti tacciono, tacciono anche i chierichetti. Tace
anche prete Marci nel bel mezzo del Gloria. Un silenzio terribile per un secondo, poi, all'improvviso, le
donne cominciano a tunchiare e ad abbracciare i bambini: alcune di loro non uscivano di casa da
quattro anni.
Fu come quando gli ebrei che festeggiavano nel deserto adorando la mucca d'oro videro
arrivare Mos nel bel mezzo della festa. Le femmine delle famiglie guardarono con rimprovero i
maschi. I Dui, i Marcialis, i Secchi, che erano riusciti a tenersi fuori dalla disamistade, capirono che,
partecipando a quel rito affianco ai Manai e ai Bardi, si erano imprudentemente esposti e compromessi,
ma capirono, soprattutto, che, da quel momento in poi, erano un nome in pi nella lista della tigre...
Infatti, in piedi in mezzo alla piazza, prima di andarsene Stocchino grid contro il portale
sprangato della Parrocchiale:
 Non uccido nel giorno del Signore. Ma ce ne sono altri sei di giorni, state attenti... Tutti vi ho
guardato, e conosco nome e cognome di tutti, e questi tutti devono conoscere il Confetto che gli regalo!
Quando arrivarono i carabinieri di lui non c'era pi traccia.
Immaginatevi la scena: quell'uomo ha perso tutto. Fa il bersaglio, ma quanto pi si espone tanto
pi sembra imprendibile. Dentro all'aura d'immortalit vive come dentro a una corazza. Nel periodo in
cui era sparito, custodito e aiutato da Rubanu, in paese c'era stata l'euforia di un incubo che finisce. Le
storie si erano accavallate alle storie. I famigli della spedizione a Sa Muddizzi hanno millantato un
cadavere che non hanno visto, ma che, forse, hanno voluto vedere; comunque hanno pensato che dal
precipizio in cui era caduto, Stocchino non poteva tornare. Perci Manai aveva ripreso a farsi vedere in
piazza e i paesani avevano ricominciato a ossequiarlo, tanto pi che adesso portava la camicia nera, e
anche l, in quel buco estremo, la camicia nera contava qualcosa. Nei due mesi in cui si credette
Samuele definitivamente, incontrovertibilmente morto, qualche mezzadro cominci a zappare i terreni
lasciati a se stessi per anni e a potare olivi ormai ridotti a olivastri e a rimettere in piedi filari di viti
abbandonati al loro destino.
Ai bambini nati e cresciuti in cattivit si mostrava per la prima volta il paese fuori dal cortile
fortificato. L'entusiasmo delle donne al mercato o al lavatoio era quello di bambine che vedevano il
mondo per la prima volta. Arzana metteva la benda bianca, quella da sposina.
Ma la ricomparsa di Samuele in piazza mette la parola fine a tutto questo inizio. Anzi d il via
alla stagione terribile. Ora che si sono spezzate le convenzioni, con Antioca sepolta e non pianta, con
Mariangela morta e pianta fino alla fine delle lacrime, Stocchino  carne viva.
La sapienza antica queste cose le capisce bene, per questo ognuno di quelli che erano in chiesa
quella domenica s'ingegna per far sapere che lui con i Manai e con i Bardi non ha nulla a che fare. Solo
il giorno dopo quattro persone vengono trovate morte al podere Mortu S'Omine, mentre, ignari di
quanto era accaduto in piazza il giorno prima, lavoravano alla vigna grande. Sono due del paese ma
anche due del Continente, che Mussolini aveva spedito in Sardegna per vedere se si poteva correggere
la propria fame con la fame altrui. Il mercoled successivo nella provinciale trovano la morte un cugino
primo della nuora di Bardi e Venerio Dui, che aveva avuto il torto di trovarsi in chiesa tre banchi dietro
quello di Giacomo Manai. La taglia cresce: sono sessantamila, adesso. Ma quella taglia per il non
morto non fa gola a nessuno.
Ristabilita la regola del terrore, la sola che conosca, Stocchino, pazzo di solitudine, vuole
pensare al futuro. Ha due fratelli sconosciuti spostati fin da bambini nell'oristanese da parenti lontani,
ha Genesia che, lasciato il lavoro dal notaio,  andata a servizio da un dottore a Sassari, che  l'altro
mondo.
La casa vuota  rimasta in balia delle muffe e dei venti perch il legittimo proprietario non ha
cuore, n fegato, di pretenderla.
Cos cominciano a vederlo dappertutto: nei conventi vestito da suora, nei boschi nudo come il
primo uomo, alle fonti mentre si abbevera con le bestie, agli incroci mentre aspetta il nemico. Ai
bambini che non dormono si dice che arriva la tigre. Sette omicidi nel '25. Sempre a un passo dalla
cattura, sempre impossibile da catturare.
Samuele non  vivo, chi lo prendesse scoprirebbe che quell'involucro di nervi e muscoli  un
corpo vuoto. Chi l'ha guardato negli occhi ha visto lo sguardo vacuo, distante, del carnefice.
Chi sa le cose dice che alla fine alcuni facoltosi della zona approfittarono della situazione per
ingraziarsi Stocchino e incamerare parte dei beni dei suoi nemici. Chi sa le cose dice: ragionate...
Secondo voi, Stocchino, da solo, poteva fare tutto quello che ha fatto?
Ma come ha scritto quel poeta:
Como nessi no tenzo s'orriolu
de dare attentu a sa tanto istimada:
de cussa razza de sos traitores
devo distruer manoos e minores.
A sua eccellenza il prefetto Gandolfo pare di udire una lingua che non  una lingua. Chi parla in
questo modo  sicuramente pericoloso. Al suo assistente con i baffetti, invece, pare di leggere i
resoconti ciceroniani sui pelliti.
 Vuole dire...  spiega,  che libero dagli affetti ora  libero di colpire senza temere ritorsioni.
Il prefetto guarda l'assistente. Questo sergente impazzito comincia a creargli problemi con
Roma. Ma la questione dell'ordine pubblico pare sotto controllo.
 Attiviamo le milizie,  ordina.
Il '26  una lista di cadaveri. L'anno siccitoso si porta con s la lotta per la sopravvivenza, che
vuol dire uccidere prima di essere uccisi. Chi non  stato previdente, chi non ha ammassato viveri,
nell'anno '26 sente la fame che bussa.
La taglia di Stocchino  salita a centocinquantamila lire, pi alta di quella altissima de su nanu
Santino Succu che  di centomila. La fame fa temerari. I fratelli Dui, Cosma e Damiano, gemelli manco
a dirlo, con l'intenzione di trattare con Stocchino lo attirano in una trappola a cui sfugge grazie a un
carro che lo ripara. La tigre immortale fa scempio dei gemelli solo tre settimane dopo. Alla domanda
del perch ce l'avessero con lui, prima di ucciderli, Stocchino si sente rispondere che la sua taglia li
avrebbe salvati dalla bancarotta. E allora la morte dei gemelli diventa come un teatro della morte. Le
membra strappate dal busto dei due giovani vengono sparse per tutto il paese. Nessuno osa raccoglierle.
Sulla mano di uno dei due un biglietto:
In paga di quello sangue che mi ho versato per vostra mano io vi condanno a morte tremenda.
Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele.
Poi ancora il calzolaio che s'impicca per non morire assassinato e le milizie fasciste gabbate.
Poi ancora il delitto Marcialis che Stocchino rivendica nonostante sia stato scagionato. Macelleria.
Ma quando, agli albori del '27, Nuoro diventa capoluogo di provincia, quando Ottavio Dinale, il
primo prefetto della Sardegna interna, s'insedia nel suo palazzotto appena costruito, quando la Deledda
diventa la scrittrice universale, ma resta Cassandra in patria, allora le cose devono cambiare: Mussolini
in persona ha promesso che sar il Fascismo a scrivere la parola fine nella storia del brigantaggio in
Sardegna... Quindi a teatro si risponde col teatro: duecentocinquantamila lire a chi consegner
Stocchino Samuele da Arzana vivo o morto.
Quinta parte
... alto compiacimento e vivissimo elogio
E d'un tratto sono davanti a un gran vuoto e vedo due uomini rotolarsi per terra.
J. GIONO, Due cavalieri nella tempesta.
Controfigura
Voglio, come Prefetto e come Fascista, per la responsabilit della mia funzione e della mia
missione, per l'amore della Vostra terra, far uscire dagli antri tenebrosi le malefiche forze del delitto,
per distruggerle; voglio che attorno al delitto non si formi pi la spudorata leggenda di un perverso
eroismo; voglio che sia soppressa ogni forma di favoreggiamento attivo e passivo, innestato alla triste
solidariet che deform o distrusse ogni elementare senso morale. Un eroismo ha da trionfare, il nostro,
dal Prefetto al Carabiniere, dal Milite al Cittadino; andiamo verso l'epilogo...
(Ottavio Dinale, Primo Prefetto di Nuoro capoluogo,
Manifesto appello alle popolazioni della Provincia, 10 luglio 1927).
I.
(Dove si racconta di una partenza improvvisa)
Salvo per miracolo. Salvo per miracolo. Madre Santa. Vergine di Dio. Beatissime tutte le anime
del Purgatorio.
Si pieg in due, con entrambe le mani artigliate alle ginocchia, per respirare. Durante la corsa
era riuscito persino a pensare a una storia da raccontare se fosse stato scoperto. Una storia di quelle da
cinematografo: Stiamo calmi, non lasciamoci accecare dall'apparenza,  avrebbe detto,  l'onore di
donna Isabella, contessa e sposa bambina,  intatto: avevo promesso d'impartirle lezioni di scherma, e,
sul mio onore, ho giurato di mantenere il segreto... Lei avrebbe confermato di fronte al vecchio marito
sul viso del quale sarebbe scomparsa la rabbia e apparsa la figura del dubbio.
Una donna che voleva apprendere i rudimenti della scherma... Brutto film, senza considerare
che mai si era vista l'ombra del dubbio disegnarsi sul volto ottuso da mastino del conte Olivieri.
Saverio Polto, nel fiore della sua virilit, della sua intemperanza, si era appartato da solo con
una donna sposata... E sposata bene, contessa niente meno, e contessa Olivieri Torrependente. Moglie
bambina dello scendiletto del Duce, come chiamavano il conte nei corridoi.
Correndo nell'aranceto Saverio fin di allacciarsi la camicia. Il tempo era volato tra le braccia di
donna Isabella, ma l'orecchio era rimasto vigile. Un attimo, solo un attimo di ritardo e il conte in
persona li avrebbe colti sul fatto.
Rise Saverio Polto, apprestandosi a percorrere l'ultimo tratto di campo dietro all'oratorio di
Santa Brigida dove il muro di cinta era combinato in modo tale che  tutto una porta, come aveva detto
donna Isabella, con l'aria di essersi lasciata sfuggire involontariamente quell'informazione.
Poco pi in l, al coperto, garantito dal silenzio di massai muti di quel mutismo che solo il
tintinnio delle monete sa provocare, avrebbe raggiunto la sua automobile.
Alla porta del casolare buss tre volte, poi altre due, poi un'ultima. La donna corse ad aprirgli
mantenendo il capo chino.
 Del vino!  ordin Saverio, appoggiando il cappello a una cassapanca. La donna corse alla
brocca.
 Non vi aspettavamo cos presto, Eccellenza,  si scus la donna.  Rino  corso a preparare
l'automobile.
Saverio distese il braccio offrendo la tazza ad altro vino. Rino entr in cucina da un ingresso
secondario, era sudato e teneva il cappello in mano.  Tutto pronto, Eccellenza,  sussurr deferente.
 Bene,  disse Saverio recuperando il cappello. Apprestandosi a indossare i guanti fece cadere
sei monete sul tavolo.
La donna si slanci a recuperarle, quasi che perdessero di valore se lasciate per troppo tempo
sul piano di legno.  Sempre a disposizione, Eccellenza, sempre a disposizione,  reag constatando che
l'offerta era stata pi alta del previsto, pi alta dell'ultima volta.
Ma Saverio non stava a sentire benedizioni e ringraziamenti: il guanto sinistro non si trovava.
Con occhi inquieti fece un giro del rozzo pavimento della stanza. Il guanto non c'era. L'uomo e la
donna stettero a guardarlo non osando chiedere che cosa stesse capitando.
 Il mio guanto,  disse lui improvvisamente, con un tono di voce che aveva perso tutta la
sicurezza di poco prima.  Devo tornare indietro...  continu parlando a se stesso.
Ripercorse il tratto di strada che l'aveva portato al casolare con lo sguardo incollato al suolo. Si
trov di fronte alla breccia sul muro di cinta della villa di campagna del conte Olivieri. Attravers
l'aranceto fino alla serra. Scavalc la pergola soffocata dall'edera fino a raggiungere il balcone della
camera della sua amante...
Il mattino dopo Ninetta entr nella stanza. Con una leggera pressione della mano sulla spalla lo
richiam alla vita.
 Vostro padre,  sussurr.
Saverio apr gli occhi.  Che ore sono?  chiese sorpreso.
  tardi. Vostro padre ha chiesto di voi, vuol vedervi subito,  specific aprendo le tende per
far entrare la luce.
 Il tempo di prepararmi,  disse Saverio mettendosi a sedere sul letto.
La vecchia baci il crocefisso che teneva appeso al collo.  Non  una buona giornata oggi, 
lament con un singulto.  C' una tale confusione,  annunci mentre scompariva nella stanza attigua.
Ritorn dopo qualche minuto con un bacile d'acqua fumante e l'avambraccio ingombro di pezze
candide.
Saverio si era messo in piedi, completamente nudo.
Ninetta pos il catino sul pavimento e s'inginocchi per immergervi una delle pezze. Con
movimenti rapidi e delicati percorse le gambe dell'uomo con lo straccio bagnato sollevandosi per
arrivare alle ascelle, al collo, al viso; girandogli attorno per detergere i polpacci e i glutei e la schiena.
Saverio rest in piedi con gli occhi ancora socchiusi a godersi il tepore di quell'umidit sul
corpo.
La donna proseguiva nella sua operazione con un crescendo di pignoleria.  Sei bello, angelo
mio, sei bello,  sussurrava di tanto in tanto.   bello il mio bambino...
Saverio inarc la nuca stringendo le palpebre e afferrandole una mano la costrinse a soffermarsi
sul basso ventre.
 Sei qui finalmente!  sbott il generale Augusto Polto.
 Il tempo di prepararmi,  si giustific Saverio.  Avete bisogno di parlarmi?
Il generale fece un gesto d'impazienza agitando la mano per invitarlo a sedersi.  Perch ti avrei
convocato senn? Ho qualcosa da dirti, qualcosa che non ti piacer: tra una settimana partirai per la
Sardegna!
 Tra una settimana? La Sardegna?  fece eco Saverio.
 Hai capito bene! Ho ottenuto una carica per te dal conte Olivieri. Sei stato nominato
commissario speciale del Duce per la sicurezza in Barbagia. C' bisogno di giovani di rango da quelle
parti. Il Duce in persona ha gi espresso il suo parere positivo; prenderai ordini direttamente da
Roma...
 Ma cos, senza preavviso...
  un incarico delicatissimo... La situazione  tale... Arriverai in Barbagia in incognito.
Saverio si sforz di restare calmo.
 A quale situazione vi riferite?
Il generale Polto trasse un lungo sospiro. Alzandosi in piedi and alla finestra.
 Sei mio figlio, non user parafrasi con te. La pace stipulata a suo tempo con la delinquenza
locale in Barbagia  stata rotta, gli accordi con i delinquenti, ai quali mi sono sempre opposto, non
hanno dato i risultati sperati...  disse a un certo punto senza guardarlo.
A quelle parole Saverio non ebbe alcuna reazione apparente.  E allora?
 E allora il Duce si  esposto personalmente affermando che la Sardegna  in tutto e per tutto
territorio sanato. C' un problema ed  un problema grosso...
Saverio Polto strinse le labbra in un moto d'orgoglio.  E io cosa c'entro?  disse seccamente.
 Tu lo conosci.
Saverio fiss il padre.
 Il sergente Stocchino Samuele,  scand il generale Polto.
Saverio prov immediatamente a dare un volto a quel nome.  Un animale,  disse.
 Il tuo compito  stanare quell'animale,  conferm il generale senza perdere il sangue freddo.
 Non avrai alcun limite.
 Se le cose stanno in questi termini partir. Posso andare ora?
 Un'altra cosa, un'ultima avvertenza: fa' una vita ritirata per questa settimana, meno ti si vedr
in giro meglio sar!
 Sono agli arresti in casa mia?
Il generale scosse il capo non riuscendo a trattenere una risata.   un buon consiglio del conte
Olivieri, al quale mi associo calorosamente...
II.
(Dove si racconta di un malinconico arrivo...
e di qualche trama locale)
A Saverio Polto la Sardegna fa l'effetto di una balena nera immobile invasa dalle alghe,  il
carapace melmoso di una tartaruga di mare,  nera pi nera dell'acqua nera. Per sedici ore la nave 
scivolata su una distesa gelatinosa e verdastra. E ora eccola l, l'isola.
Dopo la guerra soffre i posti chiusi, e quella traversata lenta gli pareva non potesse portare in
nessun luogo. Cos ha trascorso buona parte di quelle sedici ore sul ponte a guardare con quanta fatica
lo scafo fendeva quel mare semisolido.
Lui un inverno cos tragico non l'ha mai visto, nemmeno al fronte, non ha mai visto una luce
tanto incongrua.
La luna bassa, piena di s, gli stampava, dallo zigomo alla mascella malrasata, il cuneo nero
dell'ombra del naso. E lui lasciava fare. Quel naso, e la mascella, erano il bello del suo viso, perch gli
occhi, per esempio, piccoli e ravvicinati, se ne stavano rintanati dentro le orbite profonde perennemente
oscurati dalle creste rocciose delle arcate sopraccigliari. E la bocca era un filo talmente sottile che le
labbra congiunte gli segnavano, a due dita buone dalle narici, una crepa orizzontale schizzata a matita.
Pareva di navigare un corso d'acqua d'Amazzonia, cos come l'avevano descritto i temerari che
avevano affrontato quell'ignoto: aria verde di fronde che si spingono talmente in alto da schermare il
cielo.  difficile respirare, perch in quel mare d'acqua dolce, come in questo d'acqua salata, non c'
aria. Il cuore gli batteva in petto che poteva sentirlo nelle orecchie. Qualche volta, da bambino, si era
sentito in quel modo.
C' un odore terribile al porto. Odore di morte e di bestiame e di nafta e di carbone. Se a
Saverio Polto il mare non  mai sembrato cos ostile, la terra non gli sembra meglio. Per tutto il corso
del viaggio verso l'interno il sole ha deciso di restarsene coperto. Ma il cielo non  grigio, verde
piuttosto, come olio appena spremuto, e giallo a tratti. Le nuvole l non passano. Nel colore totale,
asmatico di quel cielo non volano nemmeno gli uccelli. Nell'isola del vento non si leva un fiato, tutto
chiuso in un involucro membranoso.
Per il suo viaggio in Barbagia gli hanno assegnato un piccolo camion con un autista locale che
ha imparato a guidare sul Carso, Antonello Cappai da Buddus.
Antonello Cappai da Buddus era la dimostrazione incarnata di quanto fosse opinabile il luogo
comune sui sardi taciturni. Quel metro e cinquantatre di autista, la stessa medesima altezza di sua
maest, per intenderci, cominci a parlare prima di salire sul camioncino. A lui avevano detto solo che
doveva portare un rappresentante continentale ad Arzana e la cosa gli pareva eccentrica: che cosa ci va
a fare un rappresentante continentale ad Arzana? E rappresentante di cosa, se era lecito? E dal
Continente dove, se era lecito? Lui in Continente c'era stato quando era stato richiamato con la ferma
del '97. E quasi quasi piuttosto che al fronte finiva ad Avezzano, conosceva Avezzano? Brutto
terremoto l, brutto davvero... Insomma, stava per finire ad Avezzano per aiutare i terremotati, poi
all'ultimo secondo un tenente chiede se a qualcuno interessa entrare nei corpi motorizzati: Antonello
Cappai da Buddus non ha la minima idea di cosa siano i corpi motorizzati, ma alza la mano, lui  cos,
prima fa e poi pensa. E infatti lo scelgono e gli dicono di lasciare il gruppo di quelli che sono destinati
ad Avezzano per guadagnare il gruppo di quelli destinati ai corpi motorizzati, a Vicenza. Lui era stato a
Monte Berico, per la precisione a Villa Clementi, conosceva? E l aveva fatto la Scuola superiore di
guida per lo Stato Maggiore, dove gli avevano detto che sembrava fatto apposta per la guida, tanto che
nel giro di due mesi gi scarrozzava su e gi per il Veneto il generale Pecori Giraldi. Il che ha il suo
lato comico, perch insomma chi poteva trasportare un sardo se non Pecori... E gi risate, l'aveva
capito? Aveva fatto la guerra?
Polto serr gli occhi, ma siccome la vibrazione del camioncino gli sembrava aumentare, li
riapr. Chiese dove si trovavano, ora il camioncino arrancava su per una salita leggera. Mont'Albo,
rispose quell'altro. Poi, mostrando il mare, pronunci parole sconosciute: Sa preda bianca, Contone
malu, Isterria... E ancora, salendo verso i monti: Marreri, Sa e Sulis... e Mamoiada e via... Davvero un
bel posto quello dove stava andando, l'Ogliastra, ma lo sapeva lui che in Ogliastra faceva il comodo
suo un bandito terribile? Stocchino Samuele! Gi tremendo il nome, eh? Conosce? Ma che domanda,
scemo che ... Che ne possono sapere in Continente, eh, di questo buco? Comunque non  vero quello
che dicono, che Stocchino ammazzi tanto per ammazzare, che si lasci servire, lui fa quella strada da
anni e mai un problema, Stocchino lo sa lui con chi ce l'ha, lo sa lui...
Ora il cielo si  fatto di tela grossolana quasi grigioverde. Polto sente caldo davvero, ma caldo
non ce n'.  solo che parole e fiato hanno riempito l'abitacolo saturandolo. Oppure  semplicemente
quella sequenza di tornantini in salita che il fante autista Cappai sta affrontando con disinvoltura, ma
senza delicatezza. E intanto parla... Ma lo sa che cosa ha combinato quel matto di Stocchino, una
volta? Si  fatto assumere da un proprietario come lavorante a cottimo, ma vestito da donna, eh s...
Col fazzoletto e la gonna e la faccia tutta liscia proprio come una ragazzina... Dice che a vederlo cos
vestito nessuno avrebbe riconosciuto un maschio e anche sottufficiale decorato, mica uno di quei
maschi che si credono femmine eh, si spiegava? Ma comunque, quando si  saputo che lui si presentava
per i lavori a zorronada... che vuol dire a giornata, per paura di ritorsioni tutti i padroni assumevano
senza discutere le lavoranti mascoline, mscrine, come si dice da noi... E di quella volta che era stato
fermato vestito da zingaro per le strade di Nuoro e poi mandato via dalla citt con un calcio in culo da
un brigadiere? Be': quel brigadiere l la notte a casa ha trovato un messaggio scritto nel fascione della
fondina, semplicemente una firma: Stocchino Samuele... Per non dire di quell'altra volta che ha
incontrato la sua fidanzata in chiesa vestito da suora, oppure quando ha confessato il suo nemico
giurato sostituendosi al prete... Eh. Questo Stocchino  brulleri...
Saverio la parola brulleri la capisce, ma la capisce a modo suo. Ce l'ha davanti, il volto
immalinconito del caporale Stocchino quando sta per colpire: quello sguardo quasi sereno, quasi
incoraggiante, ha la cifra di un'allegria allucinata. Brulleri proprio, Stocchino Samuele, due guerre alle
spalle. Eh s.
Comunque se Dio vuole si arriva ad Arzana. Che non sar il centro del mondo, ma almeno ha
una parvenza di civilt. Sembra incredibile che in mezzo a tutta quella vegetazione e quell'asprezza ci
sia stato, in tempi remotissimi, un nucleo di umani che abbia deciso di trattenervisi. Non c' un fiume,
qui, e per trovare terra coltivabile bisogna scendere a valle oppure strappare spazio alla roccia viva. Il
mare  vicinissimo ma l'aria non  di mare. L'aria, dunque, Saverio Polto se la respira tutta mentre si
sgranchisce le gambe.
Il fante Cappai adesso sta chiedendo se c'ha gi pensato a un posto per abitare, e poi sta dicendo
che suoi lontani cugini conoscono una signora che affitta stanze, una vedova, una casa grande pulita...
III.
(Dove si racconta di Nuoro capoluogo, che barra questi nuoresi... e anche un'altra
storia di scarpe)
Yo la quera con toda el alma.
 Senza mai staccare i piedi da terra. Eh, maresciallo, lei li stacca.
Es tan grande el dolor, que no puedo llorar!
 Piano e non si guardi i piedi.
 Ah, diavolerie.
Donde ests corazn, non oigo el tu palpitar...
Il maresciallo Palmas si liber dall'abbraccio dell'appuntato Butto. Hiplito Lzaro continuava
a cantare come se soffiasse in una cannuccia. A Palmas, a dirla tutta, quel Lzaro non era nemmeno
mai piaciuto, lui stava dalla parte di Caruso. Che era acqua di fonte. Butto lo guard.
 A me questo Lzaro non mi piace nemmeno,  disse il maresciallo.
 Ci vuole pazienza,  disse Butto.
 Forse con una bella donna,  scosse la testa il superiore.
Butto raggricci le labbra.  Con rispetto,  disse,  ma se ci fosse stata una bella donna... non
ci sarebbe stato bisogno d'imparare il tango, no? E poi lei non segue: uno, due, tre, quattro...  prese a
ballare tutto solo l'appuntato.
Nel corridoio dell'ex convento, ora caserma dell'Arma dei Carabinieri di Arzana, la voce di
Lzaro sembrava proprio quella di un resuscitato che aspetti l'apertura del sacello.
La quera yo tanto y se fu para no retornar.
Ma tutto: il fruscio dei passi, la voce pigolante del vecchio tenore, il tono da baritono del
maresciallo, tutto, tutto rimbombava appena si alzava verso il soffitto e rotolava sulle volte presuntuose
a crociera. Presuntuose e imprecise di calce grassa, perch l'intenzione era buona, ma non c'era stato
tempo per le rifiniture nel vecchio convento ora caserma.
Cos, stretti pancia a pancia, il maresciallo e l'appuntato si muovevano a tempo.
 Notizie non ne abbiamo, non ufficiali perlomeno,  disse l'appuntato, riprendendo un discorso
interrotto.
 Quel continentale che abita dalla vedova Cocco?
 Granaglie e sementi,  sintetizz l'appuntato.  Cos perde il tempo, maresciallo, stava
andando bene...
Il tango rimbalzava nel bianco accecante delle volte. A Palmas questo tango faceva l'effetto di
una donna di cui si deve diffidare, ma lo stesso andava avanti, cercando di mantenere il passo imposto
da Butto.
 Se ci mandano un commissario speciale da Roma lo devo sapere,  sussurr il maresciallo.
L'appuntato si prese il tempo che occorreva per finire la piroetta.  A noi magari non ci
avvertono, ma a Nuoro lo dicono di sicuro.
 Eh,  si scompose il maresciallo, perdendo il ritmo.  Cosa si credono a Nuoro, che ora che
sono diventati capoluogo per via di quella bagassa di Grazia Deledda, li informano da Roma?
All'appuntato scapp da ridere.  Ha sentito che premio che ha preso, altroch bagassa, 
comment.
Il maresciallo non aveva intenzione di farsi distrarre, stava continuando a ballare nonostante il
disco si fosse interrotto da tempo.
 Bene cos,  lo incoraggi l'appuntato. E quasi sembrava che l'assenza di musica fosse
determinante per non far perdere la concentrazione al maresciallo.
 No, non lo so che premio ,  constat all'improvviso.  Che premio ?  chiese
esplicitamente vedendo che l'appuntato non reagiva.
 Roba grossa,  disse l'altro.  Dice che ne parlano in tutto il mondo.
 Allora vorr dire che noi non ci siamo, nel mondo,  concluse il maresciallo.  Perch io non
ne ho mai sentito parlare.
 Cosa vuole che ci dicano a noi, maresci, e adesso chi li sente questi barrosi di nuoresi che se
non gli bastava la barra che avevano prima... Se da Roma mandano il commissario speciale c'avranno
anche le loro buone ragioni, dopo quello che  successo a Seui l'aprile scorso...
Dice che Stocchino aveva bisogno di un paio di scarpe nuove. Ma in paese non ci poteva
mettere piede perch non aveva voluto cercare un accordo con i fascistoni locali. Altri latitanti
l'avevano fatto e potevano permettersi di tornare a dormire con la moglie anche se stavano bandiando.
Quello che non avevano capito della tigre era che lui stava combattendo una battaglia con se
stesso. A Samuele non si poteva dire che un patto col governo era conveniente per tutti. Per lui la sola
cosa conveniente era pacificare la rabbia che si sentiva addosso. Ma questo non si pu spiegare. Cos,
senza sapere nemmeno come, era diventato il nemico numero uno. O meglio: come si sapeva
benissimo, ed era per via che le persone minacciate da lui si erano nascoste dietro la camicia nera e
dietro la camicia nera si era nascosta ogni bruttura possibile, come polvere sotto al tappeto.
Per Roma Stocchino era esattamente come il Nobel alla Deledda per il maresciallo Palmas:
meno di niente. Ma diventava qualcosa se diventava simbolo. Manai, Bardi e gli altri si nascondevano
in casa, ma avevano amici potenti a Nuoro, che avevano amici potenti a Cagliari, che avevano amici
potenti a Roma. E allora quando un nome si fa, quando si pronuncia, vuol dire che comincia a esistere.
E se quel nome si fa nell'ufficio di Benito Mussolini e per giunta alla presenza di Benito Mussolini,
vuol dire che si  passati da niente a tutto. E un sergente, per giunta, un reduce della Grande Guerra
decorato, per giunta.
E allora a Seui Stocchino conosce un calzolaio che  persona affidabile. Come fa lui, lo sveglia
in piena notte, e quello si alza immediatamente per prendergli forma e misura. Ha piedi delicati sottili e
bianchi, atrocemente puliti. E gelidi. Prima di disturbare il calzolaio, Samuele  andato alla fonte del
paese per lavarsi e cambiarsi le calze. Il calzolaio lo sente tossire, mentre gli tocca i piedi minuti,
cerosi, da morticino. Visto alla fiammella della candela ha un aspetto da ragazzo, con quella barbetta
rada che proprio non cresce. Ha uno sguardo concentrato e triste come di uno che si sforza di trattenere
il pianto. Ha gli occhi cerchiati di rosso come uno che sia roso da una febbre continua. Cos forma e
misure sono prese, e nel giro di una settimana i cusinzos saranno pronti. Stocchino chiede quant', il
calzolaio risponde niente. Niente non esiste, dice Stocchino, se ha un nome vuol dire che  qualcosa,
quindi dica quanto gli deve per il lavoro. Il calzolaio tiene lo sguardo abbassato e dice che ne riparlano
la settimana dopo... Intanto gli d un pezzo di cuoio da mettere all'interno del suo scarpone bucato che
per una settimana tiene e almeno non gli entra l'acqua.
Ma a Samuele quel discorso dei soldi non gli  piaciuto per niente, e non gli  piaciuto che il
calzolaio ha tenuto sempre lo sguardo basso, che non era di paura, lui ha imparato a sentire l'odore
della paura addosso alle persone, no, quello del calzolaio non era non guardare di paura, ma di
vergogna. Cos tra sapere e non sapere Samuele si ferma a pochi metri dalla casa del calzolaio, passano
cinque minuti s e no e lo vede uscire. Nella notte silenziosissima si reca al tzilleri. A Stocchino basta
niente per sembrare qualunque cosa, cos prende una mastruca da un carro poco fuori dalla bettola,
s'incappuccia ed entra. Ora al calzolaio gli respira addosso, ma lui  preso a parlare con un giovanotto
in camicia nera. Samuele, che potrebbe sentire quello che si dicono, fa conto di non sentire niente
perch a lui queste cose fanno male. Cos esce dal tzilleri con una malinconia addosso terribile. Ha con
s una camicina di Mariangela, se la porta al naso per sentirsela nei polmoni.
La settimana dopo a ritirare le scarpe non ci va nessuno. Due carabinieri e due miliziani in
camicia nera sono appostati ai quattro angoli del cortile della casa. Si sente un rumore, tutti si mettono
all'erta, caricano i fucili, ma  solo un bambino. Il bambino entra in bottega e senza dire niente
consegna al calzolaio un biglietto. Si fa dare anche due sisini per la commissione come gli ha detto
l'uomo che gli ha dato il compito di portare quel messaggio. Quando il bambino va via il calzolaio
rimane solo col foglietto, lo guarda senza aprirlo, immagina bene che porti segnata la sua condanna a
morte e comincia a tunchiare. I lamenti del calzolaio si fanno via via pi terribili, dall'esterno
carabinieri e camicie nere capiscono che qualcosa sta succedendo, ma hanno un attimo di esitazione
perch  veramente impossibile che chiunque, oltre al bambino, sia passato non visto. Quando i quattro
s'incontrano al centro del cortile i lamenti del calzolaio si spengono. Cos entrano nella bottega e lo
trovano impiccato che ancora i nervi delle gambe lo fanno scattare come se fosse una marionetta. Sul
foglietto, finito ai suoi piedi, con una calligrafia aguzza c' scritto: Lo fai tu o lo faccio io?
 E comunque il commissario speciale te lo dico io a cosa serve,  disse ancora sovrappensiero
il maresciallo Palmas. L'appuntato Butto si stacc da lui quasi che quella posizione da lezione di ballo
rendesse qualunque confidenza pi scandalosa.
 A cosa serve?  richiese a un certo punto vedendo che il maresciallo non si decideva a
concludere.
 Serve a riportare a Roma la taglia, prima fanno i barrosi e poi si pentono...
 Il fatto , maresci, con rispetto, che a Stocchino gli possono mettere addosso tutte le taglie
che vogliono, che tanto nessuno c'ha il fegato di denunciarlo.
Il maresciallo approv, e come non approvare un'evidenza che durava da dieci anni...
Insomma, erano dieci anni che Samuele Stocchino riusciva a sfuggire a chiunque cercasse di
catturarlo. E nemmeno una taglia spaventosa, la pi alta mai offerta per un bandito, aveva aiutato. La
leggenda d'immortalit si era trasformata in certezza assoluta. Per tre volte almeno era stato dato per
morto e sempre era ricomparso. Sempre. I possidenti locali le avevano provate tutte, ma il risultato era
stato che alcuni di loro avevano dovuto vendere i propri beni, altri asserragliarsi in casa.
Cos l'arrivo improvviso del rappresentante di sementi non pass inosservato.
Il ragazzo lo precedeva di due, tre passi. Con falcate sicure prese la strada centrale
attraversando il cortile Bainzu Pais. S'infil in una ragnatela di vicoli fino alla Parrocchiale di San
Giovanni Battista. Saverio Polto lo seguiva senza parlare. Sarebbe stato inutile chiedere informazioni
al servo dei Manai. Voltandosi a pi riprese, il ragazzo controllava che il continentale gli stesse dietro.
Nel messaggio, il prefetto Dinale aveva preteso che la strada fosse fatta a piedi. L'incontro
doveva rimanere segreto e non si poteva rischiare che qualcuno vedesse la cavalcatura di Polto nei
pressi dell'oratorio dei Nobili. Cos aveva obbedito.
Arrivati sul sagrato della Parrocchiale, il ragazzo indic uno stradellino al lato destro della
scalinata.  Vi aspettano,  disse con una vocetta timida avviandosi verso il lato opposto a quello che
aveva indicato.
Il portale d'ingresso all'oratorio era socchiuso. All'interno la visibilit era appena sufficiente
per non cadere. Saverio Polto fece qualche passo nella navatina centrale. Avvert l'odore aggressivo
delle candele e dell'incenso e, alle sue spalle, lo schiocco secco del portale. Si volt con gesto
automatico per vedere chi fosse entrato dopo di lui. Scorse la figura di un religioso corpulento, pi che
vederlo poteva sentirne il respiro affannato.  Siete arrivato,  ansim l'anziano prete Marci andandogli
incontro. Posandogli una mano molle sulla spalla lo indirizz verso un altarino laterale.
Il prefetto Ottavio Dinale era avvolto da un mantello di panno pesante. Ora che gli occhi di
Polto si erano abituati all'oscurit, poteva scorgere altre due figure oltre quella del prefetto. La prima
era quella di un vecchio, la cui canizie brillava illuminata dai ceri. La seconda era quella di un uomo
grasso, col viso seminascosto da una berritta.
Il prefetto lo invit a sedersi.  Vogliate scusare la convocazione senza preavviso e in un luogo
cos inusuale,  incominci.  Ma  assolutamente necessario che questo nostro incontro rimanga
segreto.
Saverio Polto scosse la testa come a dire che un preambolo del genere, per quanto lo
riguardava, era inutile. Il prefetto incass il messaggio con un sorriso.
 Don Giacomo Manai,  disse indicando il vecchio. Saverio Polto fece un cenno
impercettibile. Il vecchio ricambi con un agitare di mani che aveva la brusca impazienza di chi 
abituato a comandare.
 Don Giovanni Bardi,  continu il prefetto.  Volevano conoscervi,  aggiunse con lo stesso
calore con cui si parla a un ragazzo.
 E farvi una proposta,  tagli corto il vecchio. Sulla sua testa si elevava una pala di bella
fattura. Una Vergine del Rosario immersa in una fanghiglia di un colore intorbidato dal fumo dei ceri:
anche l'incarnato della Madonna pareva diventato della stessa cerosit giallastra.
La barba canuta di don Giacomo Manai seguiva i movimenti del mento.  Ci sono questioni
delicatissime che abbiamo deciso di sottoporvi,  disse prendendo tempo per cercare le formule adatte.
Don Giovanni Bardi assentiva con deferenza. Era molto pi giovane dell'altro; la sua mole,
vicina al quintale, lo faceva sudare copiosamente sotto l'abito tradizionale.
 Si tratta della vostra missione,  annunci alla fine il prefetto Dinale, non trovando di meglio.
Saverio Polto si volt per raggiungerlo con lo sguardo.
 Viviamo ai confini dell'impero, ma anche noi abbiamo i nostri informatori nella capitale, 
continu il prefetto dando a quest'ultima parola un accento che ne evidenziava l'importanza.
 Allora ne sapete pi di me,  disse Polto senza scomporsi.
 S, s,  comment scetticamente il prefetto.  Ma senza offesa, non abbiamo l'anello al naso.
 Voi dovete capire che fiducia e che onore...  intervenne don Giovanni Bardi approfittando di
una pausa di riflessione del prefetto.
 Giovanotto, ha capito bene?  lo interruppe brusco don Giacomo Manai.  Stiamo parlando di
quella bestia di Samuele Stocchino.
 Signori...  fece per congedarsi Saverio Polto.
Il prefetto Dinale sbarr gli occhi.  Con calma, con calma. Ascoltate, per favore . Saverio
Polto si rimise a sedere.  Noi sappiamo chi siete, da dove venite e chi vi ha mandato,  scand. Don
Giovanni Bardi assent col testone.
 Allora ne sapete pi di me,  ribad Polto.  E adesso, se permettete, se permettete tutti...  E
fece ancora per congedarsi.
 Noi sappiamo dove si trova,  annunci Giacomo Manai.
 Andatelo a prendere, allora.
Il prefetto Dinale tir su col naso:  Era questa l'idea...
 Voi lo conoscete bene,  intervenne Bardi.
 Io vendo sementi,  tagli Polto.
 Si capisce, si capisce,  concord il prefetto.  Diciamo che questa nuova attivit nulla osta al
fatto che possiamo aiutarci a vicenda.
 Sono molti che vi ringrazierebbero in paese se li liberaste,  prese la parola prete Marci.
 In paese?  ironizz Bardi.
 Vi fanno un monumento anche a Nuoro,  rincar don Giacomo Manai.  Vedete che il
destino mi ha dato una di quelle vecchiaie tenaci? Lo sapete quanti anni ho?  chiese.
Polto fece segno di no.
 Novanta,  riprese il vegliardo.  Novanta, perch il patto  che questi occhi non si chiudono
finch a Samuele Stocchino non lo vedono sotto terra.
 Che cosa volete da me?  domand a quel punto Polto.
Dinale aspett qualche secondo prima di rispondere. L'aria dentro all'oratorio si era fatta satura
del grasso dei ceri, quell'immagine baluginante pareva il contenuto di un sogno. Bardi si sistem la
berritta calcandola ancora di pi sulla fronte.
 Voi indubbiamente avete qualcosa che a noi manca,  scand il prefetto. Polto aspett che
proseguisse. E infatti:  Voi avete avuto modo di conoscere lo Stocchino, e abbiamo ragione di credere
che di voi si fidi...
 Un'esca,  complet Manai.  Fate un prezzo, sarete pagato.
 Un verme infilzato,  comment quasi tra s e s Polto.  Che scodinzola al pesce.
Un silenzio terribile cal nello spazio ristretto, tanto che la piccola volta a botte lo restitu
intatto. Silenzio.
Silenzio.
Polto osserv i suoi interlocutori: Manai portava la camicia nera, cos Dinale. Bardi esponeva il
distintivo del fascio littorio.
 Avevate garantito,  disse a un certo punto.  Avevate garantito. A Roma non sono contenti di
voi . Tutti capirono che la sua voce era cambiata. Tutti capirono che era arrivato il momento in cui al
ballo in maschera ci si scopre il viso.
Dinale si sporse in avanti.  Eccellenza,  sussurr.  Vedete anche voi che  pi difficile di
quanto si creda, non  la volont che manca, le disposizioni da Roma non sono esaurienti.
Bardi fece per parlare, Polto lo fulmin con uno sguardo.
 Le disposizioni sono state savie, ma non vorrei dover relazionare a Roma che sono state
inficiate dalle persone preposte all'esecuzione.
Dinale sbarr gli occhi come se un buio totale fosse calato nella stanza.
 Non siete di fronte a un uomo comune,  specific Polto.  Il vostro odio reciproco non fa
sopravvivere solo voi,  disse rivolto a Manai.  Ma anche lui.
 Parlate bene, voi. Ma io non posso uscire da casa mia e i miei parenti neppure e il mio
bestiame non ha controllo e le mie terre se le sta mangiando la gramigna e due figli maschi mi sono
stati uccisi . Per la prima volta la voce di Giacomo Manai denunci la sua et.
  chiaro che stiamo perdendo tempo,  fece Bardi alzandosi in piedi non senza una certa
fatica.
 Preferirei che parlassimo in privato,  propose Polto a Dinale.
Dinale si guard intorno.  Problemi?  domand Polto. Bardi serr gli occhi. Manai scosse la
testa. Dinale fece un cenno a prete Marci perch si spostasse dal portale d'ingresso dell'oratorio. Il
religioso esegu.
 Non m'interessa a chi dovete rendere conto voi, so a chi devo rendere conto io, cavaliere, 
scand Polto una volta appartati.
 Capisco la vostra posizione, ma da Roma devono capire che senza l'appoggio dei possidenti
locali...
 Io vi consegno Stocchino, ma la taglia resta a Roma.
Dinale si pietrific in un'espressione impenetrabile.
 Lo so che avreste cercato un accordo se Stocchino ve l'avesse permesso . Dinale accus il
colpo e tent una replica. Polto lo blocc con gli occhi.  Il prestigio del Governo innanzitutto, e
l'interesse del Partito, cavaliere.
 Ebbene: sia ristabilito per la Patria e per l'interesse del Partito il prestigio del Governo nella
nostra provincia.
 Vedo che ci siamo capiti. Saprete dove e come. E dite ai vostri amici che da questa partita non
ci guadagneranno niente... Niente, intesi?
Polto fece per uscire, Dinale lo richiam:  Come avete intenzione di muovervi?
 Muovermi, appunto,  fece Polto.  Ascoltare, farmi vedere, e vendere sementi, sono qui per
questo. Io non devo trovare nessuno, ma chi mi vuole mi trova.
IV.
(Il cacciatore)
Ogni mattina in quella terra d'esilio, nella stanzetta da seminarista della pensione della vedova
Cocco, attraverso uno specchio maculato, retto a stento dal braccio di ferro sottile del portacatino,
aveva visto la sua faccia, che era quella dell'impero futuro. E dandosi schiaffetti quasi affettuosi, per
preparare il tessuto scabroso della pelle al rasoio, si era detto che quelle mascelle, proprio loro, erano il
suo forte, che incutevano il rispetto dei pelliti barbaricini, e dei trogloditi paesani. Ma, soprattutto,
suscitavano cattivi pensieri nelle donne locali, col culo di giumenta, che da sempre diffidavano
dell'uomo bello. Loro, sorridendo dentro ai fazzoletti, dal maschio volevano altre bellezze: quella del
carattere, quella dell'impronta virile e, inconfessatamente, quella della spocchia, che loro chiamavano
barrosa. Barra, appunto, cio, nel loro idioma incomprensibile, mascella. Come quella del Duce, che
pure il buon Dio aveva fornito anche di bellezza incontestabile, bellezza da divinit rocciosa, da
maschio caldo e perplesso, col broncio di labbra carnose, padre generoso e produttivo, stallone da
combattimento e da monta, signore operaio e contadino, signore della guerra. Cos pensando, tutto
questo constatando, sentiva il prurito del risveglio tra le cosce...
Ogni mattina, dunque, davanti allo specchio del lavabo della vedova Cocco, Polto Saverio, il
gran poliziotto, l'uomo a cui Mussolini in persona aveva dato in custodia la Barbagia, ossequiandosi la
santa erezione mattutina, falciava la gramigna nera del suo viso e pensava al nemico. Ma, per entrambe
le incombenze, era la lotta testarda di Sisifo, che la barba abbrunava la mascella poche ore dopo esser
stata debellata; e il nemico, Stocchino Samuele, bestia arzanese e latitante, quando gi sembrava preso
si faceva di vento. E si faceva in tre, in quattro, in cinque, che gli informatori prezzolati lo segnalavano
contemporaneamente a Ingurtosu e a Strisaili, a Santa Barbara e a Baunei; oppure lo dicevano intento
ad allevare struzzi con quel matto di Meloni, a ripulire pinnetti a Monte Spada, a pregare in chiesa, a
fornicare al bordello di Cagliari. Perch Stocchino Samuele, efferato e imperturbabile, pregonato con
una taglia di lire duecentocinquantamila, non era da nessuna parte e dappertutto.
Per stanare la bestia era stato necessario farsi bestia. Ma Polto Saverio, il Mori di Sardegna,
come sussurravano al Viminale, un po' bestia era stato sempre. Fin dai tempi dell'orgia di Fiume,
quando il Poeta l'aveva messo in testa al corteo pagano con due corna da fauno e il flauto di Pan.
Contro Samuele Stocchino, la tigre d'Ogliastra, che toglieva il sonno al Duce, era stato
necessario, dunque, ritornare allo stato primordiale, al fascista primigenio. Nel crogiuolo dell'umanit
dov'era stato spedito per la sua missione, era stato necessario fare mostra di tutte le pi basse
propensioni: per questo se ne andava in giro, solu che fera, con la camicia nera aperta sul grumo nero
del petto anche d'inverno.
Davanti alla fauce infuocata del camino, la vedova Cocco arrostiva castagne di Aritzo. Saverio
Polto le aveva osservato i glutei e i fianchi per qualche secondo prima di farsi notare. Poi aveva
sussurrato un buonasera. La donna si era voltata guardandolo come se fosse un fantasma e si era
segnata per lo spavento. Disse che non l'aveva sentito entrare. Poi aveva trascinato lo sguardo dentro la
sua camicia aperta e gli aveva chiesto se lui di freddo non ne sentisse. Saverio Polto aveva risposto che
no, che non ne sentiva. Poi era successo che lei aveva fatto riferimento alla maledizione della solitudine
che le era toccata nel fiore degli anni. E si era informata della solitudine di lui. Poco dopo, sul lettino
della stanza seminariale lui si era lasciato prendere, ma con la sicurezza controllata di maschio adulto
resistente, mentre lei se lo mangiava con l'esasperazione della naufraga che sta per annegare. Vorace,
incapace di dare un ordine ai suoi gesti, ma inseguendo solo il bisogno, gli aveva guidato le mani ad
afferrare i seni generosi, e lui si era lasciato guidare pregustando i tempi dolci del dopo, quando la
prima furia passa e lascia il posto al ritmo lento, quando all'affamato si sostituisce il buongustaio. Cos
l'aveva accontentata aspettando che, sfinita, gli cadesse addosso. E su quello sfinimento cant la sua
canzone. La vedova Cocco non poteva credere al suo corpo, mentre assaporava un seguito infinito e lo
implorava di continuare e smettere, smettere e continuare. Col viso affondato nello sterno irsuto
annusava il suo odore di tiglio e citronella. Perch ora lui le stava sopra, lento e inesorabile, con lo
sguardo annegato nelle voragini del volto, con la bocca socchiusa in un fischio malandrino, col corpo
nodoso di Cristo barbaro, turgido dove lei era molle... Lui sapeva riconoscere il momento e sapeva che
anche lei l'avrebbe riconosciuto. Infatti, quando fu il momento, lei gli artigli i lombi, affondandogli le
unghie nella carne, e fece kuik kuik kuik, come la femmina del gheppio...
Dopo avevano mangiato le castagne. Lei parlava per vergogna. Che quella vergogna era un
trofeo piuttosto che una sconfitta, visto che lei su quella vergogna ci aveva fatto affidamento fin dal
giorno che Polto si era presentato alla sua casa. Eh, c' poco da fare, la carne ragiona per s. Ragiona
col naso, e con gli occhi, poi con le mani. E il resto...
E la storia del segno sulla terra davanti alla casa, quello fatto col piede da Felice Stocchino
quando il bottaio gli rifiut l'acqua da bere. Una lettera S che inutilmente cercarono di cancellare.
Inutilmente, perch sembrava incancrenita nel terreno. Tanto che, di e di, Gesuina Lndiri, la vecchia
di casa, la madre del bottaio, a furia di martoriare il figlio bottaio perch facesse qualcosa, lo costrinse
a scavare una buca dov'era stata segnata la lettera per piantarci un cespuglio di alloro. Ma niente da
fare: la pianta mor e, dopo quella, morirono tutte le altre che si ostinavano a piantare. Sicch il segnale
apparve chiaro in tutta la sua terribile potenza: quando anche l'ultima pianta si fu seccata, quando il
vento appian il terreno, ecco che la lettera S, segnata col piede dal viandante offeso, ricomparve
esattamente come prima, pi nitida di prima. E allora Gesuina Lndiri indic il cielo con un dito e corse
a comprare una novena per la Madonna della Misericordia. Poi implor il figlio che si recasse da Felice
Stocchino a fare ammenda, con sale e caff e zucchero per la famiglia, che aveva bocche da sfamare...
Lei, la vedova Cocco, raccontava cose per spogliare Polto Saverio dal silenzio di cui si era
rivestito. Parl dell'eccidio, la vedova, e non sapeva nemmeno perch. Lui, Polto, la osservava con la
bocca stretta come a voler guidare gli argomenti di lei solo con lo sguardo. Infatti lei fin proprio per
parlare della notte di san Sebastiano. Insomma, quella storia del bottaio era stata veramente una
bruttissima faccenda: tutta la famiglia sterminata.
Tutti morti...
V.
(Dove si racconta la ridicola origine di tutto)
L'inverno montano era un tormento di spilli, era una piastra gelida posata sulla schiena, era un
chiarore di marmo da obitorio. Aveva scelto di spostarsi di notte, al freddo secco, perch da quelle parti
l'uomo che se ne va da solo nella notte  guardato con rispetto:  uomo di rispetto. Lasciandosi alle
spalle le quattro case del paese, avanzava immergendosi nella campagna grufolante, crepitante. Aveva
intrapreso il tratturo nuragico, per evitare la strada dei postali, la nuova strada pubblica che accorciava
le distanze. La luna bassa, piena di s, gli disegnava in viso un'ombra scurissima. Ma lui, Saverio
Polto, lasciava fare, perch dalla casa della vedova Cocco, dov'era pensionante, alla casa dell'eccidio
la strada era poca.
Accompagnato dal respiro nauseabondo dei terebinti, annunciato dal clangore scintillante dei
ferri del cavallo sul selciato di granito, vide il luogo. Era un casolare basso circondato da un muretto a
secco. Senza scendere da cavallo super il cancelletto divelto, che una volta aveva sancito l'ingresso
alla propriet. Poi, soffiandosi l'alito caldo sui pugni chiusi, si guard intorno. Un cane magro, cane
senza padroni, gli venne incontro dal retro della casa. Il gran commissario scese da cavallo per
accarezzargli il pelo arruffato, dalla sacca della sella tir fuori un tocco di pane e una crosta di
formaggio. L'animale lo guard per qualche istante prima d'ingoiare il dono imprevisto, ma gi
Saverio Polto stava accendendo la lampada ad acetilene che era stata parte del suo equipaggiamento di
ardito. Un portoncino di legno fuori dai cardini era posato alla parete, dove si apriva la bocca nera,
spalancata, dell'ingresso del casolare. Il cuneo luminoso della lampada penetr nella stanza un passo
avanti a lui, illuminando lo squallore della casa del bottaio. Abbandonata al suo destino. Nella
solitudine da camposanto, come aveva detto la vedova Cocco, segnandosi svelta svelta. Che troppi
morti c'erano stati in quella casa, e tutti a girare per le stanze, a chiedere un motivo per quella
macelleria, la notte di santu Sebaste. Nemmeno i parenti del bottaio ne avevano voluto sapere di
prendersi quei muri, e nemmeno il terreno avevano voluto: che se lo tenessero i corvi, se lo mangiasse
il vento e buon pr. Cos, negli anni, ci avevano abitato i maiali, qualche viandante se n'era servito
come rifugio, i bambini ci avevano giocato...
Saverio Polto cerc di concepire lo spazio intorno a s: vide la tromba delle scale che
s'innalzava a due metri dall'ingresso, sent sotto agli scarponi pesanti il pavimento dissestato. Illumin
una porzione della parete delle scale segnata da un lungo sbaffo rugginoso. Doveva trattarsi del sangue
della figlia grande del bottaio, uccisa mentre scappava. Cos dicono, perlomeno... Che in questi casi, in
questo buco maledetto,  tutto un dire senza dire niente.
Questa storia del sangue, per esempio...
Fu allora che sent un rumore, ma non si poteva dire che fosse un segnale di pericolo: una cosa
che s'impara in guerra  che esistono rumori pericolosi e rumori innocui. Quello che sentiva Polto in
quel momento era un respiro sottile. Volse la torcia in direzione di quel respiro. In un angolo del
camerone che qualche pastore aveva usato come bivacco riparato, ecco un ammasso di cenci: due
scarponi, due gambe avvolte dalle fasce mollettiere grigioverdi.
 Caporale Polto...  sussurr una voce.
 Caporale Stocchino...  Polto rispose puntando la torcia verso la voce.
Illuminato dalla lama di luce, il viso di Samuele apparve come impresso in un telo bianco. Gli
occhi avevano una qualit spettrale, la bocca era un filo, come una ferita tra il naso e il mento. Ora si
capiva quale tenacia febbrile lo tenesse in vita.
 Sergente,  disse appena.  Mi hanno fatto sergente.
Polto accenn di s.  Tenente. Mi hanno fatto tenente.
 Vi hanno mandato a cercarmi, tenente?  chiese Samuele dal fondo della stanza.
Ancora Polto accenn di s.  Ci avete fatto penare,  disse.
 Sto morendo,  disse l'altro, con semplicit.  Mi resta poco, tenente.
Polto vedendo che Stocchino tremava si guard intorno. Nella parete c'era lo scheletro di un
camino: cerc qualche legno secco da fare un fuoco. Alla luce della fiamma il volto di Samuele prese
un po' di colorito.
 Non le sentite?  esclam a un certo punto.
Polto affin l'udito, ma non sentiva nulla, cos scosse ancora il capo.
  pieno di voci qua dentro... Pieno di voci... Io ci vengo per quello...
La notte dell'eccidio. La luna piena se n'era stata a bersi l'orizzonte frastagliato come il bordo
di un guscio d'uovo spaccato in due, pigra di una pigrizia quasi Morte, quasi fosse al primo sonno.
La casa del bottaio diciott'anni dopo. Aveva un senso, pens tra s e s Samuele, dentro
all'origine delle cose spesso si pu trovarne la fine.  cos che and: nella disperazione la pazzia fa il
nido. 20 gennaio 1920. San Sebastiano, martire trafitto.
Quanto tempo si fosse aggirato intorno alla casa silenziosa  impossibile a dirsi. Ma non 
impossibile capire con quanta disperazione Samuele abbia cercato di dare un nome a quello che
credeva di dover fare. Aveva battagliato con se stesso come sapeva fare lui, senza stare troppo a
nascondersi, provocandosi, dicendosi che era vigliacco frantumare il sonno del proprio nemico. Poi
aveva visto la S sul terreno. Possono succedere queste cose? Pu accadere che un segno fatto con la
punta dello scarpone rimanga infitto per quasi vent'anni sul terriccio friabile? Quel segno gli fece
capire definitivamente il motivo per cui si aggirava intorno a quella casa. C'era un silenzio innaturale,
persino i cani, annusando l'odore di bestia, si erano rincantucciati nelle cucce. Con un salto del muretto
di cinta raggiunse il retro della casa.
La porticina che dava sull'orto cedette con poco sforzo e nessun rumore. Nella casa fu accolto
da un gatto che, silenziosissimo, si strusci fra le sue gambe e da un odore amarissimo di fuoco stutato
che veniva dalla cucina. Vi entr, dalle finestre filtravano fasci di luna che illuminavano il locale
semplice, pulito. Sul piano di marmo di un tavolo c'era una brocca colma d'acqua e un bicchiere.
Samuele si vers quell'acqua e la butt gi tutta d'un fiato.
Cos dal nulla della tromba delle scale apparve la ragazza. E lei dovette pensare a una qualche
apparizione, perch nemmeno ebbe il tempo di urlare o chiedere aiuto. La lama le spense qualunque
reazione si stesse preparando dentro di lei... Quello che vide fu solo un soldato, un fanciullo in divisa,
ma che senso ha descrivere quello che tanto non si ha il tempo di raccontare? Pasquina Boi, figlia
minore di Emerenziano bottaio, 14 anni, si spegne cos, senza rumore. Cade a terra in un silenzio
d'ovatta. Samuele deve scavalcarla per raggiungere le scale e poi il piano superiore. Nessuna leggenda
potrebbe descrivere con quale straordinaria determinazione abbia deciso di offrire se stesso all'orrore di
se stesso. Lui lo capisce, che la voce che gli sta urlando dentro  quella del suo nemico, e sa anche che
non smetter di urlare dopo la morte del bottaio o chi per lui, perch le vite non finiscono con la morte.
Sale le scale con tutti i suoi morti in spalla. E ogni gradino  un passo verso la fine. Felice morto sulla
sedia in cucina. Gonario morto per la sciocchezza del Caso. E nonna Basilia morta e basta. E Ignazia...
Ojai, ojai... A punta 'e torrare.
Cos, silenziosissimo, spalanc la prima porta del corridoio e balz sul letto: Giuseppe Boi, 30
anni, terzo figlio del bottaio, e sua moglie Barbara Patteri, 27 anni, passarono dal sonno alla morte,
benedetti. E sono tre.
La seconda porta cigol appena, era una camera dispensa che odorava di salsicce e formaggi,
odorava persino di fave e fichi secchi. Nessuno dormiva dentro alla cornucopia. Felice e Gonario gli
sussurrarono di fermarsi, gli sussurrarono di guardare quell'abbondanza come il segnale di una
possibilit di Paradiso, ma a lui parve di non dover dar retta a quell'implorazione, perch
quell'abbondanza lui la lesse proprio come l'espressione di tutto quello che gli era stato tolto. Persino
l'ombra di Basilia si lagn con quel nipote che non voleva ascoltare nemmeno le parole di chi l'aveva
amato senza conoscerlo. Ma Samuele allora non ricordava di essere mai stato amato. Entr nella stanza
che era stata di Gesuina Lndiri vedova Boi, la matriarca. E vide cose che non avrebbe potuto vedere,
vide cio gli ultimi istanti della vecchia sul suo letto, quando ancora si raccomandava di cancellare
quella lettera che Felice Stocchino de sos de Crabile aveva segnato col piede davanti alla loro casa. Ma
ora su quel letto dormiva una ragazza. La luna piena le illuminava il profilo. Samuele la guard e
questo fu un errore, sapeva che guardarla avrebbe significato specchiarsi nell'orrore di quanto stava
compiendo. Infatti lo cap quando Luigia Marianna Boi, figlia grande del bottaio, apr gli occhi. Lei
pens che quello che aveva davanti era solo l'incarnazione dell'incubo con cui era cresciuta. Lo
dicevano tutti che il mostro Stocchino si aggirava vestito da soldato, come un orrendo fantoccio con la
mantellina grigioverde. Poi narant ch'issa, a unu certu puntu, s'in d'este abbizzada chi cussu chi bidiat
non era un sogno. E dicono che lei abbia fatto unu tunchiu e issu puru ha fatto un sibilo leggero
iuchende su poddiche davanti alle labbra quasi a pregarla de s'istare muda: shhhhh. Ma Luigia
Marianna apre la bocca per gridare e allora Samuele la pugnala in bocca. La donna fa come un sorriso
larghissimo e si mette in piedi e quasi gli sfugge, Samuele  costretto a inseguirla e afferrarla per la
spalla per farla voltare e riprendersi il coltello. Lei risponde con un gorgoglio, sente che sta vomitando
sangue, cos si mette una mano davanti alla bocca e fa ancora due o tre passi verso il corridoio. Ma 
tutto inutile, nel cadere lascia una coda di pavone rossa sulla parete. A Samuele viene da pensare che
quanto sta consumando  un modo per riportare la sua esistenza a un'ipotesi di felicit. Quella che
sente dentro non basta chiamarla rabbia. Este comente in gherra: s'omine rughet a terra e mancu unu
muttu... Cos succedeva che nel fragore delle bombarde, quando la terra tremava per rispondere al
colpo e ogni possibile percezione spariva per una frazione di secondo, ebbene era l che si cadeva: a
guardarsi intorno in quell'istante di silenzio si poteva vedere, nell'autunno dei corpi mortali, i soldati
cadere a terra come carte scaraventate tutt'intorno da un giocatore perdente. La cifra dell'abominio  il
silenzio, ribaltare il mondo significa morire in silenzio. Nella casa di Emerenziano Boi l'orrore era il
silenzio con cui Pasquina, Giuseppe, Barbara, Luigia Marianna, avevano lasciato questo mondo.
Infine la camera padronale. La luna piena disegnava sulle pareti le ombre allungate delle
spalliere gotiche del letto. Samuele entr, si sedette su una sedia in un angolo per guardare il padrone, e
sa mere, dormire il sonno dei giusti. Non lo sapevano nemmeno che orrenda spirale avevano innestato.
E forse era questo il loro reato pi grave, questo farsi strumenti inermi del male. Eccoli dormire, loro
potevano dormire, eppure tanto tempo prima avevano rifiutato l'acqua al viandante. Ora il punto era:
che fare? La giusta vendetta sarebbe stata lasciarli dormire, farli vivere perch scoprissero la
carneficina appena svegli. Ma quella sarebbe stata crudelt. Cos sgranch la mano destra per afferrare
la baionetta...
 Sarebbe stata crudelt?  ripet incredulo Polto.
Samuele accenn di s.  Era peggio lasciarli vivi . Poi si alz in piedi. Era fragile e scheletrico
come un impiccato che fosse rimasto esposto al vento. Polto lo sovrastava di parecchi centimetri,
eppure riuscirono a guardarsi negli occhi.  Non voglio essere perdonato e non voglio perdonare . La
luce della lampada gli dava un aspetto dorato. Era trasparente e biondastro, aveva gli occhi color miele,
aveva la bocca di un viola appena accennato, aveva la febbre del moribondo. Polto sorrise appena. 
Ho ancora dei parenti,  disse Samuele.  Se fossero loro a denunciarmi...
 Se fossero loro a denunciarvi, potrebbero pretendere la taglia. Ma non tutta, quella taglia non
esiste, sergente, quella taglia serve per l'Onore...  teatro...
 Va bene,  concord Samuele.   giusto, quella taglia serve per l'Onore...
 I vostri parenti avranno quello che serve per campare dignitosamente,  assicur Polto.
Ma parl a nessuno, Samuele era scomparso, tra lo spostamento e il riassestamento del fascio
luminoso della lampada retta da Polto. Polto si guard intorno.
Url al vuoto.
Samuele aspett di essere solo col tasso ombroso, aspett una folata che scarmigliasse gli
ontani. Aspett di poter affrontare tutta quella poesia immensa di aquilegie. Poi arriv davanti alla sua
caverna, con il cielo ogliastrino che quasi si posava sulle sue spalle. E si accorse che lo spazio davanti a
lui, sopra di lui, sotto di lui, era diventato un'immensit concreta. Si accorse che dentro a quell'intrico,
a quel pieno, a quel vuoto era possibile dare un nome alle cose: all'odore delle piante, al lucore della
brina, al rumore delle foglie morte. Oh, si accorse che quel bosco non era un bosco, ma la porta di un
vuoto astratto, tuttavia noto e intangibilmente corporeo, come la memoria di qualcosa che si  stati e
ora non si  pi. Come una certezza rimossa. Un luogo da cui noi corpi mortali siamo stati espulsi, un
paradiso che non abbiamo meritato. Quanti figli potevano dire di essere tornati alla madre? Eh? Quanti
potevano sentire il proprio corpo come risultato dei succhi di quella terra? Questa sarebbe stata una
memoria terribile. L'inspiegabile. L, per un istante appena, fu tutto chiaro, e fu chiara la distanza, e fu
chiara l'attesa, e furono chiari i tempi e i luoghi. L, dentro a quella memoria del vuoto, quando tutto
sembra che sar e invece  gi stato, Samuele Stocchino riusc a piangere.
E il cacciatore si sent improvvisamente predato da un senso fatale d'inutilit. Quel sentimento
che in guerra aveva visto spesso negli occhi dei fantaccini selvatici, nati e mandati a morire, nella
parabola dell'insetto parassita. Ecco, adesso sentiva su di s esattamente quell'inutilit. Come se per
tutta la vita si fosse rifiutato di capire che la coscienza  una maledizione. Che quei fantaccini insetti
nascevano e morivano nella terra che li aveva generati, frutti di una sapienza a cui lui non aveva avuto
accesso, mai prima di quel preciso istante.
Poi cap che persino quella coscienza era del tutto inutile, adesso che stava per morire.
Il giorno dopo un giovane si present al podere di Cosimo Siotto, dove Polto stava trattando
una partita di sementi argentine. Il giovane, che vestiva tradizionale, stette per un bel po' ad aspettare
che la trattativa andasse a buon fine. Poi, quando vide che Polto si recava verso il suo cavallo, mosse le
sopracciglia per farsi notare. Polto l'aveva notato da un pezzo, ma se c'era una cosa che aveva
imparato dai sardi era che non bisognava mai, e poi mai, dargli nessun tipo di vantaggio. Cos,
controllandolo con la coda dell'occhio mentre proseguiva la farsa del rappresentante di semi e
granaglie, aveva deciso di farlo aspettare.
Infine rispose a quel cenno. Il giovane si avvicin. E si present: Carta Vittorio di Daniele: 
Chi sapete mi ha dato questo da consegnarvi,  disse allungando una busta chiusa sulla quale si
riconosceva la scrittura aguzza di Samuele. Polto l'afferr e la mise in tasca senza leggerla.
Quando la apr, trov esattamente quello che si aspettava: un giorno, un luogo e lo schizzo di
una mappa.
La vedova Cocco si soffi le punte delle dita uscrate dalle castagne roventi. E sorrise di un
sorriso sorpreso: come sarebbe andarsene di notte in giro e fino alla casa del bottaio, poi? Saverio
Polto la guard assaporandosi una risposta lenta. Disse che il racconto del massacro l'aveva colpito a
tal punto da volerci andare di persona. E che cosa aveva potuto vedere, l?... riflett a voce alta la
vedova Cocco: solo macerie... solo macerie...
 Il mio lavoro  terminato,  annunci Polto all'improvviso.  Al massimo tre giorni...
La donna lo guard, ogni commento le si spense al bordo delle labbra, un istante prima di
precipitare.
 Concludo un'ordinazione,  chiar Polto.  E poi... parto.
La vedova Cocco accenn di s, come se si trattasse di qualcosa che sapeva, ma non era cos: lei
proprio non aveva pensato all'evenienza che quell'uomo potesse partire. E un po' sorrise di se stessa
per quella svista.  Vi occorre che vi lavi qualcosa prima di partire?  chiese. Polto rispose che no. 
Come ci arrivo in localit S'Argiola 'e sa Perda?  chiese dopo qualche istante pronunciando un sardo
impacciato ma preciso, come di chi ha studiato a memoria. La vedova Cocco lo guard:  Non 
difficile,  rispose.
Epilogo
(Con tristezza per l'addio, ma sollievo per la fine)
Il maresciallo Palmas alle cinque del mattino  intrattabile. Tanto pi che lo caricano, s proprio
cos, lo caricano su una specie di auto residuo di guerra insieme all'appuntato Butto, in quanto autista, e
al commissario Polto. Dietro, nella macchina della prefettura, viaggia il cavalier Dinale in persona. 
una mattina grigia, di quelle che da bambini si ricordano per l'odore.  una mattina che odora di
freddo, qualunque sia la stagione. Infatti il maresciallo rabbrividisce ricordando quante mattine del
genere ha abitato per andare a mungere.
La carretta raschia arrancando sui tornanti che portano a Gairo. Il maresciallo guarda
l'appuntato Butto che guida concentratissimo. Polto guarda avanti, ha una determinazione amarissima
nello sguardo, in quell'inferno di strada stretta e aggrovigliata come la matassa di lana con cui ha
giocato il gatto.
 Con tutto il rispetto, Eccellenza,  dice il maresciallo a un certo punto. Polto si volta appena
per lasciare che prosegua. E Palmas prosegue:  Che cosa si vuol debellare se ancora abbiamo strade
del genere?
Polto accenna di s con un abbozzo di sorriso.
Si sale verso i seicento metri, adesso, poi, subito dopo punta Su Scrau, si comincia a scendere
fino ad arrivare a un incrocio: Ulassai e Jerzu dritti, Ussassai a destra, Cardedu a sinistra. Polto sta per
chiedere se c' un errore in quei due cartelli quasi identici, Ulassai, Ussassai, ma Butto lo precede con
una risatina, poi dice che sono arrivati.
Insomma quasi arrivati, per S'Argiola 'e sa Perda bisogna camminare una mezz'oretta. Cos
lasciano le macchine sul ciglio di una strada bianca e, con grande sollievo del maresciallo Palmas,
comincia la camminata. Il cavalier Dinale preferisce aspettare in macchina.
La mappa in possesso di Polto sembra portare a una caverna, Palmas ne ha sentito parlare, ma
non l'ha mai vista, Butto non ne sa molto di pi. Il disegno tracciato nel foglio ha una sua imprevista
precisione: svoltando all'altezza di un tasso secolare con quattro enormi radici sporgenti dal suolo, e
facendo una ventina di passi seguendo la radice pi grossa, si raggiunge una zona rocciosa quasi del
tutto nascosta dalla vegetazione. Polto mette mano alla pistola, Palmas e Butto caricano i fucili, perch
proprio dov' segnata c' la bocca spalancata della grotta.
L'interno della grotta  sorprendentemente scintillante. Luminoso di un numero imprecisato di
torce che dnno una luce ambrata e instabile. Tutto l dentro  stato come ripulito da una mano
amorevole, ci sono sedie, e cassapanche, e una tavola apparecchiata, una credenza, e un crocefisso, e
una serie di camicie ben stirate posate su un inginocchiatoio. Ci sono pile di riviste e uno scrittoio, con
penna e calamaio e fogli. C' la foto incorniciata di una ragazza sorridente, e una piuma di struzzo
grigio perla infilata nel gancio della cornice.
Si entra col cuore in gola nel ventre di quella terra. Nessun rumore, niente di niente. Solo il
sapore di una vita nascosta, sotterranea, appunto. La grande stanza illuminata si strozza in un budello
dove si riesce a passare solo in fila indiana. Il maresciallo Palmas non osa aprire bocca, ha capito
benissimo dove sono finiti e l'ha capito anche Butto, ma entrambi esitano a imboccare la strettoia, e
Polto li supera...
Cos lo trova: c' un letto, l dentro, e un comodino, e il treppiedi per un catino con la
specchiera, e sul piano di marmo del treppiedi tutto l'occorrente per farsi la barba... Per terra, affianco
al letto, ci sono vari libri, e sopra il letto Samuele. Polto gli preme la giugulare con l'indice per
accertarsi definitivamente di quanto ha capito da subito.
 Morto,  dice per rassicurare Palmas e Butto che ancora non hanno osato entrare in quello
spazio.
Palmas e Butto si guardano sconcertati.
Adesso i tre uomini lo stanno trasportando nell'area scoperta davanti alla grotta. Polto lo regge
per le ascelle e Palmas e Butto per le gambe, come quando da bambino era stato trovato vivo in un
crepaccio. A Palmas quella circostanza viene in mente come un ricordo della sua giovinezza: l'avevano
appena fatto brigadiere, allora, e credeva che per cambiare le cose bastasse volerlo. A Butto sembra
straordinario poter toccare quel corpo intangibile e gli sembra prosaico che l'immortale sia invece
definitivamente morto. Corrono nel bosco, adesso, e respirano addosso al cadavere, perch quello
straccio d'uomo, col labbro sanguinante, che sul letto di morte sembrava esile come una canna, ora a
trasportarlo  molto pi pesante del previsto.
La terra di S'Argiola 'e sa Perda  viola come un fegato di bue o come i veli delle prefiche
orientali, viola come il sangue quando diventa cremoso... Viola del colore della realt che sempre
desideriamo sognare perch quel che si vede  terribile, pi terribile di qualunque sogno. Quella terra 
molto pi di una terra,  il sogno di una terra.  un fondo scivoloso, il letto umido di un rivo di
campagna...
Camminano trascinandosi il corpo inerte di Samuele, Palmas, Butto e Polto, e pi avanzano pi
il terreno se lo riprende risucchiandolo verso il basso. Ora, tralasciando qualunque cautela, col fiato
rotto, fanno quasi strisciare il corpo contro le pietre, contro i cespugli bassi, le ortiche, i cardi, i
germogli. Quello strascinare, quel respirare grosso, quell'allentare la presa, quello snodarsi lento dei
gomiti e delle ginocchia, che piano piano cedono alla trazione, ecco: tutto questo vedono
dell'immortale, di Samuele Stocchino.
Arrivati al centro di una radura Polto fa cenno che lo lascino andare. Prima di portarlo fuori
dalla caverna gli hanno messo addosso la mantellina da fante. Lo adagiano in un punto preciso indicato
da Polto in modo che sembri seminascosto da un cespuglio.
Polto controlla la scena, poi rivolgendosi all'appuntato Butto dice:  Pu sparare, adesso.
Butto lo guard come se non avesse capito quello che invece aveva capito fin troppo bene.  Gli
spari, appuntato,  ripet Polto. Butto fece automaticamente di no con la testa.  Spari a quell'uomo! 
grid Polto. Questa volta Butto punt il fucile e spar col braccio che gli tremava vistosamente. Il
colpo penetr nell'orecchio del cadavere, facendolo sobbalzare, ma senza fuoriuscita di sangue. Butto
allora abbandon il fucile e scapp verso le rocce per vomitare. Il maresciallo Palmas lo guard basito,
ma capiva che c'era una comprensione amara, e quasi benevolenza, in tutto quel profanare. Ma quando
Polto guard Palmas, il maresciallo fece un passo indietro e scosse la testa. Allora Polto gli strapp il
fucile dalle mani, poi raggiunse il cadavere e lo volt con la faccia a terra, quindi spar due volte. Il
primo colpo penetr nei lombi facendo fare al cadavere uno strano sobbalzo a gambe divaricate. Il
secondo perfor la coscia.
 Questi, a tal punto, evidentemente impossibilitato a muoversi per ferite riportate alla coscia e
ai lombi, e avendo ormai esplose le sei cartucce del caricatore delle quali il proprio moschetto era
provvisto, tolse da una borsa di cuoio, che portava a tracolla, un altro caricatore. Noi appuntato Butto,
profittando allora dell'impossibilit in cui il malvivente si trovava di far uso del proprio moschetto in
quel momento, balzato fuori dal nascondiglio, ci appressammo a circa cinque metri da lui e, puntatogli
contro il nostro moschetto in direzione della testa, lasciammo partire un colpo che fer all'orecchio
sinistro il delinquente, facendolo stramazzare a terra cadavere.
 Cadavere,  fece eco il cancelliere per far capire che Polto poteva ricominciare a dettare. Il
prefetto Dinale, inespressivo, fumava un sigaro in piedi davanti alla finestra socchiusa del suo ufficio.
 Accertata la morte del malvivente, noi maresciallo Palmas provvedemmo per il
piantonamento dell'ucciso che subito, a mezzo del confidente Carta Vittorio, venne identificato per il
latitante Stocchino Samuele sopra accennato...
 Carta Vittorio?  interruppe il cancelliere guardando il prefetto Dinale.  Faccio notare che
Carta Vittorio risulterebbe in questo modo avente diritto alla taglia emessa sullo Stocchino.
Polto fece un cenno d'impazienza, Dinale invit il suo sottoposto a proseguire, ma questo,
testardamente, insistette:  Carta Vittorio  un cugino primo dello Stocchino, in questo modo la
taglia... Eccellenza,  implor rivolto a Dinale. Polto batt un pugno sul tavolo. Il cancelliere
sobbalz, Dinale gli fece segno di proseguire.
 Dov'eravamo?  chiese Polto con stanchezza.
 ... Venne identificato per il latitante Stocchino Samuele sopra accennato...  scand
irritatissimo il cancelliere.
 Inviammo quindi senz'altro alla stazione dell'Arma di Gairo, la pi prossima al luogo, il
carabiniere Tore Antonio...
 Che non risulta presente,  ritent il cancelliere.  Si tratterebbe di un falso a tutti gli effetti! 
esclam rivelando una perspicacia davvero notevole.
 ... Per le prescritte segnalazioni ai superiori gerarchici e all'autorit giudiziaria!  url Polto.
 Questa, giunta in serata nel luogo per gli accertamenti di sua competenza, ha ordinato senz'altro la
rimozione del cadavere che identific realmente per quello del pericolosissimo latitante Stocchino
Samuele di Felice, di anni... Di anni?  domand Polto rivolgendosi agli altri.
Dinale allarg le braccia.
 39?  il cancelliere rispose con un'altra domanda.
 Scriva 39. Di anni 39, da Arzana.
Cos dissero che Samuele era morto. Ma vallo a dire alla gente che era morto. Lui no. Lui aveva
fatto tutto l'excursus del santo. Com' scritto nelle agiografie: peccatore da giovane, braghittalligru,
bumbone, balente e bragheri; mistico da adulto, bellu, bonu, balente e birtudosu.
Lui era stato sotto terra, morto e sepolto, poi resuscitato.
Lui morto? No. Lui proprio no. E mettetela come vi pare.
...
FINE.
...
.
...
Avvertenza.
.
Samuele Stochino  un personaggio storico e al tempo stesso leggendario.
Samuele Stocchino (con due c)  il personaggio doppiamente leggendario raccontato in queste pagine.
Quella che avete letto non  la verit. Nomi reali e nomi falsi servono all'inganno del raccontare
fingendo che sia vero quello che non lo  in parte, o non lo  del tutto.
Ringrazio Franco Fresi e Lina Aresu, senza la verit dei quali non avrei potuto inventare questa storia.
...
FINE.